Perché continuare

L’aria dietro la porta del bagno è fredda, statica. Il tempo scorre anche lì, ma ora in modo diverso. Qualcuno ha raccolto le sue forze e sta spingendo la schiena contro un muro gelido, quasi a volerlo sfondare per scoprire cosa si cela oltre il cemento, come se non lo sapesse; si dondola più volte mentre, con gli occhi chiusi, unisce i puntini scoppiettanti che compaiono subito dopo la chiusura delle palpebre. Quei puntini delineano un percorso intrapreso da due decenni, partito da un atto involontario; il primo disagio nell’essere espulso da quello che era stato il suo luogo sicuro per tanti mesi. Mostrano una vita qualsiasi, che chiunque avrebbe potuto avere eppure, per un motivo o per un altro, è toccata proprio a quella persona. Creano forme spezzate e grigie che richiamano alla sua mente pensieri contrastanti. Si chiede se sia giusto ciò che sta per fare: porre fine a quella vita che vede nei puntini che sta unendo come avrebbe fatto un bambino curioso. Ciò significherebbe non poterli più unire, negare a quel fanciullo interiore un gioco che ha sempre trovato divertente e stimolante; significherebbe non avere più la possibilità di scoprire, comprendere, meravigliarsi, emozionarsi, innamorarsi dell’universo e delle sue splendide forme. Smetterebbe di far sue tutte le cose che ha ritenuto più degne di diventare parte di sé. Eppure sarebbe così semplice passare la lama sulla pelle imprimendo poca forza e in alcuni istanti far cessare tutto, dire addio alle sofferenze, alle ingiustizie, ai dubbi, alle paure. L’ansia di sentirsi soli nei momenti più carichi di tristezza che non si riescono a condividere con gli altri, perché probabilmente nessuno potrebbe comprendere davvero; beh, tutto questo diventerebbe qualcosa che è stato e che non potrà essere mai più. “Forse il gioco non vale la candela”, riflette tra sé e sé, mentre sforza le gambe addormentate per rimettersi in piedi. Riaprendo gli occhi prova fastidio per la luce soffusa della lampadina e si copre velocemente il viso, cercando a tentoni l’interruttore per spegnerla; subito dopo averlo premuto accenna un tremolante sorriso nervoso, nell’intimo buio della stanza, compiacendosi per aver deciso che non è questo il giorno.

Ormai è notte fonda e la testa è inesorabilmente attratta dal cuscino in un amalgama di amore morboso. Adesso i puntini che unisce sono meno opprimenti, ha superato un nuovo giorno, una nuova prova; qualcosa è cambiato o magari anche no, dopotutto sta ancora giocando come farebbe un bambino. Adesso le forme non hanno gli stessi spigoli che avevano prima e, anzi, assumono anche colore; forse è già un sogno. Magari uno di quei sogni in cui si può fare tutto ciò che si vuole, ed esperire la piena libertà arrivando a provare soddisfazione nei confronti di se stessi. Un sogno in cui davvero non importa cosa è stato vissuto fino a quel momento, perché la cosa fondamentale è creare: ora una vita, ora una città, un mondo, un universo. Mettere in moto il cervello per fargli sfruttare tutti i legami che il corpo instaura con l’esterno, metabolizzandoli e trasponendoli come un meraviglioso film interattivo sulla propria vita. Se tutto sembra andare a rotoli, rifugiarsi nei sogni può essere un’ottima valvola di sfogo; la parte difficile arriva al risveglio quando, nonostante il disagio nell’abbandonare il proprio luogo sicuro, bisogna continuare a essere meravigliosi e unici, in qualsiasi modo, in questo immenso viaggio di sola andata in cui ci troviamo tutti. In cui tutti condividiamo parole, sensazioni, ricordi, gesti, emozioni. Un viaggio che, nonostante tutto, vale la pena d’esser vissuto.

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Discussioni

  1. Ciao Carmine, questo racconto è un bel messaggio di speranza, uno scorcio buio illuminato da un raggio di luce. Mi è piaciuto, c’è molta introspezione ?