Pasubio la valle della Morte

Quando alzai gli occhi al cielo, vidi il drappo multicolore della nostra fazione e non provai nulla. Guardando i corpi dei miei compagni caduti, non provai nulla. Ero stanco, ero solo stanco di tutta questa ipocrisia e della falsa retorica della propaganda nazionalista.

La divisa che indossavo pesava quanto un’armatura. Fu una fatica immane togliermela di dosso con queste mani contratte, fredde, appiccicaticce del sangue del nemico e dell’amico uccisi intorno a me.

Nudo, mi gettai nel fiume che tutto spazza via, simbolo del risanamento, parte del ciclo della vita. A bocca aperta, lasciavo che l’acqua entrasse in ogni mia cavità per spazzare via il più piccolo segno dell’orrore al quale avevo preso parte.

Rasai i miei capelli con la baionetta e cinsi il mio corpo con una coperta della Croce Rossa. Lasciai che i piedi nudi, privi di scarpe e sandali, poggiassero nel fango misto al sangue della trincea. Il mio cuore non aveva più posto per l’odio; i miei occhi avevano finito di vedere nemici. Ora, ramingo, vagavo per la valle in ombra, in cerca di una speranza, in cerca di una parola d’amore, in cerca di vita nella valle della morte.

Giunto al passo, vidi una colonna di formiche verdi risalire la cima verso di me. Mi scartai di lato. Non guardai negli occhi quella carne da mitraglia e loro mi resero lo stesso favore. Sapevano che, guardandomi, avrebbero visto loro stessi dopo la battaglia. Per scaramanzia, alcuni toccarono il ferro dell’arma, il corno rosso appeso alla cintura; altri, più materici, si strizzarono i coglioni. A me non importava. Il mio cuore batteva all’unisono con il loro; la mia mente, invece, vagava in cerca di una ragione per non scagliarmi contro le loro baionette e farla finita.

Il superiore a cavallo, quando mi passò accanto, sguainò la spada a mo’ di saluto. Io mi limitai a uno scrollare di spalle. Mi aveva forse riconosciuto? O forse aveva intravisto in me la morte che presto avrebbe incontrato sul campo di battaglia?

È freddo. Il giorno mi lascia all’oscurità. Trovo rifugio in un fienile, tra sterco di animali e di uomini. Armeggio con la coperta per creare un sacco a pelo. Un tempo avrei pregato, avrei ricordato i parenti, gli amici, e avrei chiesto protezione per loro e per me. Ma oggi chiudo solo gli occhi, mordo la coperta per non maledire tutto il creato e mi incontro con i miei incubi per la prima volta, perché da quella notte loro, i fantasmi di quel giorno, saranno con me per sempre.

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