Pensieri vagabondi 

Mi sento come un cane randagio che da tempo ha perso la sua dimora. L’ asse spazio-temporale non è più lo stesso, sbando, barcollo, ho paura di cadere di nuovo e non c’è nessuna speranza che qualcuno mi aiuti a tornare in piedi. Di nuovo trascorro i pomeriggi da sola, come un cane randagio che ha perso da tempo il suo padrone. Ancora la solitudine si chiama sanguisuga, pronta a rubarmi quel po’ di energia che il caldo torrido mi ha lasciato. Il bar è deserto come la mia anima inaridita. Quante volte dovrò essere punita per essere semplicemente nata in questo mondo portando con me il mio peccato originale? Forse dovrei scomparire, diventare schiuma come la sirenetta. Nessuno mi ha mai voluta e io ho smesso di elemosinare un po’ d’affetto. Sono un’isola deserta dove non si incrocia mai nessuno, ergo nessuno con il quale parlare. La desolazione si è arrampicata fin nello stomaco. Sto pagando per il mio peccato, ho fatto strage di innocenti ma il vero male lo faccio a me stessa perché i peccatori non hanno diritto di espiare le proprie colpe. La mia è troppo grande e non merito perdono. Sono un cane randagio bastonato e sanguinante. Le vecchie cicatrici sono ancora aperte e già si aprono delle nuove. Quello che non ti uccide ti rende solo più forte. Io sono la donna più forte del mondo. Tutti infieriscono senza pietà e io sono troppo debole per difendermi. Ma un cane può difendersi? O deve solo subire le percosse su anima e corpo? So solo che non ne posso più di tutto. Vorrei essere un po’ felice anch’io ma non la merito. Una felicità effimera è ciò che mi merito. Le percosse e le cicatrici sono le mie compagne fedeli. Non ne posso più. Basta, grida qualcosa dentro di me. Non sei un cane, ti hanno solo trattata da tale.

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