Perché non si sa mai

Mio caro odiato amore,

(ci va la virgola?)

adesso ho paura e non voglio perderla, lei, lei, la paura, mi condurrà da te.

E se fossimo gli istanti saremmo veloci come immagini che passano sulla lavagna a scarabocchiare il nero.

Te le ricordi le vigne? Noi ci mettevamo il mare, come una foto ritagliata al posto dei filari, spiccava tanto quell’azzurro e la mia gonna volava sulla carta fino a uscirne. Immagina.

Non dormo da venticinque anni, perché se dormo lo faccio con te. E se per correttezza raddoppio, non dormo da cinquant’anni. Lo sai?

Ancora non mi odi? Come fai? Vorrei essere quel momento, sì quello in cui smetterai di r-esistere. Hai il mio ceffone sul volto, ti è rimasto incollato, sotto c’è un piccolo bacio, si vede in trasparenza, ma che ti frega? Nessuno vede. Io sì.

C’era la biancheria di lino sul letto, i riccioli ricamati sparsi, l’odore di lavanda, il candore della luna a supplicarci. Sembrava il giaciglio delle bambole e tu mi amavi di labbra oscene. Mi vergognavo un po’. Però era bello e ti volevo, ti volevo!

Tutto è lontano, sì, ma così vicino che più non si può. Quando arriva?

Stai lì a muoverti sconosciuto, andato chissà dove dalla nostra porta aperta (dov’erano le chiavi?),sembri il futuro del nostro passato, bilancia il passo e vieni, è tutto spalancato, io non ho mai chiuso quella porta.

Se ci fai caso tutto questo è solo nostro.

Sì, la tua vita coincide sempre con la mia, con quello che di me vedi, e se non mi vedi tu non vivi, e se non ti vedo io non vivo. Appaio e basta, come un getto di luce, lo spruzzo d’un secondo e tu accogli le piccole stille di me e ne fai germogli, poi lo spruzzo lo mandi tu, a me. E avanti così. A colpi d’odio. Perché le schegge di noi sono milioni e noi dobbiamo assemblarle tutte, fino a renderle il pezzo unico e unito che siamo stati, che saremo.

Tu sei un incubo, il mio. Io sono il tuo. Dimostrami che esisto. Fammi attraversare dal tuo dardo, il filo indistruttibile che ci ha legati. L’insinuazione che si è posata nel nostro primo abbraccio. Abbiamo passato pochi anni senza trovarci. Quindici. Poi ci siamo sempre stati, come la radice che scava la terra e non la molla. Mai. Adesso non vedo il filo, è immerso, voglio sentirlo, anche sul collo, come il tuo fiato di latte. Una cosa così bella non merita occhi distratti, lo sai? Se mi attraversi mi tocchi, ti tocco.

Guarda. Guarda le nubi. Hanno la forma che noi vogliamo, sono liquide, riempiono bicchieri, tasche, otri e anche occhi, siamo pieni di nubi tra le ciglia, vulnerabili, con i pugni pieni di vapore bianco che cola giù, qui, dove sono possibili tutte le cose impossibili.

Senti, senti i nostri poveri occhi. Non sanno più dove andare a frugare, loro gridano iridi e colori, ci si piantano addosso, passano dal petto e su fino alla gola, per restare chiusi nella voce, a spezzarla, a martoriarla, rendendoci muti e doloranti. 

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Discussioni

  1. Il tema dei sentimenti contrastanti lo abbiamo vissuto tutti, sulla nostra pelle prima ancora (credo) che sulle pagine della letteratura. In questo caso, almeno, il conflitto dei sentimenti è affidato al ricordo, sollevando la protagonista, se non altro, dall’onere di fare delle scelte. Ma ci sarebbe stato poco da scegliere: ci si abbandona sempre e comunque all’inseguimento cieco e autolesionista di un sentimento che talvolta non supera la prova del tempo.

  2. “Mio caro odiato amore,(ci va la virgola?)”
    Qui c’è un doppio ossimoro: caro/odiato e odiato/amore. Cioè, è come trovare un quadrifoglio. In merito alla virgola: bella domanda. Mio caro, odiato amore non sarebbe male, ma spezzerebbe la catena di contrasti 😃

  3. “Però era bello e ti volevo, ti volevo!”
    In nessun altro LibriCK di quelli letti finora mi è capitato di imbattermi in questo stile in cui una la ripetizione diventa forza espressiva. Questo insistere sulle parole, ripetendole, enfatizzandole, conducendole fuori da consueti e scolastici percorsi narrativi, dona loro una poetica e una potenza vibrante.

    1. Grazie per aver colto le mie sfumature Tiziano, questo fa parte dello stile, di quella che sono e per come assorbo quel che “vivo” mentre scrivo: è come immergersi in acqua e tenere il fiato, in quegli istanti fuoriesce l’anima, forse le emozioni più intense, forse la rabbia, forse l’amore. Poiché odiare è anche amare. Ecco che la coltre emotiva si allarga e spezza la scorza, basta lasciarsi andare. Un consiglio che do a molti autori, da qui nasce la “penna personale”. Dell’amore, dell’odio, della vita, è già stato detto tutto, ma ognuno di noi può farlo con l’inchiostro che ha dentro.