Pietà 

Qualcosa di soffice mi carezza una gamba. È un istante, ma mi si accende il cuore di tenerezza. Non distolgo lo sguardo dal lavello e dallo strofinaccio con cui sto asciugando le stoviglie. Ehidico soltanto. 

Lui si volta (è stata la coda a sfiorarmi), alza gli occhi marroni su di me per un momento e poi mi annusa soddisfatto. Un fresco soffio, umido e spugnoso, sulla mia caviglia. Le sue orecchie si alzano, il respiro si fa più svelto e si mischia ad un fievole guaito. Vuole che lo porti fuori; mi domando se abbia intuito che oggi non andrò al lavoro. Gli lancio un bacio da lontano con le labbra, mentre riordino tazza e posate nella credenza.

Per togliere ogni dubbio su quale sia la sua richiesta, Serafino trotterella fino al portoncino d’ingresso, si mette seduto e mi guarda. D’accordogli dico andiamo.Lasciato lo strofinaccio, vado a prendere il guinzaglio. In questo momento, con ogni probabilità, lui starà pensando che era ora che mi decidessi ad assecondarlo, ma io lo conosco: è un animale estremamente ammodo e, se anche lo pensa, non lo dà a vedere. Saltella felice, la bocca aperta in quello che è inequivocabilmente un sorriso.

Tutto, in questo meticcio fulvo dal muso macchiato di bianco, mi commuove: l’entusiasmo nei movimenti, la coda esultante, lo sguardo che non conosce traccia delle astuzie umane. A differenza di me, lui non ha colpa ed è questo che mi strugge, il suo essere così inviolabile e puro.

Usciamo in giardino e davanti a me appare tutta la bellezza estiva della vegetazione. Gigli bianchi esplodono nell’erba, per mio immeritato piacere, e nel loro candore sembrano mostrarmi l’immagine stessa dell’innocenza: per un istante mi inquieto e mi fermo, presa all’improvviso dal dubbio che quell’ostentazione possa essere consapevole e, in qualche modo, crudele. Le piante non hanno coscienza, vero?chiedo a Serafino, ma lui non ha tempo per questo e con lo sguardo mi cerca e mi sprona.

Per strada, qualcuno mi conosce e mi saluta; persone che non hanno la colpa che ho io e che neppure la immaginano. Mi raffiguro nella mente le vite serene della gente giusta, che non ha fatto nulla di male, e mi coglie un accesso di malinconia. Serafino mi distoglie dal pensiero tirando un po’ il guinzaglio. Raggiungiamo la fermata e ci affrettiamo per prendere l’autobus, che ha già aperto le porte. Serafino senza indugio salta su; è un cane cittadino, giudizioso ed intraprendente, e non ho dubbi che sappia anche riconoscere il numero indicato sulla vettura.

Due ragazzine siedono in autobus di fronte a me e, accostate le teste, bisbigliano di me senza pudore, con un ghigno malizioso sulle piccole bocche. Per un momento mi chiedo se la malignità sia una colpa: no, non in loro, e, se anche lo fosse, di certo non sarebbe grave quanto la mia.

La mia città è bellissima, oggi come in ogni altro giorno dell’anno. È una città antica, dal passato nobile, ed ovunque risplendono l’arte e la magnificenza che la storia le ha donato. E mentre conduco Serafino lungo le sue vie centrali, in questa giornata di immensa luce e di tiepido sole, io, con questa mia colpa dannata che mi incurva le spalle, sento di non meritare nulla di ciò che mi circonda. Perché la colpa non muore, non si spegne. La colpa è eterna.

Mi è stato detto che non sono sbagliata, che è impossibile avere il controllo di ogni cosa e che non sono sempre responsabile di tutto ciò che accade, che ciò che oggi provo deve aver messo radici in me tempo fa, molti anni fa, che è necessario usare verso se stessi la gentilezza con cui si consolerebbe un amico che soffre. Tutto questo mi è stato detto. Eppure, queste parole mi suonano vuote, come se riguardassero qualcun altro e non me.

Svoltiamo ad un angolo ed improvvisamente vengo colpita da una vista inaspettata. È la scena di un delitto, con gli investigatori che si affaccendano ad esaminare il corpo morto della vittima, tracciano segni, scattano fotografie e discutono tra loro con espressione tesa. Quasi senza accorgermene, vengo sopraffatta da ciò che vedo. Osservo il cadavere sporcato dal sangue e qualcosa esplode dentro di me. Non troppo lontano un poliziotto, che regge in mano un ricetrasmettitore, sorveglia la situazione, tenendosi un po’ in disparte; presa da un impulso incontrollabile, mi getto in ginocchio di fronte a lui. È colpa miagli dico e gli ripeto, più e più volte.

Stop!urla una voce femminile. Chi ha lasciato passare
quest’isterica? Siamo già in ritardo!

Una seconda voce stabilisce che si facciano dieci minuti di pausa. Gli uomini alle telecamere si rilassano, allontanandosi. Gli attori protagonisti porgono gli eleganti zigomi ai truccatori, accorsi con spugnette intrise di cosmetici. Serafino, che, liberato della mia presa sul guinzaglio, si è messo a gironzolare tutt’intorno, percepisce che qualcosa non va, si riavvicina a me e mi lecca un gomito.

L’uomo vestito da poliziotto mi osserva dall’alto, come bloccato. Guardo il suo volto, stagliato contro un cielo che io non merito, un cielo grandioso nell’esecuzione perfetta di una squisita tonalità di blu. Gli occhi di quell’uomo mi rivelano ciò che ha nell’animo: stupore, esitazione, confusione. E, forse, pietà.

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