Pensa svelto, Arlecchino!

Un piacevole sabato di maggio, nell’Anno del Signore 1753, Giacomo Casanova si svegliò quando la luce del sole, ormai alto nell’avvicinarsi al mezzodì, gli bussò sulle palpebre chiuse.
E si svegliò di malumore: da troppe notti quel letto gli serviva solo per dormire.
“Ah, ma presto le cose cambieranno!” fu il suo pensiero, mentre, levatosi dal giaciglio, svuotò distrattamente la vescica nel pitale.Finito che ebbe, riposta la mercanzia, chiamò:
«Arlecchino! Arlecchino, su, presto!»
Il servitore comparve rapido nella stanza, giungendo tutto trafelato.
«M’ha chiamato, sior paròn?»
«Sì, Arlecchino, ho bisogno che tu faccia una cosa per me. Anzi, due: svuota il pitale intanto, ed aspetta.»
«Siorsì!» E preso il contenitore di ceramica, aprì la finestra e – senza osservare se qualcuno si trovasse a passare di lì – ne rovesciò il contenuto sul calle sottostante. Casanova nel frattempo si era seduto al suo scrittoio. Presa una penna d’oca, l’intinse nell’inchiostro e cominciò a scrivere qualcosa su un foglio. Vergò infine in calce la sua firma con un’espressione soddisfatta in volto.
Mentre lasciava che l’inchiostro asciugasse, riprese:

«Ascoltami bene, Arlecchino: la contessina Clotilde de’ Bagigi ogni domenica, dopo la messa del mattino, ha l’usanza di fare un giro in gondola. Sta’ ben attento: parte sempre dallo stazio di Santa Maria del Giglio, e prende sempre, sempre, la gondola che sta nel centro tra quelle ormeggiate.»

Arlecchino lo seguiva con un’espressione estremamente concentrata in volto. Casanova intanto prese il foglio, lo piegò, e mentre lo metteva in una busta riprese:
«Domattina tu la precederai, e lascerai sulla sua gondola questa lettera ed una rosa rossa.»
«…e na rosa rossa…» Ripetè Arlecchino, per fissarsi il compito in mente.
«Deve assolutmente essere domani, perchè ho saputo che poi la contessina si trasferirà a Padova da una zia materna. Dopodiché aspetterai, e se porterà via la rosa, significherà che avrà accettato il mio invito: domani sera ti recherai a casa sua e la condurrai qui…»
«Siorsì, sior paròn!» 
Esclamò il bravo servitore. 
Il giorno successivo, quindi, di buon mattino, Arlecchino, con in tasca la lettera per la contessina, scese in giardino, colse una rosa, e andò a passo spedito verso lo stazio di Santa Maria del Giglio.
E quando arrivò osservò smarrito il molo, dove c’erano quattro gondole. Qual era “quella di mezzo”? Il povero Arlecchino si tolse il cappello e grattandosi la testa per stimolar il pensiero, si fece venire un’idea geniale: fece la conta. E la scelta ricadde sulla terza gondola, sulla quale, mentre il gondoliere era distratto a chiacchierar coi colleghi, appoggiò la rosa e la lettera. Si sedette poi su una panca ad attendere l’arrivo della contessina. 

Ma ecco il colpo di scena: arrivò la quinta gondola, ed attraccò al primo posto. Arlecchino saltò in piedi, la gondola su cui aveva lasciato rosa e lettera era ora la quarta, non quella di mezzo! Mentre stava pensando al da farsi, ecco arrivare la giovane (e bella) contessina Clotilde, accompagnata dalla sua servetta. La contessina, come previsto, si indirizzò verso la gondola al centro e vi salì a bordo. In un attimo l’imbarcazione salpò, per allontanarsi placida lungo il Canal Grande.
«E adesso cosa faccio?!» Si chiese Arlecchino. Ma i guai non erano finiti: poco dopo sentì un vociare, ed un gruppetto di suore si avvicinò all’attracco. Una delle più giovani, rivolta a quella che sembrava essere la più anziana nonchè autoritaria del gruppetto, disse:
«Ecco qua, madre badessa, per salutarvi prima del vostro trasferimento a Roma, volevamo regalarvi un giro in gondola, così che possiate ricordar ogni angolo della nostra bella Venezia.»
Le altre suore, l’accompagnavano in silenzio annuendo con la testa e con sorrisi casti. La badessa ringraziò – ad Arlecchino parve più per educazione che per convinzione – e salì sulla gondola. Quella con la rosa.
«Oh Signore, adesso xè anca peggio!» Farfugliò Arlecchino. Al quale non rimase altro da fare che attendere il rientro dell’imbarcazione.
Nel frattempo la madre superiora aveva notato la rosa e la lettera. Incuriosita, l’aprì e la lesse.

“Mia signora, mia amata, mia delizia,
il mio cuore si strugge per il desiderio di voi, le mie membra fremono al desio d’abbracciarvi.
So che il tempo ci è nemico, chè presto lascerete la Serenissima e pertanto, vergognandomi mentre scrivo della mia sfacciataggine, oso farvi dono di questa rosa, che ho scelto come più bella del mio giardino, ed invitarvi – perdona, Iddio, la mia destra che osa scriver siffatte parole – ad un incontro amoroso. Come ho colto questo fiore per voi, ciò che più desidero è cogliere il fior vostro. Se la vostra risposta è un no, gettate questa rosa nelle acque della laguna: che s’anneghi come annegherà nelle lacrime il cuor mio. Se è si, portatela con voi, ed attendete questa sera, dopo il tramonto, il mio servitore che vi condurrà da me.
Per sempre vostro,

Giacomo Casanova”

La badessa rimase esterrefatta. Il famoso Casanova mandava una lettera così, a lei? Proprio a lei? Eppure…la gondola era stata prenotata per lei, si faceva persino riferimento al fatto che avrebbe lasciato Venezia…non ci poteva esser dubbio. 
Nel suo giro in gondola non osservò nè palazzi nè ponti, nè calle nè rii, sconvolta dalla rivelazione. Fin quando non tornò al molo. La gondola attraccò, lei scese, e rossa in volto, s’incamminò tenendo la rosa ben stretta nel pugno.
«Arlecchino, pensa, svelto!» 
Si disse il servitore. Ed intanto si incamminò dietro il gruppetto di suore, seguendole fino al convento.
Poi, mentre tornava a casa, ebbe un’idea.
«Allora?» Chiese Casanova, «La contessina ha accettato il mio invito?»
«Sì, la xè andata via con la rosa…» 
Rispose pensieroso.
«Bene! perchè quella faccia quindi? Qualcosa non va?»

«No, no, anzi, son contento per voi sior paron, xè proprio una bea putea!»
Casanova sorrise soddisfatto:
«Ora lasciami, devo preparami per questa sera. Mi raccomando, fatti trovare da lei per il tramonto e conducila qua con discrezione, eh!».
Arlecchino rispose deciso, fece un inchino e si congedò. All’ora convenuta, l’astuto servitore era in attesa fuori dal convento. Non appena calò il crepuscolo, la badessa uscì guardandosi attorno con circospezione. Ed Arlecchino mise in atto il suo piano:
«Siora badessa!» 

La chiamò sottovoce, avvicinandosi. Lei avvampò.

«Sono il servitore del sior Casanova. Venite con me.»
La monaca con un fil di voce, rispose:
«Mi raccomando, io ho un certo nome, è importante che questa cosa non si sappia…»
«No, no, stase sicura, non lo saprà nessuno…»
“Neanche il mio padrone”, pensò Arlecchino. Che proseguì:
«Per rispetto della vostra persona, il mio signore ha pensato che l’incontro sarà tutto al buio, così che non abbiate a imbarazzarvi.»
«Oh, che pensiero premuroso! Il vostro padrone è proprio un galantuomo!»
Qualche minuto dopo, giunsero alla dimora di Casanova. Arlecchino la fece accomodare nel salotto, poi salì gli scalini a due a due, e si fiondò da Casanova:
«Sior paron, la vostra dama è arrivata! Ma ha una richiesta: sicome che l’è pudica, non vuol esser vista. Non ci dev’esser gnanca una luce, deve esser più buio che sotto le tonache d’una monaca! E non chiamatela per nome, che xè timida!»
Casanova provò ad obiettare, ma Alrecchino insistette che la contessina era stata categorica: una minima luce, e se ne sarebbe andata, ed avrebbe raccontato al padre d’esser stata sedotta. A Giacomo Casanova non restò altro che accettare la richiesta: tirò le pesanti tende e spense tutte le candele. Quando il buio fu completo, il servitore scese di nuovo, ed accompagnò la badessa nell’alcova. Con un inchino, chiuse la porta ed attese di fuori, con un orecchio appoggiato alle assi: poco dopo, dalla stanza iniziarono a giungere suoni inequivocabili. Arlecchino, soddisfatto, si sedette su una sedia ed attese nel corridoio. La tenzone amorosa proseguì ancora per qualche ora, fin quando, poco prima che albeggiasse, la porta si aprì e ne uscì la badessa con le vesti in disordine, ma con un’espressione estremamente appagata in volto. Senza dire una parola, Arlecchino l’aiutò a rassettarsi e la riaccompagnò al convento. Quando giunsero, la badessa prima di accomiatarsi, disse:
«Il tuo padrone è stato davvero un galantuomo, ringrazialo per le sue premure. E tu sei davvero un bravo servitore, tieni: queste son per te!»
E così dicendo, gli allungò due monete, che Alrecchino fu lesto ad intascare.
«Grazie, Siora contessa…pardon, badessa! Grazie!»
E con un inchino, si voltò e tornò lesto a casa. Qui l’attendeva un pensieroso Casanova, seduto sul letto.
«Tutto a posto, sior paròn?» 
Chiese Arlecchino.
«Sì, sì, la contessina è un’amante famelica! Però…»
«…Però?»
«Mah, da come la ricordavo, mi aspettavo che i suoi seni fossero un po’ più sodi, ecco… e le sue cosce più toniche…»
«Lo sapete che le dame hanno mille trucchi per apparir più belle!»
E pensò, senza però dirlo: “e qualcuno lo usate anche voi”. Casanova annuì, poco convinto.
«Allora non pensateci, sior paròn: come si dice, “tutto è bene quel che finisce bene”!»
E soppesando le monete nella saccoccia, Arlecchino si allontanò soddisfatto. 

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Discussioni

  1. Immagino cosa sia successo al buio, tipo la puntata dei Simpson in cui Homer nasconde la pelle in eccesso dopo un intervento di chirurgia che aveva nascosto alla moglie. Invitata a un amplesso al buio da Homer, Margie palpandolo sente la carne che ha tirato con le mollette sulla schiena e pensa sia una coperta… A parte questo fatto di carni più o meno mosce, che mi ha fatto sorridere, hai riportato l’atmosfera all’ “espediente arlecchinesco” tipico delle storie delle maschere. Un’esperienza interessante. Grazie.

    1. Grazie per il commento…e per la dotta citazione! 😁 Ho presente quell’episodio ❤️
      Eh, Homer certe volte è un moderno Arlecchino, con un ingegno al servizio della pigrizia e della cialtroneria

    1. …e grazie per i commenti! Ti segnalo però una funzione del sito: quando selezioni una parte di un testo ti compare una casella di dialogo azzurra con due opzioni: “Segnala erroe/suggerimento” nella parte alta e “Commenta questa frase” nella parte bassa.
      Il “Commenta questa frase” è quello che hai usato tu, si usa solitamente non per segnalare gli errori, ma per citare una frase che in un commento sotto al racconto.
      Per segnalare errori si usa di solito la funzione “Segnala errore/suggerimento”, che invia all’autore un messaggio privato nel quale viene riportato la parola/le parole selezionate evidenziate all’interno di una porzione più ampia di testo per una più facile identificazione.
      Poco male però se hai commentato qua sotto: a parte i refusi, alcuni dei tuoi commenti (e spero anche delle mie risposte) potranno essere utili anche per altri che avranno la pazienza di leggere 🙂

      Ciao!

    1. Idem come sotto 🙂
      Sinceramente non mi risulta che ci sia una regola fissa, ci sono convenzioni, che cambiano da una casa editrice all’altra. Mondadori, ad esempio, se non ricordo male, usa le caporali per i dialoghi diretti e le virgolette alte doppie per il pensiero.
      Proprio come ho fatto io qua. 🙂

    1. Corretta osservazione, e grazie per averlo notato: su questo punto ero indeciso. Però non conosco abbastanza bene la lingua, non ero (e non sono) sicuro di saperlo scrivere correttamente, in veneziano. Quindi piuttosto che scrivre una frase sbagliata, ho preferito lasciarlo in italiano.

    1. Qui il personaggio sta pensando, non sta parlando ad alta voce, e volevo differenziarlo in maniera grafica in maniera che si capisse. Non esiste una regola fissa per rappresentare il dialogo, esistono delle convenzioni che possono cambiare da casa editrice a casa editrice. C’è chi ad esempio usa il corsivo per rappresentare i pensieri, ma io ho preferito non farlo, volendo usare il corsivo già per la lettera. L’utilizzo quindi delle virgolette alte anzichè delle caporali mi permette di far capire che in questo specifico caso il personaggio sta pensando e non sta parlando.

  2. Ben architettato il racconto. Ma, perdono se mi permetto, una poco curata impaginazione e qualche refuso e imprecisione qua e là, mi hanno distratto un pochino.

    1. Ciao Oriana, grazie per il commento!
      E non serve chieder perdono, anzi, siam qua tutti per migliorare (per lo meno, io la vedo così!). I refusi sono i miei terribili nemici, per quanto rilegga me ne scappa sempre qualcuno! Se vuoi segnalarmeli, mi fa piacere! puoi selezionare il testo e cliccare col tasto destro scegliendo l’opzione “segnala errore”. Io rileggerò ancora, ma son sicuro che non li catturerò tutti 🙂 quindi apprezzo ogni segnalazione!

      Per l’impaginazione, a cosa ti riferisci? agli “a capo”? Se ti riferisci a quello, Non sono riuscito a sistemarla: io scrivo su fogli google e poi copio qua, ma non so perchè ogni tanto mi “impazziscono” gli interlinea. Ho provato a sistemare tutto in bozza, ma non mi ha preso le modifiche, quindi alla fine mi son rassegnato.

  3. FANTASTICO! Non saprei come esordire altrimenti, mi è piaciuto davvero questo lab. Ironico e ingegnoso Arlecchino è riuscito a farla a Casanova in persona e allo stesso tempo ad accontentare tutti, per primo se stesso! Ben scritto davvero👏👏

    1. Grazie mille, Virginia!!! 😀
      La rosa e la gondola mi avevano dato due idee, totalmente agli antipodi. L’altra non me la sentivo di provare a trasformarla in racconto, mentre l’ironia è…una cara amica 🙂
      Riporterò i tuoi complimenti ad Arlecchino, allora: è lui quello ingegnoso! Io l’ho convocato sul mio foglio bianco, e lui ha fatto il resto 🙂

  4. Ciao Sergio, ancora una volta mi sorprendi con la tua versatilità. Come altri ho subito pensato alle atmosfere che il Boccaccio era solito descrivere e confesso che l’inganno di Arlecchino mi ha divertita parecchio. Come dicono qua da me (a 30 km da Venezia) “galina vecia fa bon brodo” 😀 😀 😀

    1. Grazie Cristina! Anche se sul veneziano sono un po’ debole, sono andato un po’ a memoria, ho ripescato un po’ di reminiscence… (Ho un po’ di Veneto nel DNA, mio papà era di Cittadella 😉).
      Se hai notato qualche errore, dimmi pure, eh! 😁

  5. Grazie per aver partecipato al Lab Sergio. Complimenti per questo racconto boccacesco davvero divertente, come da tradizione il furbo Arlecchino trova il modo per accontentare tutti e guadagnarci.
    Bella prova.

    1. Ciao @dario-pezzotti, grazie per essere passato a leggere questo Lab! “Boccaccesco” mi piace, rende l’idea (con le dovute proporzioni) 😁
      Mentre scrivevo, me lo sono immaginato portato in scena da Renzo Montagnani 😂