Più forti insieme

Serie: Ritrovarsi


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ....

Carlo stava studiando Scienza delle Costruzioni, un esame che io avevo dato da poco e che avevo capito molto bene, e così cominciai ad aiutarlo facendo esercizi insieme a lui. Presto riprendemmo il vecchio ritmo fatto di momenti di concentrazione per decifrare il meccanismo astruso degli esercizi, e altri momenti pieni delle nostre conversazioni sul mondo reale e su quello immaginario.

A inizio febbraio aveva l’esame e io gli proposi di accompagnarlo e magari svolgere e cercare di passargli alcuni esercizi in cui lui poteva avere maggiore difficoltà o semplicemente per riuscire a guadagnare tempo, che era un aspetto sempre fondamentale in questi esami.

Così la mattina della prova andammo insieme in Facoltà, visto che allo scritto non venivano richiesti particolari documenti, ma solo l’iscrizione in una lista appesa in bacheca. Entrammo nella grande aula e il professore ci disse che dovevamo occupare due posti per ogni fila di banchi, in modo da essere distanziati. Ci sedemmo affiancati sulla stessa fila e poco dopo il professore consegnò i fogli con gli esercizi; l’esame in effetti era alla portata di Carlo, dato che gli esercizi questa volta non presentavano trappole, ma io gli feci cenno che potevo svolgere il secondo e così lui avrebbe avuto più tempo per gli altri. Quando ebbi finito l’esercizio battei leggermente le dita sul banco per attirare l’attenzione di Carlo e gli feci capire che gli avrei lanciato il foglio sul pavimento dandogli un colpo col piede. Lui annuì e io dopo aver piegato bene il foglio mi chinai leggermente e lo posai sul pavimento e gli misi il piede sopra. Guardai verso la cattedra dove il professore scrutava verso l’aula, ma la sala era grande e lui controllava soprattutto che non ci fossero scambi verbali fra gli studenti e naturalmente non riusciva a vedere cosa succedeva sotto i banchi. L’importante era che non guardassimo troppo in basso per non attirare l’attenzione, ma io allungai semplicemente il piede finché non arrivai a circa due metri dal posto di Carlo e poi diedi un colpo secco con la punta al foglietto ripiegato per avvicinarlo a lui abbastanza da permettergli di chinarsi e raccoglierlo. Quando lo prese gli feci un cenno di intesa, raccolsi la mia roba e mi alzai avvicinandomi alla cattedra. Dissi al professore che mi ritiravo senza consegnare e lui mi fece firmare vicino al mio nome sull’elenco. Io lo feci tranquillamente, dato che avevo usato un nome inventato ma, del resto, sapevo che non avrebbero controllato se quei nomi corrispondessero a studenti realmente iscritti, soprattutto quelli che erano andati via prima. Di nuovo come era accaduto in passato in due eravamo più forti e riuscivamo a superare difficoltà che potevano rivelarsi ardue da superare soli.

Il pomeriggio successivo all’esame andammo a correre sulle rive del fiume e quando finimmo ci fermammo a fare esercizi di allungamento vicino a una panchina. Era pomeriggio, ma le giornate erano ancora corte e il cielo illuminava di una luce rossastra il parco e le sponde dove il fiume scorreva lento. Ogni tanto alcuni equipaggi di canottieri solcavano l’acqua con le loro imbarcazioni e tutto sembrava calmo e perfetto, uno di quei momenti che avrei voluto non finissero mai.

Poi Carlo ruppe il silenzio in cui eravamo immersi e mi chiese: “Quando prevedi di laurearti? Ormai dovresti essere a buon punto con la tesi”.

Io arretrai leggermente e mi sentii improvvisamente agitato e con poca voglia di affrontare questo discorso che mi sembrava colmo di insidie.

“Non ho ancora deciso: vorrei fare un bel lavoro e poi mi trovo bene in Dipartimento e quindi non ho fretta.”

“Capisco che ti piaccia, ma non dovresti adagiarti troppo perché comunque è una situazione transitoria. Dovresti cominciare a stringere e puntare al risultato, così dopo puoi cominciare a cercare un lavoro”.

Alzò una gamba e appoggiò il piede alla panchina per allungare i muscoli dietro la coscia e mi disse: “Hai già pensato a che lavoro vorresti fare? Ti sei già mosso per prendere dei contatti?”

Io cercai di non allentare le mie difese e dissi: “No, non penso a quello che avverrà dopo, mi piace il laboratorio dove sto sviluppando una tesi sperimentale che mi appassiona. Mi piace l’ambiente del Dipartimento e mi sto godendo fino in fondo questo momento. Magari potrei fermarmi ancora lì per proseguire il lavoro di tesi, come volontario all’inizio e poi con un assegno di ricerca”.

Lui mi guardò poco convinto, fece un gesto contrariato con la mano e disse: “Non so, Fede, mi sembra che questa estrema vaghezza ti accompagni da quando ci siamo conosciuti, ma più si va avanti e più diventa un difetto. Fra tutti i ragazzi che conobbi all’inizio dell’Università tu eri di gran lunga il più brillante: non facevi mai interventi banali, le tue osservazioni erano acute, andavi dritto al senso delle cose, avevi un’enorme capacità di sviluppare il pensiero laterale. Però questa tua voglia di trattenerti in una fase indefinita, quando tutte le strade sono ancora aperte ti sta precludendo la possibilità di prendere una via con convinzione e mettere in gioco tutte le tue capacità da subito”.

Guardai un attimo verso il fiume, rimpiangendo quel momento perfetto che avevamo vissuto poco prima e poi dissi: “Hai ragione, ma io faccio fatica ad aggredire le cose ed esito sempre a lasciare le stagioni della vita perché ho sempre paura di rimpiangerle e provare nostalgia dopo che sono passate. Così mi ci attacco disperatamente e forse è un errore.

Anche con Simona questo era sempre motivo di scontentezza, perché lei pensava che non avessi entusiasmo per i progetti di vita insieme, ma la verità è che io mi concentravo su ciò che stavo vivendo e questo mi impediva di pensare con entusiasmo a quanto sarebbe venuto poi, perché mi sembrava che così avrei perso qualcosa”.

“Lo capisco, ma non è possibile fermare i periodi della vita e i passaggi d’età sono difficili per tutti. Ormai abbiamo passato da un po’ i 25. Io ne ho 27. Ma soprattutto noi giovani questi passi di età dobbiamo accoglierli con entusiasmo, dobbiamo pensare che ci saranno momenti ancora più belli o comunque più adatti alle fasi che ci attendono: il lavoro, la famiglia, le responsabilità.”

Io annuii e rimasi pensieroso e mi sembrò che quello che mi aveva detto avesse toccato una corda dentro al mio petto.

Il sole ormai stava calando e così ci avviammo verso il pensionato.

Serie: Ritrovarsi


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Discussioni

  1. Per uno che si è laureato in ingegneria a ventisette anni, pochi mesi dopo la propria compagna con la quale si era conosciuto fra i banchi universitari nei primi mesi del primo anno, tutto questo racconto è un curioso ed inquietante déjà vu. Non è una critica, è più un complimento: descrivi in maniera puntuale un’esperienza che, evidentemente, non è stata solo mia.
    Molti altri aspetti sono inquietantemente simili, alcune sliding doors attraversate o meno e stati d’animo molto intensi. Tutto questo ora lo sento lontano nel tempo come se lo guardassi dal lato sbagliato di un cannocchiale, eppure lo ricordo come se fosse ieri.
    Mi chiedo cos’altro di me leggerò nelle prossime puntate…

    1. Sono contento di quello che scrivi perché vuol dire che la descrizione è efficace.
      Nei prossimi episodi ci si allontanerà dell’ambientazione universitaria, perché l’università sta finendo per i nostri amici. Se però vuoi leggere altri episodi con quest’ambientazione devi leggere la serie Planavamo a stento che è la prima parte di questa vicenda 😉