Parte 5: La penna di Galois

Serie: Menti straordinarie


Évariste Galois (25 ottobre 1811 – 31 maggio 1832) ha rivoluzionato l’algebra astratta gettando le basi per lo studio di due importanti branche quali la teoria dei gruppi e la teoria di Galois, che da lui prende il nome, e trovando una soluzione ad un problema aperto per più di tre secoli. Ignorato durante la sua vita, la fortuna della sua teoria si ebbe solo nel 1846 dopo che il grande matematico Liouville la riordinò in modo da renderla più comprensibile.

Era una tranquilla notte di fine maggio a Parigi. Dalla finestra, dimenticata aperta, entrava una fresca aria di inizio estate. È bello quando il mio manico si raffredda, perché poi il mio padrone può impugnarmi e scrivere tutto quello che vuole sentendo una bella sensazione di fresco sul palmo della mano. Il mio padrone è un ragazzo, gli voglio molto bene. Ormai scrive con me da anni, intingendo la mia punta nell’inchiostro nero delicato. È un ragazzo un po’ strano a volte, di solito i ragazzi scrivono lettere, poesie, libri, lui invece disegna sui suoi fogli degli strani simboli conditi da alcune parole e annotazioni. Anche lui scrive delle lettere a volte, penso che sia innamorato di una ragazza, una certa Stéphanie; scrive sempre il suo nome sulle lettere. Magari il suo aspetto può fuorviare, sembra un bravo ragazzo, con le labbra piccole e carnose e i capelli folti e ordinati da un lato, ma non è molto tranquillo, d’altronde quale ragazzo lo è? Penso che una volta sia persino finito in carcere. Quando non era immerso in tutti quei simboli strani con cui lo aiutavo a riempire i fogli, guardava assorto dalla finestra della sua stanza, come se con gli occhi cercasse quelli della sua amata Stéphanie. Però quel giorno di fine maggio successe qualcosa di strano. Erano quasi le dieci di sera e lui non era ancora tornato nella sua stanza, quando sentii lo sbattersi violento di una porta. Era lui, gridò qualcosa all’ingresso, non riuscii a sentirlo, poi con dei passi che sembravano far tremare tutta la casa si avvicinò alla porta della sua camera. La spalancò. Appena lo vidi un tremolio partì dal mio manico e arrivò fino alla punta. Non sembrava lui. Che cosa gli era successo?! I suoi belli e ordinati capelli ora erano una ammasso informe di lunghi peli neri scompigliati, la sua bocca era inarcata all’ingiù e tremava come se non reggesse più il peso dei suoi occhi gonfi e pieni di lacrime. Sbattette la porta dietro di sé e mi afferrò con forza, come non aveva mai fatto prima d’ora. Gettò a terra tutte le scartoffie che occupavano la scrivania di quella piccola stanza dove vivevo, ferma, poggiata su quella superficie di legno ruvida. Mi intinse con foga nell’inchiostro, che nella fretta imbrattò tutto il tavolo, e iniziò a sfregare la mia punta sulle pagine. Tremava, quelle belle e sinuose lettere che formavano i suoi appunti erano diventate degli stretti e brutti scribacchi di inchiostro e l’elegante codina che gli piaceva dare alla S infondo al suo nome non era altro che un tremolante segnetto su un foglio. Continuava a scrivere e scrivere e scrivere con solo la luce di una candela ad illuminare il buio che la notte aveva fatto entrare in quella stanza. Gridava, urlava, bestemmiava. Io ero preoccupata, cosa gli stava capitando, cosa era successo a quel povero ragazzo? Pensava ad alta voce, come in preghiera, farfugliava, come in preda al panico. ‘’Non ho tempo’’ bisbigliava a volte. ‘’Non ho tempo!’’ urlava in preda ai suoi deliri. Tutto ciò che stava scrivendo l’aveva già scritto milioni di volte, lo conosceva bene come il ‘Padre nostro’, che però non recitava mai. Aveva scritto quelle pagine tante volte quanto gli sono tornate indietro con una lettera a cui lui aveva gridato contro, come se si trovasse di fronte la persona che gliel’aveva scritta, e altrettante volte si era pentito di tutto ciò che aveva detto e riponeva la lettera in uno scaffale continuando a scrivere e modificare quei segni. Lui non era un cattivo ragazzo, era solo troppo. Troppo in tutto. Ora i suoi occhi erano gonfi sì, ma di rabbia. Aveva smesso di piangere mentre scriveva quelle pagine, come se queste avessero potuto alleviare ciò che provava e l’avessero sostituito con la collera. Era furibondo, voleva gridare al mondo tutto ciò che pensava, ma come poteva fare, era solo chiuso nella sua stanzetta. Quella notte non dormì. Rimase tutto il tempo seduto su quella sedia a scrivere e cancellare parole che sembrava uscissero dalla sua anima. Quando il sole iniziò ad illuminare le strette strade su cui si affacciava la sua finestra, stanco, svuotato, rassegnato mi posò sul tavolo. Non capivo molto di ciò che aveva scritto. Si era scusato tante volte, con un suo potenziale lettore, per la poca chiarezza di ciò che aveva scritto, d’altronde in quelle condizioni non avrebbe potuto fare di meglio, penso. Stette qualche minuto seduto alla scrivania ad osservare le strade sotto di lui sempre più chiare. Sembrava stesse sognando, ma ogni volta un sospiro lo riportava alla realtà. Dopo qualche minuto, prese un cappotto leggero e uscì dalla porta, posando per un ultima volta lo sguardo sui fogli. Non lo vidi più. Quel piccolo grande ragazzo dagli occhi sognanti non scrisse più niente con me. Lui venne ucciso quella notte, o forse si fece uccidere. Questo lo venni a sapere dalla voce rotta dal pianto del fratello, che qualche giorno dopo entrò in camera come una furia aggrappando tutti quei fogli, incurante del loro ordine, e portandoli via da quella camera. Il ragazzo venne ucciso, ma non morì. Il ragazzo ebbe coraggio ad uscire quella notte, a morire quella notte, dopo il capolavoro che aveva scritto. Lui sapeva della grandezza dei suoi pensieri, lui sapeva tutto. Perché morire? Perché? Ora lui è immortale, come le sue idee e io sono tanto orgogliosa di averlo aiutato. Però, ci vuole coraggio a morire a vent’anni.

Évariste muore a soli 20 anni a causa delle ferite riportate nel duello con un nobile parigino per l’amore di Stéphanie. Sicuro della sua morte, passa la notte precedente a riscrivere e riorganizzare i suoi appunti. Tramanda ai posteri la dimostrazione di un problema che si ricercava da più di 350 anni e i fondamenti della teoria su cui si basa gran parte dell’algebra moderna.

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