
Pezzi di bambola
John Washington si accese una sigaretta.
L’odore di pioggia era denso nell’aria e lui guardava un punto fisso davanti ai suoi occhi, poggiato allo stipite della porta sul retro di casa sua.
Cercò di scacciare via i suoi pensieri, avvertendo il piacevole bruciore in gola provocato dal tabacco.
“John…”
Si voltò, sentendosi chiamato.
Sua moglie Helen comparve dalla penombra della cucina.
“Arrivo.” Le rispose, gettando il mozzicone sul patio.
Di solito usava un posacenere e istintivamente si disse che non era quello il modo di disfarsi delle sigarette.
Non che fosse così importante in quel momento.
Fu solo un suggerimento improvviso del suo cervello, bisognoso di normalità.
“Al diavolo…” Mormorò, rientrando in casa.
Percorse il corridoio che dalla cucina conduceva verso il soggiorno, mentre lottava contro i tiri mancini dello stress.
Continuava a vedere quelle scene continuamente:
I lampeggianti blu e rossi della pattuglia parcheggiata fuori casa, proiettati sulle pareti…
Il cigolio metallico della barella, con sopra il corpo di sua figlia May coperta da un telo bianco, trasportata fuori da due paramedici…
Voci confuse…
Sguardi indiscreti dei vicini radunati in strada, nel tentativo di sbirciare all’interno…
Le domande di due detective…
Lo spettacolo è finito, avvoltoi…Pensò, trovandosi di colpo nella penombra del soggiorno.
Sua moglie Helen aveva infilato il cappotto e lo guardava silenziosa.
“Hai preso tutto?” Le chiese.
La donna annuì, sollevando un borsone nero, appesantito da qualcosa all’interno.
“Dov’è Michael?” Domandò ancora.
“Ci aspetta in macchina.” Rispose la donna.
La coppia uscì richiudendosi la porta alle spalle, avviandosi lungo il vialetto verso la loro auto, parcheggiata fuori dal garage.
Michael, il loro secondo figlio, fece capolino dai sedili posteriori ed osservò i suoi genitori tenendo la bocca aperta, che appannò il vetro, nella sua solita espressione di viva curiosità.
“Dove andiamo?” chiese, quando Helen e John entrarono in auto.
Helen non rispose.
John intervenne dicendo: “A trovare una persona.”
Poi mise in moto e inserì la marcia, uscendo lentamente dal recinto di casa e immettendosi sulla strada principale, della bella zona residenziale dove vivevano da dieci anni.
“Chi andiamo a trovare?” Chiese allora Michael.
John si voltò per un istante verso sua moglie, la quale guardava fuori dal finestrino completamente assente.
L’uomo inquadrò il figlio attraverso lo specchietto retrovisore:
“Perchè non cerchi le auto rosse, Mike?” Gli suggerì.
“Ok…”
Il bambino si voltò verso il finestrino e iniziò una scrupolosa osservazione dell’esterno.
Era il suo gioco preferito.
A Michael piacevano le macchine, specialmente quelle sportive e rosse.
Quando erano fuori casa, lui contava tutte le automobili corrispondenti alla descrizione che riusciva a scorgere.
Dopo circa venti minuti, parcheggiarono davanti a una palazzina bianca di tre piani e scesero dall’auto.
John sfilò il borsone nero dalle mani di sua moglie: “Dalla a me.” Le disse.
La donna annuì silenziosa e prendendo la mano di suo figlio si avviò verso l’entrata.
John invece esitò ancora per qualche istante, guardandoli allontanarsi. Senza pensarci, aprì il borsone e gettò un’occhiata frettolosa all’interno.
Un brivido gli percorse la schiena.
Richiuse la zip e si apprestò ad entrare anche lui.
La sala d’attesa era vuota, fatta eccezione per la segretaria sulla quarantina, che li aveva fatti accomodare e che poi aveva iniziato a scrivere al computer.
La famigliola si guardava attorno, seduta su un grande divano blu cobalto.
Passarono ancora dieci minuti e infine la porta in fondo al corridoio si aprì.
“Signori Washington…” Un uomo elegante si affacciò invitandoli ad entrare: “Prego…”
Fecero l’ingresso in un ampio ufficio dalle pareti beige e una moquette leggermente più scura.
L’uomo strinse la mano ai due adulti.
“Buongiorno Dottor Calver.” Lo salutò John.
Lo psichiatra inquadrò il piccolo Michael: “Ciao ometto.” Lo salutò, sorridendo.
“Ciao…”
Il bambino notò alcuni giocattoli disposti su un tappeto verde, in un angolo della stanza.
“Vuoi provarli Michael?” Gli domandò Calver, con voce pacata.
“Posso?” Domandò esitante il bambino, guardando i genitori.
“Certo che puoi, vai pure.” Li anticipò il dottore.
Il bimbo mosse il primo passo incerto, ma subito dopo proseguì felice verso quel piccolo angolo di paradiso.
Lo psichiatra esortò i genitori a prendere posto.
John Washington poggiò il borsone a terra: “Le abbiamo portato quello che ci aveva chiesto.”
Il dottor Calver spostò lo sguardo verso il borsone e annuì. Poi chiese loro: “Come avete trascorso la settimana?”
John si voltò verso sua moglie.
Helen abbassò lo sguardo avvertendo le lacrime inumidirle ancora gli occhi.
“Ho lavorato molto…” rispose il marito: “Helen si è occupata di tutto il resto, come sempre.”
“Michael come sta?”
Entrambi i genitori si voltarono verso il figlio che giocava tranquillo.
“Direi…Bene.” Rispose John, a disagio.
“Cosa ha detto quando hanno portato via il corpo?”
“Non abbiamo potuto parlarci subito.” Ripose John: “Abbiamo riposto alle domande dei detective. Lui è rimasto in camera sua, finché non sono andato a trovarlo.”
“Mi ha chiesto i pancake.” Intervenne Helen con lo sguardo fisso nel vuoto.
Lo psichiatra si voltò verso di lei: “Cercare conforto nella normalità può essere una riposta a quello che è accaduto. Non dovete dimenticare che è stata un’esperienza profondamente traumatica anche per lui.”
Helen si asciugava il pianto con il fazzoletto in una mano mentre con l’altra stringeva la mano del marito.
“Com’era il rapporto fra loro due?”
“Non giocavano molto insieme. Ma direi che erano…Sereni.”
Lo psichiatra annotava le loro riposte su un quaderno.
“Mi scusi dottore, ma a che serve tutto questo?” Domandò Helen, ansimando in bilico tra il dolore e la rabbia crescente: “Che cosa ci facciamo qui?”
“Cerco di aiutarvi.”
“E come?” Insistette la donna: “Costringendoci a rivivere quest’incubo? Come se già non lo facessimo ogni istante…”
Helen Washington si soffiò il naso ed aggiunse con un sussurro colmo di dolore: “Ha visto com’era ridotta la mia bambina…”
John Washington tentò di calmarla: “Helen…”
“Non fa niente.” Intervenne lo psichiatra: “Anche questo fa parte della terapia.”
Helen non riuscì più a trattenersi e cedette singhiozzando, mentre il marito le circondava le spalle con un braccio.
“Ci dica cosa fare dottore” Disse John: “La prego.”
“Non è facile sapere cosa fare in questi casi, John.” Osservò Calver: “Helen ha perfettamente ragione, avvertendo l’inutilità nel parlare ancora di quello che è successo. Credetemi, è difficile da digerire anche per me. Io ho potuto ripercorrere l’accaduto attraverso le foto e i rapporti della polizia e posso solo immaginare i vostri sentimenti alla vista di May in quello stato.”
Calver si alzò in piedi e fece il giro attorno alla scrivania, avvicinandosi ai due genitori.
“Il nostro compito ora è aiutare Michael ad elaborare tutto quanto, anche se sarà un percorso lungo.”
Lo psichiatra poi indicò il borsone: “Posso?” Domandò a John.
L’uomo annuì e aprì la chiusura lampo.
Calver diede un’occhiata all’interno e, tra vari giochi e vestitini, scorse quelle che erano delle parti del corpo di una bambola.
La testa lo fissava con gli occhi semichiusi ed era leggermente annerita per gli anni di gioco intenso fra le mani di una bambina spensierata.
Lo psichiatra provò un senso di orrore.
In un istante rivide le immagini del corpo di May Washington, allegate ai referti e gli sovvenne immediatamente la similitudine con le condizioni della bambola in quella borsa.
“Erano in camera di Michael?” Domandò senza distogliere lo sguardo dai pezzi del corpicino di plastica.
John annuì.
“D’accordo…”
Lo psichiatra infilò le mani in tasca e si avvicinò lentamente al bambino che giocava placido sul tappeto verde.
Si inginocchiò di fianco a lui e disse: “Ciao Michael.”
“Ciao.” Rispose il bambino, senza distrarsi dalla torre di mattoncini che stava per ultimare.
Helen e John osservavano la scena rimanendo seduti.
“Tu sei un bambino molto intelligente, lo sai?” Proseguì il dottore.
“Lo dice sempre anche il mio papà.”
Quella frase, trafisse John al cuore.
“E sai anche perché sei qui con i tuoi genitori, non è vero?”
Il bambino pose un mattoncino dalla forma piatta in cima alla torre per formare il tetto: “Si tratta di May…” accennò a bassa voce.
“Indovinato.” Disse Calver: “Devo farti un’altra domanda ora Michael, posso?”
“Mh-mh…” mugugnò distratto il bambino.
Lo psichiatra si voltò per un attimo verso i genitori e poi chiese al piccolo:
“Perchè hai ucciso tua sorella?”
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Ciao Daniele, confesso che anch’io avevo immaginato il coinvolgimento del piccolo. Ma questo, solo grazie alla tua abilità di fare “visualizzare” al lettore tutti i dettagli, comprese le sfumature. Mi unisco a Sergio, questo incipit potrebbe dare vita a una storia molto interessante, che mi piacerebbe seguire
Grazie mille Micol! E sia! E vi confesso che avete ragione tu e @sergiosimioni, credo che potrebbe essere l’inizio di una storia più grande e complessa. A presto!
Devo dire che ad un certo punto ho iniziato a sospettare di Michael, non so perché. Forse, proprio perché non era prevedibile, ed aspettavo il colpo di scena. Forse per il modo in cui l’hai descritto, calmi, distaccato..
Questo racconto sta in piedi da solo, come storia autoconclusiva, ma potrebbe essere anche l’incipit per qualcosa di grosso 😁
Grazie mille Sergio! Mannaggia ora mi hai messo in crisi!!!
😱😱😱
Perché!? 😄