
PAURA DEI RICORDI
Per caso vide una villa liberty nascosta dagli alberi. Osservava il grande portone verde e le grandi finestre spente, tristi. Il cancello nero era ricoperto da una siepe ormai stecchita, abbandonata come il giardino.
Gli alberi, di contorno ad una strada ormai abbandonata a se stessa, scurivano la luna che illuminava a sprazzi quella maestosa villa.
Camminò fino alla vecchia fabbrica, si fermò a guardare quel posto che di notte lo inquietava. Nel buio l’odore del fumo denso di sigaretta che buttò dopo tre tiri come sua abitudine.
Iniziò a piovere. Alzò il cappuccio e riprese a camminare. Pensò ai suoi amici, i pochi, quelli veri che gli erano sempre stati vicini, gli altri? Rovina e cattiveria nascoste dietro aspre e insignificanti maschere di amorevolezza.
Era l’inverno del 1995. Michele non era più un bambino, doveva riprendere in mano la sua vita.
Provò molti lavori ma trovò solo irrequietezza, scoprì che la stabilità economica non era per lui. Molti in paese, non conoscendolo a fondo lo reputavano, ingenuamente un fancazzista. Rimasto scapolo, un matrimonio svanito, un passaggio breve e falso come le maschere che aveva conosciuto da cui prendeva le distanze. Viveva in una vecchia casa in pietra sulle sponde del fiume e dell’eredità di famiglia non se ne era mai fregato nulla.
La pioggia si fece sempre più fitta, lui si appoggiò al cancello e osservò ancora una volta quel maestoso portone verde. Un rumore. Un gatto uscì dall’erba alta, lo accarezzò con lo sguardo fisso verso quella villa. Nel buio fece caso ad una grande quercia di fianco al giardino.
Si voltò e rimase immobile a fissare la strada buia, alberata, qualche leggera curva ai piedi di una parete di roccia e una fitta boscaglia. I lampioni emanavano tristi coni di luce fioca. Un silenzio spettrale addolcito dalla pioggia che batteva insistente sugli alberi.
Poco distante in una piazzola vide una macchina a cui non dette molta importanza e tornò a guardare la villa rapito da qualche particolare che nemmeno lui sapeva spiegarsi. Anche se assomigliava a molte altre della zona, notò qualcosa di particolare.
I ricordi vennero interrotti dal rumore del motore di una utilitaria bianca, ferma a pochi metri da lui. Riuscì solo a vedere nel buio dell’abitacolo il puntino rosso di una sigaretta, un forte odore di gas di scarico, una figura seduta a lato conducente, forse un uomo, fermo immobile nel buio, il rumore fastidioso dei tergicristalli che passavano sul parabrezza a tutta velocità.
<< Buonasera, ha bisogno di qualcosa? >> disse ad alta voce.
Non ottenne nessuna risposta. Vide solo quella dannata puntina rossa che ad ogni tiro si illuminava più forte. Rimase immobile, non disse più nulla. La macchina partì lentamente e sparì nel buio di quella deserta e desolata strada.
Come tutte le mattine si alzò all’alba, lasciò la tazza del caffè nel lavandino e dalla finestra osservò il fiume. Nonostante la strana situazione della sera precedente era stranamente riuscito a dormire bene, per quella notte i suoi incubi lo lasciarono in pace.
Approfittò del sole freddo in un cielo stranamente azzurro che illuminava la mattina per recarsi in paese, era vicino, bastava solo attraversare un ponte.
Si rispecchiò nella vetrina del ferramenta e vide un aspetto più rilassato del solito, erano diverse notti che i suoi incubi lo tormentavano, gli errori di una vita di cui doveva pagarne il conto.
Comprò dei chiodi, dei bulloni, un filo da pesca e delle lampadine per sostituire quella del bagno, poi si incamminò a testa bassa verso il ponte e passò di fianco ad un palazzo in perfetto stile “art decò”. Rimase pietrificato quando in un parcheggio pubblico vide l’utilitaria bianca, sicuro che era quella della sera prima. Aveva una buona memoria fotografica e riuscì a ricordare la targa.
Per molto tempo, aspettò seduto alla panchina della fermata degli autobus, ma nessuno si avvicinò fino a che si arrese e tornò a casa.
Il caminetto scoppiettava, un grosso ciocco di legno bruciava lentamente, scaldava il tinello dal freddo pomeriggio. Lampi, tuoni, il cielo grigio e la forte pioggia batteva sul tetto. Un rumore insistente, ritmico, quasi ipnotico.
Pensò ancora una volta a quell’utilitaria bianca, un pensiero che svanì presto nei meandri del suo diario e nelle vecchie lettere.
Sobbalzò quando qualcuno bussò alla porta. Due colpi forti che lo distrassero dalla lettura. Andò alla porta ma non vide nessuno, solo una sagoma di una persona, snella, di spalle, forse un uomo completamente vestito di nero. Poi sentì solo il rumore di una marmitta oltre il suo cancelletto. Sotto l’incessante pioggia allungò il passo, ma non fece in tempo. L’auto era già sparita oltre gli alberi.
Di nuovo la sera si incamminò nella deserta strada, passò oltre alla villa liberty e arrivò fino alla vecchia fabbrica, abbandonato ai ricordi sempre più ricorrenti. Ricordi sfuocati di quando era bambino, suo nonno Gianni, un omone corpulento, alto, sempre ben pettinato che gli accarezzava la testa mentre preparavano le cartucce per la caccia.
La notte buia, i deboli coni di luce dei lampioni fiochi, continuò a camminare a testa bassa abbandonato ai ricordi. Si appoggiò al cancello della villa liberty, non era cambiato nulla dalla sera prima, lo stesso gatto che però non si fece accarezzare, lo stesso particolare di cui non riusciva a venirne a capo.
Lungo la strada una macchina avanzava lentamente, la stessa utilitaria bianca, lo stesso puntino luminoso di sigaretta. Lui rimase immobile, fissò quel puntino rosso, il fumo che usciva dal finestrino e la pioggia illuminata dai fari dell’auto ferma.
La macchina avanzò lenta verso di lui rimasto immobile a bordo strada, poi si fermò. Riuscì a vedere a malapena la sagoma di un mento magro, una bocca piccola dalle labbra fini, maschili.
Quella notte, i ricordi presero il sopravvento, non riuscì a chiudere occhio. Pensò alla sabbia della Somalia poi i fanali di quell’utilitaria bianca, quell’uomo fermo immobile, silente.
Il giorno dopo lo trascorse nel capanno degli attrezzi e si fece compagnia con il suono dell’acqua che scorreva agitata nel fiume come ogni giorno negli ultimi mesi. Dopo cena tornò alla fabbrica, poi tornò indietro fino alla villa liberty. Guardò ancora una volta il portone verde, fissò nella mente ogni minimo particolare, ne era troppo attratto, aveva un araldico di pietra in alto, dei maestosi pomelli in ottone, delle rifiniture dettagliate fatte a mano. Oltrepassò il cancello pedonale aperto e si avvicinò. C’era un vecchio gazebo, una panca in legno logorata dal tempo, a terra mozziconi di sigarette, molti. Le finestre erano ben chiuse, i vetri intatti. Decise di tornare indietro, attraversò il prato incolto e fuori sulla strada la stessa macchina bianca, i fari accesi, lo stesso uomo che lo fissava e fumava una sigaretta.
<< Cosa vuoi? >> urlò a squarciagola. Non ricevette nessuna risposta. La macchina avanzò lentamente ma si fermò subito.
Riuscì ad avvicinarsi al finestrino del passeggero, quello che vide era solo un volto nascosto dal buio, un magro mento sporgente di un uomo, vestito completamente di nero. Rimase immobile, confuso, sbarrò la strada alla macchina e i fanali lo abbagliarono.
Molto lentamente una figura magra uscì dall’utilitaria bianca, buttò la sigaretta a terra, la spense con il piede, se ne accese subito un’altra. Una risata forte, stridula e insistente riecheggiava tra gli alberi secchi. Lui, spaventato non ebbe il coraggio di muoversi.
La risata si fece sempre più forte. Sempre più insistente. Di nuovo spense la sigaretta e ne accese subito un’altra.
Un boato.
Le gambe non tremavano più, sanguinavano. Illuminato dai fari dell’utilitaria cercò sicurezza verso la vecchia fabbrica, strusciò per qualche metro, pianse, i ricordi delle giornate trascorse con il nonno, con suo padre, un riparo nella mente alla situazione. Quell’uomo magro lo seguì lento, rideva. La sua risata stridula continuava a rimbombare nella sua testa fino a che svenne.
Aprì gli occhi che molto probabilmente era mattina, si accorse del sole debole che filtrava in alto da una finestrella nelle pareti in pietra e mattoni rossi. Sentiva gli uccellini che cantavano, dall’altra parte una radio che parlava insistentemente, era l’ora del giornale radio.
Iniziò una musica, dei canti, parole non comprensibili in coro, durò tutto il giorno poi fece di nuovo buio. Era confuso, aveva perso molto sangue, la sua gamba era stata accuratamente medicata.
Una stanza grande, buia, forse una cantina, vide nella penombra dei vecchi mobili, una credenza vuota con un vetro rotto, un tavolo in plastica, una sedia che lui non riusciva a raggiungere. Tossiva, legato con una catena intorno al collo.
Dalla penombra spuntarono delle scarpe da ginnastica, delle gambe bianche immobili.
Sentì aprirsi una vecchia porta in legno, una risata stridula rimbombava nella stanza poi nella sua testa per tutta la notte.
La mattina quella figura si avvicinò, mise a terra un tozzo di pane e una bottiglia d’acqua. Si fermò a guardarlo, una risata forte, infantile, poi mise a terra una foto. Era Michele da bambino, davanti al portone verde della villa.
I suoi pochi amici non seppero più niente di lui.
gP
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