Pensieri sbagliati e parole giuste

Serie: Quello che chiamate perdono


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sveva continua ad essere prigioniera del passato, nonostante le sue amiche e degli incontri misteriosi la spingano in una nuova direzione, quella del perdono.

I pensieri sbagliati fanno rumore, rimbalzano nella testa e reclamano attenzioni. Più una cerca di non ascoltarli e più loro diventano ingombranti. 

Il mio pensiero sbagliato oggi è Roberto, il senso di vuoto che provo non vedendolo. Stanotte è stato male, forse per colpa di un virus o di una congestione. Nulla di grave, nulla che motivi il groviglio dentro di me. Quella che Luigi definiva “sindrome da mamma ansiosa”, mi porta a preoccuparmi in modo eccessivo e a voler tenere tutto sotto controllo. Preferisco darmi questa spiegazione, piuttosto che addentrarmi in territori pericolosi. Non sento la mancanza di Roberto, sono solo preoccupata, proprio come sarei per un altro collega. 

“Tu le bugie le racconti a te stessa, non agli altri.” Una delle frasi di nonna Marcella torna a galla inopportuna. 

Aspiro una boccata di fumo e cerco di concentrarmi su altro, ma non ho fatto i conti con Margherita.

“Per stare così, mandagli un messaggio. Puoi anche offrirti come infermiera.” Sussulto e mi volto, incrociando il sorriso divertito della mia amica.

Sento il mio viso avvampare, ma fingo lo stesso di non capire. “A cosa ti riferisci?” Come se bastasse questo per eludere l’intuito di Margherita.

“Mah, vedi tu. Quale dei tuoi colleghi non è a lavoro oggi?” Come è arrivata se ne va, il suo suggerimento si aggiunge ai pensieri scomodi. Cerco di ignorarlo, di dirmi che non va preso in considerazione. Non posso rischiare che Roberto si faccia strane idee. Eppure, mi ritrovo a prendere in mano il telefono, ad aprire la chat su Wathsapp e digitare qualcosa. Faccio diversi tentativi, ma finisco per cancellare tutto, finché Jennifer viene a reclamare la mia attenzione. 

“C’è la signora Tiscornia per la tinta.”

“Falla accomodare, arrivo subito.” Sospiro e metto il cellulare in tasca.

 “Meglio così” mi dico, ma il pensiero scomodo rimane.

Ore dopo, mentre sono sull’autobus, decido di fare un tentativo. Non sarà certo un “come stai” a complicarmi la vita. Scrivo, provo a inviare, ma arriva un messaggio di Giorgia. “Stasera dormo da Viola, i suoi sono d’accordo.”

Questa è la normalità a cui fingo di essere abituata, eppure, ogni volta che mia figlia trova un modo per starmi lontano io sento spezzarsi qualcosa dentro di me.

All’improvviso, mi sento in colpa per aver provato a scrivere a Roberto. Non mi serve un’altra scusa per farmi odiare.

Il bus si ferma e la signora seduta accanto a me si alza e va verso l’uscita. Prendo di nuovo il telefono, mi sono dimenticata di rispondere a un messaggio di Paola. Oggi è partita per la montagna, starà via tutta la settimana. Mentre scrivo un commento a una foto della Val Gardena , percepisco con la coda dell’occhio che qualcuno si è fermato vicino a me.

“Mi scusi, è libero questo posto?” 

Alzo lo sguardo e una scarica mi attraversa. Fisso incredula gli occhi chiari dietro a degli occhiali metallici, i capelli bianchi e il crocifisso d’oro. Tutto coincide con i miei ricordi. 

“Si sente bene, cara?” 

La mia testa riprende il collegamento con la bocca e mi fa sussurrare:” Sì, prego”. Mi sposto il più possibile contro il finestrino, se potessi uscirei da lì.  La sconosciuta mi ringrazia e si sistema con un po’ di fatica sul sedile. Appoggia il bastone davanti a sé e tira un sospiro.

“Ah, le mie gambe! Non è facile diventare vecchie.”

Io cerco di sorriderle, mentre l’ansia inizia a serpeggiarmi dentro. “Non è lei, Sveva. Non essere stupida, le assomiglia soltanto.” 

“Ma per caso ci conosciamo? Mi ricorda qualcuno.” L’anziana donna mi osserva con attenzione e l’ansia aumenta.

“Mi sta confondendo con un’altra persona.” La mia voce trema lievemente.

“Ah, la memoria fa brutti scherzi alla mia età, mi scusi tanto!” 

Le rivolgo l’ennesimo sorriso e torno a guardare il telefono, voglio evitare una conversazione. Mi ritrovo a scorrere le chat di Wathsapp, Roberto è online. Tutto sommato, preoccuparmi della salute di un collega non è così grave. Devo solo trovare le parole giuste, mantenere le  distanze senza risultare troppo fredda.

“Sembra proprio una questione importante.” 

Sollevo di scatto la testa e incontro gli occhi sorridenti della signora. 

“Come, scusi?” 

La donna fa un cenno verso il mio cellulare. “Non sono molto pratica di quegli aggeggi, ma mi pare che stia scrivendo a qualcuno. La vedo un po’ in difficoltà, deve trattarsi di una faccenda che le sta a cuore.”

Non so cosa rispondere e la sconosciuta fa un’espressione dispiaciuta. “Ha ragione, sono troppo curiosa. Ma sa, quando si è troppo soli, ogni scusa è buona per attaccare bottone. Comunque, stia tranquilla, non riesco a leggere neanche una parola lì sopra.”

“Sto scrivendo a un collega, nulla di speciale.” Forse, queste parole sono rivolte più a me stessa che alla signora.

Lei sembra sorpresa. “Oh, avrei pensato tutt’altro” poi, fa un cenno verso la mia mano sinistra. “In effetti, vedo che porta la vera al dito. È sposata da molti anni?”

Abbasso gli occhi su quell’anello che non dovrei più indossare. Sono stata vicina a scagliarlo da un ponte quando ho scoperto cosa rappresentava, una promessa senza più valore, un amore a cui non riuscivo più credere. 

“Questo, non so perché lo indosso ancora” di nuovo, ho la sensazione di parlare più a me stessa che alla donna al mio fianco. “Mio marito non c’è più.”

La sconosciuta porta una mano alla bocca e con l’altra mi stringe una gamba. “Mi dispiace molto, cara. È così giovane! Posso chiederle cosa è successo?” 

È strano, questo è un argomento che di solito evito di toccare, come se bastasse non parlarne per fingere che Luigi sia lontano, ma ancora vivo. 

“Era in spiaggia, c’era il mare grosso.” Le parole iniziano a uscire e io ho la sensazione di rivivere una scena che mi è solo stata raccontata. “Nonostante tutto, due turiste stavano facendo il bagno. Quando è stato il momento di tornare a riva si sono accorte di non riuscire, la corrente era troppo forte. Il bagnino si è tuffato, ma non poteva aiutare entrambe.” Faccio una pausa e guardo gli occhi chiari della donna, la sua mano torna a posarsi su di me. 

“Si è tuffato anche suo marito.”

“Sì, era un buon nuotatore. Infatti, è riuscito a salvare una delle due donne.”

Non ho pianto quel giorno, all’inizio non volevo neanche registrare come vera la notizia. Luigi era giovane, forte, il mare non poteva aver vinto su di lui. Era un errore, un brutto sogno, un modo per mettermi alle strette. Giorgia aveva ancora un padre, io avrei ancora avuto tempo per perdonarlo. 

La voce della signora mi riporta sull’autobus. 

“Deve essere fiera di lui, è stato un eroe.”

Io faccio un respiro, ho bisogno di raccontare tutta la storia. “Non stavamo insieme in quel periodo. Lui mi aveva tradita e io non riuscivo più a fidarmi, non lo volevo più, anche se lo amavo” un sorriso fa capolino insieme alle lacrime, dà voce a un pensiero scomodo. “Forse, lo amo ancora, è per questo che non riesco a perdonarmi. Volevo punirlo, ma ho condannato me stessa, tutta la mia famiglia e ora non ho più modo di rimediare.” 

La sconosciuta mi prende una mano e la mette tra le sue. 

“Sbagliamo tutti nella vita, cara. Sbaglia chi giura amore eterno e poi se ne dimentica, sbaglia chi non riesce a perdonare e chi lascia andare le occasioni. Ma lo sbaglio più grande è quello di non guardare avanti. L’ amore che c’è stato tra lei e suo marito non è andato perso,ha dato dei frutti. Non si avveleni con i rimpianti o i rimorsi, vada avanti. È questo il modo migliore per perdonare.” Il sorriso della donna si accende di una strana luce, mentre io rimango in silenzio. 

“Le parole che stava scrivendo prima, magari sono quelle giuste. Lei provi, non si sa mai” mi fa una carezza, poi indica la porta. “Dovrebbe essere la sua fermata, Sveva.” Frastornata mi alzo, saluto e mi avvio verso l’uscita. Realizzo in ritardo di  non aver detto il mio nome alla sconosciuta. Mi giro di scatto. “Come fa a sapere come mi chiamo?” 

Lei mi sorride e mi saluta con la mano. “Lei assomiglia tanto a mia nipote.”

Serie: Quello che chiamate perdono


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Discussioni

  1. Ciao Melania! In questo episodio (che definirei fondamentale nella serie) esce la sfumatura magica che cercavo, un po’ alla Kieslowski: somiglianze, coincidenze, sincronicità che potrebbero essere tanto casuali quanto messaggi dell’Universo. Misteri senza nome, non codificati, che se guardati con l’ottica giusta sembrano indicarci una via.

  2. Parole sagge da una donna saggia a cui Sveva dovrebbe sicuramente dare ascolto.
    Come sempre, lo stile è impeccabile e coinvolgente: sembra davvero di star guardando le scene di un film.

  3. Un incontro importante che forse significa per Sveva uno spiraglio che si apre. Non importa se la donna seduta accanto esiste o è solamente un bisogno concretizzato, ciò che conta è che lei comincia a parlare di quello che le esplode dentro. Rimugina e soffre e i sensi di colpa si ingigantiscono. Buttare fuori, invece, ha sempre un significato di catarsi. Mi è piaciuto particolarmente questo episodio così ‘intimo’

  4. L’effetto che ha avuto il tuo incipit sulla mia mascella è stato quello di farmela abbassare leggermente, di farmi sussurrare in francese “minchia che bomba st’inizio”, per poi riprendere la lingua d’oltralpe sul finale, con un elegantissimo “sti cazzi!”.
    Complimentonissimi Melania, premio Bancarella EO

  5. Mi associo a Giuseppe..c’è molta umanità nei tuoi personaggi. Qualsiasi sia la nostra vita, a leggerti ci si ritrova, ci si sente meno soli. Davvero davvero brava.

  6. Ho letto in treno, poi per via della linea persi il commento. Mi piace perché percepisco benissimo le emozioni contrastanti, il senso di colpa e l’equilibrio tra passato e presente. È tutto molto umano.

  7. “I pensieri sbagliati fanno rumore”
    I pensieri fanno rumore, spesso un rumore molto forte. La parola che hai aggiunto, “sbagliati”, è fantastica. Emozionante come hai descritto l’incontro con la sconosciuta.