Peppi Ciari

Le due donne e il loro malconcio chauffeur avevano ripreso il viaggio verso casa, distante pochi chilometri dalla città capoluogo. La solita urgenza, stimolata dalle birre, consumate pocanzi al Tharros, aveva imposto una sosta improrogabile all’autogrill di Tramatza.

Al centro del piazzale, davanti all’ingresso del bar, un nugolo di persone sembrava aver preso in ostaggio qualcuno che quel gruppo esagitato nascondeva, acclamando il suo nome.

A distanza di qualche metro, il coro di voci fanatiche, appariva confuso. Il nome pronunciato per ottenere un autografo non era del tutto chiaro.

«Peppi!»

«Ceppi!»

«Ciari!»

Il primo dei tre a riconoscere la sua lontana parente, per via dei loro nonni cugini, era stato lui, Peppino.

Quando la ressa di ammiratori, dopo la preziosa firma sui pezzi di carta di ogni genere, era infine calata, anche le due donne avevano identificato la famosa conduttrice e attrice comica loro conterranea, nata e cresciuta nel cuore del Marghine.

«Ciao Giuseppina, come stai?»

Lei lo aveva guardato con una delle sue espressioni più truci, capaci di mettere a disagio anche professori universitari e ministri tristemente noti o altri personaggi che finivano sotto le grinfie della sua satira pungente.

«No t’arregodasa?» (Non ti ricordi?) «Giuseppe sono: tuo cugino, figlio di Allicu. Nonno Franciscu, il babbo di mio babbo, era cugino di tuo nonno Efis. Ti sei scarescia? («…Ti sei scordata?») Là che una volta, quando eri piccola, eri pure venuta al matrimonio di Moana Putzu con Davide Boi, l’amico di Gregorio Pecora, e avevamo giocato impari a mamma cua» («… e avevamo giocato insieme a nascondino.»)

Lei aveva fatto un’espressione più contrariata che sorpresa; poi, ricordando vagamente il nome del nonno e del padre di Peppino, aveva spiegato, con un sospiro, di trovarsi nei guai.

L’autista che la stava accompagnando all’aeroporto, era dovuto tornare indietro per un emergenza. Aveva chiamato subito un taxi, ma a causa di uno sciopero e di una manifestazioni di pastori sulla 131, dubitava che sarebbe potuto arrivare in tempo. E lei rischiava di perdere l’aereo.

«Me lo date voi un passaggio all’aeroporto, visto che andate verso Cagliari? Io devo essere a Milano, in Corso Sempione, prima di sera, per le prove del programma.»

«Quello su Rai 3?» aveva chiesto Susi, che rideva a crepapelle ogni volta che lei, in trasmissione, finiva per maltrattare qualcuno, che appariva impacciato, anziché altero, sul suo piedistallo.

«Io no du sciu… Mi pare mabi di te… Sono mo-molto dispraxu ke fiuda in campusantu.» (« … Sono molto dispiaciuto, come una vedova in cimitero.»)

«Senti un po’ Giuseppe, toglimi una curiosità.»

«Fuedda.» («Parla.»)

«Ma tu parli sempre così?»

«Parlo come mangio: un po’ miscugliato; perché non ti piace la mia addizione

«No, no, anzi: ti vedrei bene anche sulla scena di un teatro.»

«E intza’?» («E quindi?»)

«Beh! Lasciamo perdere quelli della Crusca, ma anche i vecchi mugnai di Gonnosfanadiga, pieni di farina, con te avrebbero qualcosa da ridire.»

«E poita?» («E perché?»)

«Perché qui c’è qualcuno che riesce ancora a parlare in sardo campidanese, oppure – soprattutto la maggior parte dei giovani – conosce soltanto l’ italiano; ma te che lingua parli?»

Peppino era mortificato. Dover negare la richiesta di aiuto alla famosa lontana parente non era facile; nonostante la galanteria non fosse mai stata tra le sue priorità, quel rifiuto lo metteva in crisi. Aveva iniziato a balbettare. «Ma ma ma, no no noi, siamo in…»

«E gne gne gne e gna gna gna; ma insomma, me lo vuoi dare si o no, questo passaggio?»

«Noi siamo già in tre e viaggiamo in camion» aveva spiegato Gi’, a malincuore.

Peppino era perplesso; avevano valutato insieme alcune possibili soluzioni; infine erano ripartiti.

Lui al suo posto di guida, la bella e famosa parente al centro, e Gi’ , la cugina senz’arte né parte, di lato, schiacciata fra la portiera, l’incavo vuoto e l’estremità del sedile.

A Susi avevano riservato la cuccetta in alto, sul retro della cabina.

Scomoda, ma entusiasta di quell’incontro, Gi’ era riuscita ad avere un autografo, due selfie e un numero di telefono. A sua insaputa, mentre la donna appariva distratta a parlare con Pino, era riuscita a girare anche un video, da far schiattare d’invidia le due stronze del terzo piano, che si davano un sacco di arie perché lavoravano alla Rinascente e poi, ogni volta che trasmettevano qualche vecchia canzone di Maria Paperi, nata come loro a Siligo, aumentavano il volume del televisore.

Erano arrivati all’aeroporto di Cagliari-Elmas in perfetto orario. Peppino avanti, spedito, come un furgone Amazon, la parente con i tacchi un po’ a rilento, Susi appresso e Gi’ per ultima, zoppicando, col gluteo sinistro dolorante. Il destro – rimasto troppo a lungo infossato nell’incavo, tra il sedile e la portiera del camion – era talmente rattrappito da non sentirlo più, come se fosse rimasto incastrato lì. Dopo Aver controllato il monitor per eventuali ritardi, erano rimasti in ansia ad aspettare, fino all’ultimo momento dell’imbarco. Sembrava che le sorti del programma dipendessero principalmente da loro. Quando il numero del volo per Malpensa era stato annunciato, le tre donne si erano salutate con un forte e caloroso abbraccio. Susi e Gi’, commosse, si erano asciugate la lacrimuccia e il naso, strofinandosi sulla maglietta, ormai stropicciata e sudaticcia.

Peppino, per sdrammatizzare, con un atteggiamento da maschio alfa, le aveva spronate ad avviarsi verso l’uscita.

«Tocca là! Andaus a pappai.» ( «Su, via, andiamo a mangiare.»)

«Dove ci porti a pranzo?» aveva chiesto Gi’, mentre risaliva sul camion; quando più della commozione, cominciò a sentire forte il brontolio dello stomaco.

«Andiamo a I Sette Colli?» aveva proposto Susi.

«E innu’ esti? S’apparechiu po andai a Roma e’ jai patiu de meda.» («E dove si trova? L’aereo per andare a Roma è già partito da tanto.»

«I sette colli non esistono solo a Roma, Peppino, anche la città di Cagliari è stata costruita sui sette colli, come Lisbona, in Portogallo, e molte altre.»

«E bà!?» («Ma và!?») « E quali verrebbero a essere, questi cuccureddi di Cagliari?» Aveva chiesto lui, scettico.

«Monte Urpinu, Monte Claro, il Colle di Sant’Elia, Tuvixeddu…» Susi aveva avuto un attimo di esitazione.

«Montalo, Cimalo, Puntalo, Vettalo, Poggiolo, Piccolo» aveva aggiunto Peppino, sghignazzando.

Subito dopo a Susi erano tornati in mente gli altri tre:« Il colle di Bonaria, Castello, e il Colle di San Michele.»

«E a te chi te le ha imparate tutte queste cose?»

«Le ho studiate a scuola a memoria, tanto tempo fa, e me le ricordo ancora.»

«Beate voi che siete studiate. Io ero burricu patentato; mi piaceva di più andare al fiume a tuffare. Mio nonno, mi diceva sempre: “Mellus unu burricu o u’ mullu, ke u’ dottori in su baullu” (“Meglio un asino o un mulo, che un dottore nella bara”). E mi hanno mandato a zappare. La terra, però, è troppo in basso e il picco è pesante: allora me ne sono arrivato in alto, fino al cuccuru mannu de su ferru becciu.» («… al grande cumulo del ferro vecchio.»)

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Discussioni

  1. Oltre ad avermi fatta sorridere, ridere, un po’ piangere, meravigliare mi hai portato a spasso per la tua bellissima Sardegna (che non conosco). Mi sa che dopo il viaggio in Giappone, diventerà il mio obiettivo ufficiale.

    1. Ciao Micol, grazie. Quando vorrai venire a visitare la Sardegna, saro` in aeroporto ad accoglierti a braccia aperte. Poter fare un viaggio in Giappone sarebbe un vecchio sogno anche per me.

  2. Come c’è sempre da imparare! Non sapevo proprio la storia dei sette colli, né per Cagliari né per Lisbona.
    Apprendo pure la coincidenza tra il sardo e il francese sul verbo imparare, unsato pure al posto di insegnare. Pensa che in siciliano (quello delle mie parti almeno) è pressappoco il contrario invece: mu ‘nsignai (me lo sono insegnato), invece di l’ho imparato 🙂

    1. Gia`. Non solo leggendo i librick, ma anche scrivendoli, anch’ io imparo sempre qualcosa di nuovo. Anche di Lisbona l’ ho appena scoperto, verificando alcune informazioni per scrivere, fra tante situazioni completamente inventate, anche qualcosa di vero, in questo ultimo racconto con piccoli particolari su Cagliari.

  3. Bello! Leggere l’itagliano alla sarda mi fa sempre ridere. Posso immaginare chi era questa “parente” famosa. In teoria, ma molto in teoria, Cagliari è costruita su 7 colli. Ad essere generosi se ne possono contare 5, per un cagliaritano i veri colli sono solo 3: Monte Urpinu, San Michele e Buoncammino. A questi si aggiungono Monte Claro, Tuvixeddu, Bonaria e la Sella del Diavolo. Comunque sia, mi è paiciuta questa tua idea, un po’ frettolosi i saluti all’aeroporto ma è comprensibile. Adesso che sono a Cagliari, attendo il prossimo episodio con maggiore entusiasmo!

    1. Ciao, i colli su cui fu costruita la citta` di Cagliari, inizialmente, secondo alcuni esperti, pare fossero addrittura nove. Ora ne riconoscono soltanto sette, quelli che che hai indicato anche tu. In realta`, bisogna essere generosi, come dici, perche` sono tutti colli di modeste dimensioni.
      Il prossimo e ultimo episodio sara` la resa dei conti finale.
      Grazie, a presto.

  4. ‘E a te chi te le ha imparate tutte queste cose?’ Beate voi che siete studiate’. Ma da dove le tiri fuori? Esilarante questo episodio dove mi sono divertita a provare a leggere ad alta voce il dialetto. Un disastro 🙂 . E che ritmo veloce e sostenuto hai sostenuto dall’inizio alla fine! Molto brava come sempre e, come sempre, ci lasci con la curiosità.

    1. Ciao Cristiana, grazie. Sai quanto tengo alle tue considerazioni.
      In sardo esiste un’ unica espressione “imparai”, per indicare sia il verbo imparare che il verbo insegnare; quindi chi traduce letteralmente dal sardo all’ italiano, non di rado usa lo stesso verbo.

    2. Oh, sapessi cosa si sente in giro! “Cosa tutto costa” = “quanto costa”, “chi tutto c’è?” = “chi c’è?” e ancora altri da far venire un infarto ai membri dell’Accademia della Crusca!

  5. Grazie Fabius. Non so quanto la simpatica showgirl, nostra conterranea, potrebbe gradire questo racconto ironico, totalmente inventato. Le ho riservato un ruolo secondario e un posto su un mezzo di trasporto non certo adeguato alla sua crescente bravura e popolarita`.

  6. Per ringraziarti dello strappo ricevuto chissà che Geppi non ti inviti nella sua Splendida Cornice? Sarebbe una bella pubblicità. Un saluto a te ai tuoi simpatici amici di viaggio.

  7. Che bello questo incontro, che fa da pretesto per un’altra storia di Peppino! Con buona pace di Geppi, qui ricondotta a personaggio secondario.
    Grazie Maria Luisa, gran bell’episodio, com’è il tuo standard. Per me è diventato un appuntamento immancabile.

    1. Grazie Giancarlo, la tua gentile attenzione e` per me gasolio che fa andare avanti questo camion sgangherato, fino alla sua destinazione finale; ormai manca poco; forse. Il prossimo sara` il trentesimo.

  8. Viaggiare con te è sempre una meraviglia! Persino gli autogrill assumono tutt’altro fascino! A parte i caffè che, in qualunque area di sosta in cui mi sono fermato, fanno sempre schifo. 😂
    Con la descrizione della chiappa sì e della chiappa no mi hai fatto ridere a voce alta!
    Adoro i tuoi viaggi e ormai adoro anche la tua terra!

    1. Averti al seguito di questo viaggio e` per me una gioia, ma soprattutto un onore; spero che vorrai ancora concedermi qualche momento di attenzione quando (molto presto), sarai ricco e famoso.

    2. Tu avrai uno studio dedicato nell’ala est del mio castello, dove all’interno si dovrà obbligatoriamente girare in golf car. Avrai a tua disposizione quattroi maggiordomi modelli di Armani e potrai gestire la tua foresta (vera) incantata, il tuo lago artificiale con mostro OGM incluso (decidi tu che tipo di mostro vorresti…) e un intero capannone di settantamila metri quadri dove passare il tempo in un mondo virtuale creato secondo i tuoi desideri più reconditi.
      Intanto, per ora, vado a pulire la lettiera dei gatti, stendere i miei due stracci sperando che non piova durante la notte altrimenti domattina mi tocca uscire con quella brutta sensazione di cane bagnato sul groppone.

    3. Grazie Emiliano. Ora preparo le valigie: solo i miei abiti da sera migliori, confezionati con le tende di velluto verde, uguali a quelli di Rossella. E poi… “domani e` un altro giorno… si vedra`”.

  9. “era talmente rattrappito da non sentirlo più, come se fosse rimasto incastrato lì.”
    Questa descrizione finalmente trasforma in parole una sensazione che tutti abbiamo provato ma che difficilmente riusciamo ad esprimere. Racconto molto piacevole, come sempre!

    1. Ciao ShanLan, vero: una sensazione fastidiosa o dolorosa, che talvolta abbiamo dovuto o voluto reprimere in silenzio.
      Grazie per aver letto e lieta di averti dato un piccolo momento piacevole.

    1. Anche molte altre citta` d’ Europa e del Mondo. Scrivendo si imparano sempre tante cose nuove. Anch’ io ho letto questi giorni, su internet, i nomi di altre capitali con questa caratteristica.