
PERCEZIONE
Uscendo dalla fredda porta bianca dell’aeroporto mi immersi in un assordante vociare di uomini, donne e bambini.
Stoffe dai mille colori vestivano bancarelle di metallo e ruggine.
Un bambino magro teneva per le mani un pollo con la testa penzoloni e gli occhi vitrei, una scena che in quel momento mi parve agghiacciante. Aveva in bocca un fischietto verde muschio che emanava un suono stridulo, e continuava imperterrito a soffiarci dentro mentre quel povero uccello sballottava colpito dai passi frenetici di quel piccolo sadico.
M’incamminai subito per uscire da quella baraonda, mi faceva soffocare. Nel voltarmi vidi che anche i miei due bambini erano lì, chissà perché mi ero scordato che fossero qui. Mi seguirono senza fare domande, conoscevano bene la mia ansia sociale delle masse.
Mi trovai davanti un edificio spoglio, rettangolare che con le sue linee inutili sembrava uno di quei classici film anni 70 dai colori ancora sbiaditi e tendenti al beige.
Però vigeva il silenzio e la pace.
Un piccolo muretto a semicerchio stava abbracciando un uomo dai capelli neri e lucidi seduto a terra in una coperta di fili intrecciati a formare dei quadrati sfilacciati.
Mi avvicinai curioso e vidi un quadretto parecchio strano.
Quest’uomo dalla pelle color terra bagnata aveva accanto due bambini biondicci e un cagnone bianco e ispido.
Accarezzai immediatamente il cane che felice si mise a pancia in su. Così colsi l’occasione per parlare con gli inquilini del muretto.
Scoprii che l’uomo era semplicemente un uomo stanco. La stanchezza gli si leggeva nelle fitte rughe che circondavano i suoi occhi che parevano pozzi in mezzo ad un campo di fave di cacao. Era stanco di cercare il suo posto nel mondo.
Aveva perso tutta la sua famiglia in un incidente d’auto, era totalmente solo, con il sol ricordo dei suoi due bambini a tenergli compagnia nella mente.
Inizialmente si era riempito la vita delle classiche cose che si fanno per far vedere agli altri che non ci buttiamo giù, che siamo forti, sempre carichi. Un lavoro estenuante, una corsetta tutte le mattine per rimanere in forma, la vita sociale che gli stava sempre più stretta e dove si sentiva sempre estraneo a tutti, come se chiunque fosse lì solo perché la società ci impone di dover stare in mezzo alla gente e fare ciò che devi fare perché “io alla tua età..”
Una mattina si è svegliato ed è partito, solo con ciò che aveva addosso, i documenti necessari a prendere un aereo e i soldi per un biglietto, il primo volo disponibile per Ovunque.
Arrivato in questo Ovunque ha conosciuto questi due bimbi, non sa chi siano ma ogni giorno vanno a trovarlo per leggergli un racconto, senza pretendere nulla da lui.
Poi quel cane, quel cane che non lo lascia per un secondo da quando gli ha offerto un pezzetto del suo pollo. Quel cane alla quale ha deciso di non dare un nome, non capisce perché l’uomo abbia il bisogno di etichettare ogni cosa.
Così mi sedetti in mezzo al muretto che ormai era diventata casa mia, mi misi sotto la coperta di quadrati colorati, abbracciai il mio cane ispido senza nome e stetti ad ascoltare le storie che quei due bambini ogni giorno venivano a raccontarmi, così mi sentii finalmente al mio posto, nel mio ovunque con il mio fischietto verde muschio.
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Credo sia la prima volta che ci incrociamo. È importante la prima volta.
Ti faccio i miei sinceri complimenti innanzitutto per l’idea, bella, originale, soprattutto sviluppata e portata a termine con successo, secondo me: le percezioni. Per nulla facile.
Bello lo straniamento, perfetto il finale che, proprio in ragione della straniamento, rimette in ordine le cose collocando il tutto nel suo spazio.
Significativo, a tratti poetico.
Mi piacciono gli esperimenti, non dimentico mai di lanciarmi in qualche avventura narrativa per rispetto delle lettrici, dei lettori.
Bello, rinnoviamoci, ultimamente vedo troppa ripetitività nelle serie. Scriviamo storie sempre diverse o diventeremo come quelli che “io, alla tua età…”.
Giada continua così, ti seguo.
Ciao Roberto,
sono nuova su questo sito! Nuova anche nella scrittura di racconti, quindi qualsiasi complimento, critica e consiglio sono ben accetti!
Ti ringrazio tanto per il tuo commento!
A presto 🙂
Ciao Carlo,
Ti ringrazio tanto per queste parole 😄
È il primo racconto che scrivo, li ho sempre e solo immaginati nella mia testa!
Un viaggio introspettivo incredibile, sembra quasi un sogno. Mi è piaciuto anche lo stile, fluido ma che in certi passaggi hai rallentato per descrivere efficacemente alcuni colori o oggetti particolari, come gli occhi che sembrano un pozzo in un campo di fave di cacao, veramente un’immagine bellissima. Bello!
Ciao Carlo,
Ti ringrazio tanto per queste parole 😄
È il primo racconto che scrivo, li ho sempre e solo immaginati nella mia testa!
Molto intenso questo racconto. L’io narrante sei tu?
Ciao 🙂
Si sono io
Ho messo molto di ciò che ho dentro in questo racconto, ovviamente con i giusti limiti.
Volevo dare il senso d’incontro con se stessi anche quando non riusciamo più a sentirci.
Quando perdiamo la consapevolezza di chi siamo e dove siamo arrivati nella nostra vita.