Pazzo di Dolores

Sono solo voci, dentro la mia testa. Non è vero niente. Niente. Perché io sono pazzo e quel che racconto non ha valore.

Eppure talvolta mi sorprende un fastidio. Che non è proprio… fastidio. Insomma, è anche un po’ paura. Quel giorno ho rischiato grosso.

“Taci Dolores”, le dicevo. E lei che non mi ascoltava. 

“Non possono trovarci in macchina insieme, Dolores. Altrimenti sono fottuto.”

Ma lei mi accarezzava, nel modo che sapeva.

Dietro la curva, sotto al ponte della tangenziale, c’era un posto di blocco. C’era all’andata, mentre correvo a prelevare Dolores in zona industriale, dove lei sostava con la sua minigonna di pelle e le gambe di fuori. Ma la voglia che avevo era troppa. E non ci ho badato.

Poi, quando abbiamo finito, lei mi ha chiesto di riportarla in città, che prendeva un autobus. Non mi sono sentito di lasciarla lì. Ed è stato il mio errore.

“Taci Dolores, perché ho famiglia e la polizia non può sorprendermi in macchina con una che in un’altra vita si chiamava Marcos Da Silva. E taci, Dolores, perché nei tuoi occhi non ho ancora trovato la forza di darmi il coraggio.”

Così mi sono fermato, di colpo. Ho proprio inchiodato. Prima della curva, che se solo l’agente avesse tirato un po’ di più il collo ci avrebbe visti. E le ho chiesto di andare dietro, nel bagagliaio.

Lei si è rifiutata. “Conosco quei ragazzi laggiù, Dolores. Ti prego, non farmi questo.”

Niente. Era decisa a rimanere al mio fianco.

Allora è partito un manrovescio e lei ha trasalito. Non ho mai saputo calibrare la forza. Sono una bestia, io.

Lei, per reazione, ha riso. Sempre più forte.

Allora ho iniziato a tempestarla di schiaffi. Anch’io, sempre più forte. La rabbia, più forte.

Finché lo zigomo non è diventato rosso e l’occhio tutto stropicciato.

Potevo darle una pedata e buttarla nel fosso. Per poi passare candido e da solo, ad esibire patente e libretto.

Lei non mi avrebbe denunciato, perché Dolores è fatta così. Non un fiato: ha amore in abbondanza, per tutti e due. Quella coerenza che io non possiedo.

E allora l’ho stretta fra le braccia e le ho chiesto scusa.

Lei mi ha guardato, attraverso le lacrime e l’afflizione. E io ho capito che se l’avessi buttata in quel fosso, mi sarebbe mancata. Mi sarei per sempre chiesto “Dove sei, Dolores? Cosa stai facendo?”. Ovunque andassi.

E in un attimo è cambiata la mia vita. È bastata un’inversione di marcia per evitare quel posto di blocco. È bastata una semplice svolta, per scegliere Dolores.

In città non siamo più tornati. Siano tutti fottuti! E adesso viviamo felici su un’isola caraibica. Ma, come dicevo, io sono pazzo. E potrei anche mentire.

Forse invece ho fatto il bravo cristiano e ho consegnato patente e libretto all’agente. E lei, nel fosso.

Comunque la si metta, è un tormento. Devo arrendermi alla mia ossessione. Io sono pazzo. 

Da sempre. 

Di Dolores. 

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Discussioni

  1. Ciao Cristina, santa donna sta Dolores! Il dubbio amletico che hai voluto dare nel finale mi inquieta un po’ (in senso buono), ma quella che hai descritto è la storia di molte donne che soffrono della sindrome della crocerossina: fossi stata Dolores, avrei dato un bel calcio nel sedere a tutto e me ne sarei andata ai Caraibi da sola! 😀

  2. Ciao Cristina, hai ben giocato con questo lab, la follia del tuo protagonista è confacente con quella di Dolores! Una storia divertente, mi è piaciuto il tuo modo di concludere, chissà qual è la verità… con questo racconto vale tutto e niente, se di mezzo c’è la follia… d’amore???! Un lab davvero gradevole, con la tua solita e splendida ironia, un saluto, alla prossima!