Passi
Serie: Il buco nero
- Episodio 1: La scomparsa
- Episodio 2: L’uccellino del cucù
- Episodio 3: La partenza
- Episodio 4: L’inverno di Dio
- Episodio 5: Gli echi nella tempesta
- Episodio 6: L’incontro perduto
- Episodio 7: Voci dal vuoto
- Episodio 8: La bambola morta
- Episodio 9: L’uomo dal cappotto grigio
- Episodio 10: Adele e Guglielmo
- Episodio 1: Riflessi di torcia
- Episodio 2: La chiave spezzata
- Episodio 3: Passi
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Vagai per la loro casa, ritornando davanti al camino, dove l’uomo non c’era più. La porta d’ingresso era socchiusa. Mi accorsi di alcune ombre, poi di più voci che si parlavano in fretta, come se non volessero farsi ascoltare. Attesi che Arianna tornasse. Quando rientrò e mi trovò immobile, nel corridoio, si fece avanti e allungò una mano sul mio viso, con una delicatezza inusuale, dicendomi che Cristina e Guglielmo avrebbero accolto l’uomo per la notte. Era rischioso lasciarlo lì: se i suoi lo avessero scoperto poteva finire male. Ecco perché lo aveva accompagnato sulle scale, poi di sopra, chiedendo alla coppia di tenerlo con sé, almeno per quella notte.
«Non mi sono accorto di nulla; forse in quel momento stavo parlando con tua madre.»
Arianna alle mie parole scrollò le spalle, poi mi disse che l’uomo non aveva opposto resistenza. Si era appoggiato a un suo braccio e aveva camminato accanto a lei lungo le scale, fino all’appartamento di Guglielmo. Dopo pochi secondi ci raggiunse Cristina, mettendosi subito in ascolto dei passi dell’uomo che provenivano dal suo appartamento.
«Sta continuando a vagare per casa. Lo sentite anche voi, vero? Avrà ripercorso il corridoio per tre volte, fino alla porta d’ingresso, poi dalla porta d’ingresso allo stanzino e viceversa. Si sarà accorto che abbiamo chiuso la porta dall’esterno» mi disse Cristina.
«Ecco, adesso si sarà appena seduto. Io non lo sento più» disse Arianna.
Cristina mi invitò a raggiungere Guglielmo. Era importante liberare la serratura dalla chiave spezzata prima che qualcuno se ne accorgesse.
Senza dire nulla, mi avviai spedito verso l’ingresso. Presi la torcia dal tavolo, aprii la porta e me lo ritrovai di fronte. Guglielmo mi fissò con uno sguardo sinistro.
«Ho lasciato tutti gli attrezzi della mia cassetta di sotto, accanto al portone. Ho pensato fosse meglio che provveda lei» mi fece.
«Potremmo darci del tu» gli dissi.
«Vada per il tu, d’accordo. Intanto… sarebbe il caso di organizzarci. Rimango io con le nostre ragazze, mentre tu tenti di sbloccare la serratura del portone. Trovo giusto che ciascuno si prenda le sue responsabilità, facendosi carico dei propri errori, non trovi?» mi disse, esaltato dalla sua singolare esternazione.
«Arianna non è la mia ragazza.»
«Non importa. Ci tocca decidere cosa fare con l’uomo sconosciuto.»
«La tormenta potrebbe durare giorni. Mi ha detto Arianna che di solito…» ma Guglielmo mi interruppe, sollevando lo sguardo verso di me con una certa irruenza.
«Non crederai mica che aspetteremo la fine della tormenta per sbarazzarci di lui! Quando la serratura sarà libera dovrà ritornare fuori.»
«Vorrebbe dire condannarlo a morte, Guglielmo.»
«Non è una mia responsabilità farmi carico di un estraneo, senza nemmeno conoscere le ragioni che lo hanno portato qui.»
«Sono all’oscuro quanto te delle ragioni che lo hanno portato qui, ma non per questo mi accollerei la responsabilità di sbatterlo fuori. Sarebbe un delitto!» gli dissi.
Guglielmo abbassò di peso lo sguardo. Forse stava riflettendo sulle mie parole. Lo incoraggiai a considerare la situazione da un altro punto di vista. La tormenta lo avrebbe ucciso, insistevo, e il senso di colpa avrebbe fatto lo stesso con ciascuno di noi. Non mi rispose. Gli chiesi se voleva entrare, mentre puntò di scatto il viso al soffitto, come a scrutarvi attraverso le ombre.
«Sono i suoi passi. Non ne ho mai sentiti di così pesanti. Tu non li senti, Ottavio?»
«Non riesco a sentire niente, mi dispiace. Da qui mi arriva solo il vento.»
«Come fai a non sentirli? Sono più forti del vento, molto più concreti.»
«Non sento niente. Non riesco.»
«Credi che me li stia inventando, allora?» disse Guglielmo, continuando a puntare la testa al soffitto, tendendo al massimo il collo, da cui trapelavano delle vene sottili e azzurrine, mentre mi sussurrava che i passi si erano fatti più deboli. Forse l’uomo era stanco.
«Dovresti chiudere gli occhi. Sarà più facile percepirli, fidati.»
«Se non li ho sentiti prima, quando mi hai detto che erano pesanti, come potrei sentirli adesso, se a quanto mi dici sono passi sempre più deboli?»
«Perché chiudendo gli occhi potresti acuire le tue percezioni. Quando ascolto la radio, la sera tardi, lo faccio sempre a occhi chiusi. A occhi chiusi tutto diventa più definito, fino ai concetti più complessi dei dibattiti notturni delle trasmissioni religiose o filosofiche, per esempio, e allo stesso modo le musiche dei pianeti, anche le più complesse, diventano per incanto comprensibili e immediate, sin dal primo ascolto, solo per merito del buio prezioso che incontro chiudendo gli occhi, non appena accendo la radio…» mi fece con un tono di voce più docile, che mi portò a chiudere gli occhi, e a percepire il vento della tormenta insieme al filo spinato della sua voce.
«I nostri vecchi vicini di casa all’improvviso sono andati via. Nel loro appartamento abita una dattilografa. Vive da sola. Si chiama Irene. È una personcina semplice, riservata. Non l’ho mai vista con un amico, un’amica, un parente. Nessuno ha mai varcato la soglia della sua abitazione, a quanto mi risulta. Per cui, riguardo a lei, mi sentirei di escludere a priori qualsiasi affinità o relazione con l’arrivo dell’uomo sconosciuto nel nostro stabile. Al terzo piano, invece, giusto sopra di noi, abita una coppia di sposi novelli. Entrambi giovani, alquanto cordiali, – soprattutto lei. Si chiama Erminia. Ha legato tanto con Cristina. È la prima volta che Cristina abbia legato con una persona dello stabile. Non era mai successo. È stata Erminia, la novella sposina, a suonare un pomeriggio alla nostra porta, con una fetta di torta di fragole di bosco. È accaduto la prima settimana dal loro trasferimento. Le andava di presentarsi e farci omaggio di una fetta della sua torta preferita. Cristina era da sola in casa quando Erminia ha suonato alla nostra porta. L’ha fatta accomodare in cucina, dove sono rimaste diverse ore a parlarsi, nonostante il mio divieto di creare dei legami con gli abitanti dello stabile. A detta di Cristina il pomeriggio con Erminia è passato in un baleno. Suo marito, Arnaldo, non c’è quasi mai. Lavora tutto il giorno in un’agenzia investigativa e la lascia molte ore da sola, qualche volta anche di notte. Non ti sembra inverosimile?»
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