Perché mi hai abbandonato?

Serie: Carenze a fettine


Sta delirando. Il mio vecchio padre è sul letto di morte dell’ospedale, nei suoi ultimi istanti di vita, nel rito di passaggio che lo condurrà alla vita eterna o a quella che non c’è.

Io sono di fianco a lui mentre gli stringo la mano con vigore ma anche con rabbia. Lo guardo e gli sussurro parole con un certo impeto silenzioso.

Il mondo è fermo alla stazione tra ciò che nasce e ciò che muore, come il sole sorge di giorno e decide di scomparire la notte dietro l’orizzonte. La stanza fredda, buia e grigia. Due occhi che scintillano, i miei.

“Non mi hai mai creato. Non ci sei mai stato. Io sono nato dal vuoto che portavi dentro di te e sono cresciuto dovendo imparare da altri e poi soprattutto da me stesso come vivere. Perché lo hai fatto? Perché, vecchio succhia cazzi di merda hai permesso che io fossi così? Mi hai distrutto senza mai crearmi! Non mi hai mai dato il tuo amore…”

L’aria manca, manca sempre quando le cose si fanno sottili, si sente la sua mancanza nell’immobilità delle cose ormai perdute, nell’immobilità che paradossalmente porta anche altrove. Manca il respiro della vita che non mi è stato dato, sono mancate le ali date da un padre che mi insegnassero a volare e così sono solo caduto tante e tante volte, sempre più in basso, nelle profondità delle tenebre dove sento di essere. Quando muore lui morirò anch’io invece di sentirmi libero dalle sue catene invisibili, io sarò distrutto ed ecco che penso a cosa possa essere un angelo caduto, un povero Cristo dimenticato e abbandonato dal padre.

Nati senza mai una vera figura maschile che ci insegni a divenire uomini noi stessi. Abbiamo davvero bisogno di un maestro per diventare maschi.

Un uomo solo è colui a cui è mancato il soffio creatore della divinità e che, rimasto in fondo all’abisso, ha dovuto, da solo, tentativo dopo tentativo, in una sofferenza interminabile di prove ed errori, imparare ad arrampicarsi sulla lunga scala piena di chiodi della vita per poi buttarsi dalla cima cercando di volare da solo sperando di non cadere. La metafora di Icaro. Adamo. Cristo. Il Budda stesso. Molti muoiono sfracellati, divorati dallo stesso soffio divino che doveva portarli verso l’alto.

Bastardo. Non ci sei mai stato quando avevo bisogno di te. Non ci sei mai stato neanche quando la mamma è morta di cancro, non hai mai neanche saputo cosa avesse. Non ci sei mai stato per insegnarmi cosa volesse dire stare con una donna o semplicemente per tirare un calcio al pallone per vedere dove poteva arrivare” 

 

Al di là del giardino dell’Eden.

L’infermiera in camice bianco mi passa a fianco, sfiora il letto velocemente, uno sguardo di preoccupazione.

Lurido. Figlio di puttana. Hai lasciato morire tuo figlio perché non gli hai insegnato la vita e neanche te ne sei mai preoccupato…”

I battiti della frequenza cardiaca vanno sempre più lenti, un piccolo schermo rosso segna i picchi con dei bip che diminuiscono di ritmo man mano che passano i minuti.

Io… Io… Ti ho odiato per la vita intera, non sono mai riuscito a chiamarti papà, non ci sono mai riuscito.

Ma adesso sta esalando l’ultimo respiro. Delle lacrime scivolano via dai miei occhi, lascio andare lentamente la sua mano, sento la sua e la mia debolezza che scorre in un flusso univoco. Sento che un uomo, l’uomo che doveva insegnarmi a essere uomo a sua volta mi ha abbandonato.

“Ma… Io… Io mi vendicherò.”

Non riesco a pensarlo con convinzione. In quel momento in cui c’è il passaggio liminale tra ciò che prima era vivo e ciò che dopo è morto, non sono più sicuro di nulla. Crollano tutte le mie certezze per ricomparire solo fuori dalla porta. Mi alzo senza riuscire più a guardarlo e cammino via veloce dalla stanza.

Grido: “Infermiera!”

Appena esco mi fermano alla reception dell’ospedale. Mi è stato lasciato un biglietto, lo prendo, lo apro e leggo queste parole:

“Signor A. B. Siete pregato di presentarvi al commissariato per una breve indagine che stiamo seguendo e vorremmo porle alcune domande. Commissario C. Carnival del reparto omicidi di R.”

 

Un brivido freddo mi corre lungo la schiena e continua a scivolare lungo il pavimento come una scossa elettrica.

Serie: Carenze a fettine


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni