
PAURA
Serie: L'ODIO
- Episodio 1: FRA UN SORRISO E UN COLPO DI PISTOLA
- Episodio 2: PAURA
STAGIONE 1
Sin da ragazzo non sono mai andato troppo a genio agli animali.
Era una di quelle antipatie che si potrebbero definire “a pelle”. Istintive.
Cosa piuttosto naturale per le bestie, dato che l’istinto è una loro prerogativa.
A odiarmi erano soprattutto i cani.
Non passava giorno in cui non dovessi cambiare marciapiede o imboccare un’altra strada alla sola vista di qualcuno che portava a spasso il cane.
Che fossero di taglia piccola, media o grande, molossoidi, terrier, levrieri o segugi: la reazione era sempre la stessa.
Li scorgevo puntarmi da lontano, immobili, nonostante le perplessità del padrone.
A seconda della distanza potevo cogliere una differente sfumatura di odio: dapprima un convulso annusare l’aria; poi l’incurvarsi del dorso, fino a mutare in un arco di peli ispidi e ritti; infine l’irrefrenabile impulso di digrignare i denti mentre i lembi della bocca si ritraevano sul muso come una marea bavosa.
Molti testimoni di questo bizzarro fenomeno si trovavano spesso a porgermi le scuse, visibilmente straniti dalla reazione inattesa del loro animale.
Io però ci avevo fatto l’abitudine.
Chiaro tuttavia che, vivendo in campagna, la mia vita venne non poco influenzata da questa peculiare antipatia suscitata nelle bestie.
Anche durante i giochi di gioventù, quando frequentavo le case dei compagni di scuola, ci erano sempre vietate le incursioni nelle stalle o nei pollai di loro proprietà, dato che la mia presenza era immancabilmente accompagnata da un nervosismo generale del bestiame, per non parlare di api, vespe e calabroni, che parevano accanirsi su di me, incalzandomi in sciami attraverso le distese sterminate dei campi.
Col passare degli anni, sia io che i miei genitori imparammo a convivere con questo mio insolito ascendente.
Mio padre spesso scherzava, fantasticando su chissà quale ecatombe di animali avessi compiuto in una vita precedente, e insinuando che ora questi volessero vendicarsi.
Mia madre invece non parve prenderla bene.
Le bestie, diceva, non conoscono odio: l’aggressività è una semplice risposta alla paura.
Hanno paura di te.
Sino alla maggiore età non mi posi troppe domande in merito alla questione, eppure un’avvisaglia di ciò che sarebbe poi accaduto sembrò manifestarsi allo scoccare dei miei ventiquattro anni.
L’episodio avvenne proprio il giorno della mia laurea.
Per la prima volta, infatti, lo stesso odio che avevo sempre veduto trasfigurare gli animali parve incarnarsi nel volto di un essere umano: quel mattino, il professor Necchi, mio amico e relatore, si sforzò non poco nel tentativo di trattenere una misteriosa indisposizione covata nei miei confronti già da diverse settimane.
Indisposizione che causò continui imbarazzi nel resto della commissione, obbligando l’uomo ad assentarsi nel bel mezzo della mia impeccabile esposizione.
Da allora non ebbi più modo di comunicare col Necchi, percependo però una sua impellente necessità di evitarmi a ogni costo.
Ricordo che in quell’occasione mi abbandonai a un pensiero folle e imbarazzante: in qualche modo, l’odio si era trasferito per zoonosi dall’animale all’uomo.
Questo delirio stagnò ben poco in me, divenendo presto una semplice frivolezza che esorcizzai condividendola con Olga – la mia ragazza di allora – fra ridacchi e solletichi, nella confortevole quiete del nostro appartamento di periferia.
In quelle notti ridemmo forte delle nostre insicurezze, prendendo coraggio solo nell’amore, schermati dalla solidità dei nostri corpi giovani e di un futuro dai limiti inafferrabili.
Nella casa, dentro al letto, non c’era posto per l’odio del mondo, ad eccezione di Morgana, la vecchia gatta di Olga, che sin dal mio arrivo non aveva mai potuto sopportarmi.
L’anno seguente, a soli venticinque anni, mi trovai già a ricoprire un ruolo di responsabilità in un’importante azienda della provincia, mentre la mia relazione si era consolidata a tal punto da indurmi a programmare un imminente matrimonio.
Anche in quell’occasione giunsero più chiari i segnali di un’anomalia che tentavo con ogni sforzo di tenere lontana da me: per qualche oscura ragione, i miei genitori e le poche amicizie che avevo coltivato in gioventù erano diventate via via irreperibili.
A nulla servirono le mie chiamate: o non vi era risposta o addirittura i numeri risultavano inesistenti.
Quando andai di persona da mia madre trovai ad attendermi due individui freddi e ostili.
Mio padre arrivò persino a schiaffeggiarmi.
Fu così che vidi impressa anche sul suo volto la stessa smorfia di quei cani che avevano tormentato la mia giovinezza col loro odio ingiustificato.
Dopo lo schiaffo, levai il braccio per restituire il colpo.
L’uomo scattò indietro con le mani in viso, come se di fronte a sé si fosse materializzato il demonio in persona.
Mi tornarono allora in mente le lontane parole di mia madre: loro avevano paura di me.
Serie: L'ODIO
- Episodio 1: FRA UN SORRISO E UN COLPO DI PISTOLA
- Episodio 2: PAURA
Sempre all’altezza del tuo nome. Ci regali un altro scritto perfettamente inquietante che è un piacere a leggersi. Parole eleganti e ricercate che creano tensione. Curiosa di terminare la lettura.
Inizialmente, la parola “anomalia” mi aveva lasciato un po’ interdetto, non riuscendo a capire perché avessi scelto proprio questo termine per descrivere il racconto.
Ora, però, ne comprendo pienamente il significato e devo ammettere che non potevi usare un vocabolo migliore per presentare la serie.
Veramente bello questo primo episodio, semplice ed efficace nella sua originalità. Vado subito a leggerne il seguito per scoprire come finirà la storia!
Un primo episodio di tutto rispetto, non c’è che dire.
“per non parlare di api, vespe e calabroni, che parevano accanirsi su di me, incalzandomi in sciami attraverso le distese sterminate dei campi.”
Il mio incubo ricorrente condensato in due righe😂 👏
E non ho nominato le zanzare (qui, nella bassa parmense, sono praticamente animali da compagnia :))
È angosciante, complimenti!
Ciao Francesca! Grazie per aver letto questa prima parte!
Come già altre volte il tuo racconto è scritto così bene da essere profondamente coinvolgente. Complimenti.