Perso
Perso, maledizione, si era proprio perso, come un cretino! Non ricordava neppure come aveva fatto a lasciare il sentiero principale, era successo e basta.
Mai nei 35 anni della sua vita gli era accaduta una cosa simile, cazzo!
Continuava ad alzare ed abbassare il suo cellulare nella speranza di recuperare un po’ di segnale, ma nulla, il bosco era talmente fitto che sicuramente le onde elettromagnetiche del ripetitore più vicino non riuscivano neppure ad insinuarsi.
Piano piano il panico iniziò ad impadronirsi di lui, l’oscurità si stava avvicinando ed aveva sempre più chiaro il fatto che nessuno lo avrebbe trovato, se non forse la mattina successiva quando le squadre di ricerca, allertate da sua moglie, avrebbero potuto addentrarsi nella foresta in tutta sicurezza.
Fin da bambino aveva sentito dire che di notte i boschi sono popolati dalle creature più terribili: mostri, fantasmi, spiriti maligni e vampiri assetati di sangue!
Ovviamente non credeva a quelle fandonie, ma comunque il pensiero di trovarsi faccia a faccia con qualche bestia affamata lo stava facendo agitare parecchio.
Le gambe gli tremavano talmente tanto che dovette appoggiarsi al tronco di un albero per non cadere a terra.
Non aveva dietro neppure una torcia, se non quella del cellulare che sarebbe durata davvero poco, e di accendere un fuoco non se ne parlava neppure: senza un accendino non sapeva neppure da che parte rifarsi.
Decise di cercare un posto riparato dove trascorrere la notte, magari il tronco vuoto di qualche albero o una buca naturale nel terreno; avrebbe cercato di stare il più possibile fermo, ascoltando i suoni del bosco pronto a darsela a gambe in caso avesse udito qualcosa di simile ad un ruggito.
Si infilò in un anfratto naturale e si mise ad ascoltare i suoni della foresta poi, dopo essere caduto in un vigile dormiveglia per un tempo che non seppe calcolare, decise di riprendere il cammino sperando di ritrovare miracolosamente il sentiero principale.
Camminò lungo quello che gli pareva un sentiero battuto facendosi luce con la torcia del cellulare, sotto i piedi poteva sentire le sconnessioni del terreno e gli schiocchi dei rami che spezzava con i suoi scarponi da trekking.
Giunse ad una radura proprio mentre albeggiava, si rese conto che adesso il sentiero era in salita poiché camminando il piede fermo era sempre quello più basso, davanti a sé scorse le linee scure ed inconfondibili della cresta di una montagna dalla quale il sole iniziava a fare capolino con i suoi raggi dorati.
Improvvisamente sentì cedergli le gambe, qualcosa di spaventoso iniziò a farsi strada prepotentemente nella sua mente: conosceva quel luogo!
Ne era sicuro, non avrebbe saputo dire il perché, ma quel sentiero in salita, quella montagna e perfino i raggi del sole nascente gli erano familiari e, cosa peggiore, lo terrorizzavano.
Qualcosa di terribile stava per accadergli, cercò di fare mente locale: quella situazione era l’anticamera di un lungo e doloroso viaggio che lo avrebbe condotto nei meandri della sua coscienza, lo percepiva, lo sapeva, ma non avrebbe saputo spiegarne il perché.
Ormai nel panico più totale rimase fermo per un lungo istante, poi decise di accelerare il passo; sarebbe salito il più possibile in alto ed avrebbe atteso i soccorsi, doveva assolutamente evitare il peggio.
Proprio mentre stava per incamminarsi il sangue gli si gelò nelle vene: all’improvviso seppe quello che stava per accadere, lo seppe ancor prima di udire il tremendo ruggito che risuonò fra gli alberi, talmente spaventoso da bloccargli tutti i muscoli del corpo; avrebbe voluto fuggire, ma le gambe non rispondevano più ai comandi del suo cervello.
Davanti a lui una specie di pantera maculata, con occhi rossi e denti aguzzi bianchissimi stava ringhiando orrendamente, probabilmente in attesa di saltargli addosso per sbranarlo.
Fece per voltarsi, ma un’altra bestia feroce gli si fece incontro; pareva un leone, ma molto più grande e il suo ringhio faceva tremare la vegetazione circostante tanto era profondo.
Si voltò ancora verso l’unica via di fuga rimasta libera, ma non fece in tempo neppure a fare mezzo passo che un’ enorme lupa, magra ed emaciata, con un ghigno orripilante gli si parò davanti sbavando, pronta a spiccare un balzo per azzannargli la gola.
Terrorizzato, con il cuore che gli batteva all’impazzata, pervaso da un senso di vuoto all’improvviso capì!
Razionalmente non poteva accettarlo, continuava a ripetersi che era impossibile, che una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere nella realtà, che probabilmente era soltanto un brutto incubo, ma sapeva bene che il risveglio non sarebbe mai arrivato.
Chiuse gli occhi in attesa degli eventi, e quando li riaprì vide davanti a sé una figura eterea, vestita di un lungo mantello chiaro che lo osservava benevolmente.
Aprì la bocca e quelle parole, parole che aveva letto e per le quali si era emozionato centinaia di volte, gli uscirono naturalmente, le sentì mentre gli scorrevano via dalla gola, parole che segnavano l’inizio di un lungo viaggio.
Le pronunciò con voce tremante, poco prima di svenire:
-“Miserere di me, qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
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Un gradevole omaggio alla Divina Commedia. Un’idea simpatica e piuttosto originale.
Molto drammatico!…