Planemo
“Amaltea? Sveglia, Amaltea!”
Mentre apro gli occhi non riesco a credere che sia già arrivata l’ora di lavorare. Guardo il tentacolo appiccicoso della Signora D. spuntare dalla tenda.
“Ma quanto dormite voi umani?” strilla.
“Dalle sei alle otto ore. Per gli umani il sonno è fondamentale.”
“Qui il tempo non si misura in ore, ma in guadagno!”
“Sì signora” sussurro per non farmi sentire.
Esco dalla tenda giudicata dallo sguardo severo della Signora D. (sempre se un solo enorme occhio rosa possa produrre uno sguardo).
“Sono sveglia” ribadisco allargando le braccia.
“Sarà meglio! Oggi devi aiutare gli addetti ai carretti a svuotare le scorie, prima che i liquami si trasformino in veri e propri blob.”
“Oh, ti prego… no.”
“Sì, eccome! Hai dormito abbastanza per portare a termine il lavoro.”
Guardo oltre la bolla di contenimento: le luci e i rumori di ciò che sulla Terra chiamano “giostre” sono là ad aspettarmi. Tutto a misura di extraterrestri, ovviamente. Sì, perché vivo e lavoro su un Planemo adibito ai divertimenti (degli altri, però).
Dopo aver svuotato la decima tanica di scorie il mio unico desiderio è gettarmi a testa in giù in un buco nero. Mi siedo furtiva con la schiena appoggiata al carretto contemplando i fumi del liquame.
“Hai bisogno di aiuto?” domanda qualcuno.
“No, almeno che tu non sia un cuscino.”
“Posso diventarlo, se lo desideri.”
Alzo lo sguardo e rimango sbigottita nel vedere un ragazzo umano. In vent’anni di permanenza sul Planemo non ho mai incontrato qualcuno della mia razza. A dire il vero, ho sempre pensato di essere l’unica umana rimasta in tutto l’Universo.
“Oh, non guardarmi così… sono un Mutaforma. Ho assunto questo aspetto per cortesia, sai, per farti sentire più a tuo agio. Ma se preferisci il cuscino…”
Sorrido, poi rido arrossendo. Lui si siede a fianco a me e scruta lo Spazio profondo. Lo osservo, entusiasta di vedere dei lineamenti simili ai miei.
“Come ti chiami?” domanda.
“Amaltea.”
“Ah, come la capra di Ercole.”
“Chi è Ercole?”
“È un personaggio della mitologia terrestre. Nel corno della sua capra, Amaltea, sono racchiuse tutte le felicità del mondo.”
“Come fai a saperlo?”
“Sono stato sulla Terra, qualche tempo fa.”
“Davvero? E com’è?”
“Beh… molto inquinato e gli umani si annientano tra di loro. Non è stato un soggiorno di piacere, ecco.”
Resto di stucco, perché le fantasie che ho da sempre fatto sul mio pianeta natale sono state distrutte in pochi secondi. Il Mutaforma mi guarda con la bocca serrata, probabilmente comprendendo di aver avuto poco tatto.
“Ma tu sei qui, no? Come ci sei finita a così tanti anni luce dalla Terra?” domanda con vena curiosa.
“Oh, è una storia piuttosto bizzarra.”
Mentre racconto rimane talmente sbigottito che fatica a ridere: quando l’Ufo attivò l’ascensore luminoso per rapire una mucca, io, che ancora gattonavo, fui scambiata per l’animale. Quando quelli dei carretti se ne accorsero erano ormai più vicini al Planemo che alla Terra, quindi mi tennero.
Alzo la testa dal cuscino. Alexander dorme ancora profondamente con le braccia incrociate sotto la testa. Non so di preciso da quanto tempo stia andando avanti la frequentazione: abbastanza da avergli dato un nome, ma troppo poco per essere finiti nello stesso letto per più di una volta.
“Sei sveglia, lo so” dice cogliendomi di sorpresa.
“Anche tu, vedo. Da quanto?”
“Noi Mutaforma non dormiamo. O, meglio, non come fate voi umani. A noi basta restare
immobili per un po’ per recuperare le energie.”
Mi specchio nei suoi grandi occhi azzurri. Il suo viso mi attrae non solo per la bellezza, ma per la delicatezza dei lineamenti.
“Stai bene?” domanda spostandomi una ciocca di capelli.
“Sì. È stato particolare, in effetti. Non immaginavo che i maschi umani fossero così strani… là sotto.”
“Modestamente mi sono molto impegnato, non avendo mai visto un accoppiamento tra umani.”
Sgrano gli occhi e sbiascico qualcosa che nemmeno il mio stesso cervello riesce ad elaborare.
“Amaltea!” strilla la Signora D.
Io e Alexander ci alziamo a velocità luce e cerchiamo i vestiti come ossessi. Gli lancio la maglia, ma dice di mettere i vestiti nella sacca del lavoro.
“Amaltea! Stupida umana!” strilla ancora.
Mi volto: di Alexander non c’è traccia, se non una lunga coda blu che scivola oltre un buco nella tenda.
Riesco a staccare in anticipo dal turno di lavoro, quindi raggiungo Alexander nello spazio dietro le tende. Lui è lì, sdraiato con le mani dietro la testa che osserva l’Universo. Lo raggiungo, gli porgo i vestiti e mi siedo. Non posso fare a meno di notare la sua espressione cupa.
“Quante Stelle credi ci siano lassù? Quanti pianeti?” rompo il ghiaccio.
“Più di quanti tu possa contare. Più di quanti tu possa immaginare” risponde con tono amareggiato.
“Devi partire, non è così?”
“Sì.”
Sono sempre stata consapevole che vivere su un Planemo significasse non poter creare legami affettivi: il pianeta vaga sperduto nell’Universo; senza fissa dimora non appartiene a nessun sistema. Una volta abbandonato, le probabilità di ritrovarlo sono praticamente nulle.
Prendo la mano di Alexander per cercare conforto, ma quando mi guarda il magone è ineluttabile. Lui s’inginocchia e sfrega il naso contro il mio.
“Perché non vieni con me, Amaltea?”
“L’Universo è ostile per gli esseri umani, lo sai.”
Alexander guarda ancora lo Spazio aperto.
“Là fuori; il numero di Stelle, di pianeti galassie… è pressoché infinito. Ma non l’Universo, quello ha dei confini. E non è così grande come si può pensare. Amaltea, tornerò da te e se non ti troverò in questa vita ti cercherò anche nella prossima. Te lo prometto.”
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Ciao Mary! Non conoscevo la parola planemo, e devo dire che i poveri pianeti erranti hanno un che di romantico. Sei riuscita a cogliere alla perfezione il parallelismo fra la solitudine dei personaggi (la condizione umana?) e il simbolismo di questi corpi celesti senza meta👏🏻
Bello, intenso ed efficace.
Grazie mille Rocco!! 🚀
è scritto veramente bene, Mary, e mi ha trasmesso qualcosa di autentico. In breve spazio una storia d’amore, di nostalgia e di vaga speranza che nell’universo ci sia, prima o poi, una casa per quei due.
Inoltre, e non è poco, ho imparato che cos’è un Planemo, un oggetto astronomico di cui non avevo mai sentito parlare.
Ciao Francesca, chiedo venia per la risposta tardiva.
Sono entusiasta che il racconto ti sia piaciuto e che hai potuto imparare qualcosa di nuovo! 😸
Non sono esperta di Universo ne di Mutaforma eppure questo racconto mi ha coinvolto, e ho ritrovato, nel dialogo tra i due protagonisti, un’umanità che mi ha commossa e fatto riflettere. Forse davvero occorre vagare per l’universo per ritrovare sentimenti che qui sul nostro pianeta si stanno estinguendo peggio dei panda?!
Adesso vorrei vagare nell’universo anch’io…mi è rimasta una specie di nostalgia, ma buona…grazie davvero, bellissimo racconto!
Ciao Irene, scusa se rispondo solo ora, ma sappiamo perchè. 😼
Per me è fondamentale lasciare qualcosa al lettore, nel bene e nel male. Sapere che ti ha scaturito certe emozioni e pensieri mi rende davvero contenta!! 😸
E sono d’accordo con te: trovare un po’ di umanità nell’umanità diventa sempre più difficile.
❤️
“😃 ❤️ 😂 👏”
Questo smorza il romanticismo. Evviva 😃 😃 😃
Direi azzeccatissimo! 😹😻
Nel tuo racconto ho respirato quella certa aria di malinconia colorata che il circo e le giostre mi hanno sempre trasmesso. Ne sono affascinata fin da bambina per quell’idea di spostarsi sempre senza avere mai un punto a cui fare ritorno, e tuttavia essere comunque ben ‘piantati’ a terra. L’universo invece mi fa paura perché non ne riesco a immaginarne i confini e in esso fatico a trovare luce. Tu sei riuscita a spingere un po’ più in là la mia immaginazione dandomi uno spunto nuovo nel momento in cui mi hai fatto ‘vedere’ che anche un carrozzone del circo può vagare nell’universo e portare in esso un po’ di colore. Di Amaltea sapevo che avesse allattato Giove da neonato, non sapevo invece che nel suo corno fossero racchiuse tutte le felicità del mondo. L’immagine è bellissima e soprattutto quando Alexander la associa a lei. Le dice che tornerà, anche se è difficile ritrovare lo stesso circo dove siamo stati da bambini. Però sognare non costa nulla e nei sogni bisogna crederci. Mi è piaciuto veramente tanto questo tuo racconto e devo dire che è scritto anche veramente bene, cosa che è sempre un valore aggiunto nel nostro piccolo mondo. I dialoghi sono efficaci e mostrano tanto, fino a raggiungere i sentimenti. Veramente brava. Sono anche io dell’idea che dovresti proseguire. Non è detto che l’universo sia così grande che loro non possano tornare a incontrarsi. Credo che in questo caso abbia ragione lui.
Hai scritto delle bellissime parole: non solo per quanto riguarda il racconto in sé, ma per esserti aperta su ciò che hai sentito leggendo e sui sentimenti che provi. Ho apprezzato davvero tanto. ❤
Per quanto riguarda continuarlo, beh… ormai non ho scelta. 😹 Dovrò mettermi alla prova. 😼
Bravissima! Così si fa. Chissà quanti incontri in quel viaggio nell’universo. Le esperienze sono dietro l’angolo e scommetto che ci svelerai di più anche sull’atmosfera che si respira in quello strano circo. E poi non è detto che lui un giorno non riesca a ritrovare proprio quel planemo ☺️
Innanzitutto, sono rimasto molto affascinato dalla cover che hai scelto, che, oltre ad essere bellissima, riassume molto bene l’ultima parte del racconto, quando i due osservano il cielo.
In secondo luogo, ho apprezzato veramente tanto la storia che hai immaginato, sia per quanto riguarda i personaggi e l’ambientazione che per l’aver usato in maniera molto originale l’elemento dei pianeti, o planetoidi, vaganti, realmente esistenti e fonte, così come altri corpi celesti “raminghi”, ovvero stelle o buchi neri, di diverse questioni in ambito astrofisico.
Mi piacerebbe davvero se un giorno questo racconto potesse diventare il punto d’inizio di una serie. 👍😊
Ho voluto associare la figura del giostraio, che si sposta di luogo in luogo, ai Planemo che vagano nell’Universo. 🌌
In effetti potrebbe diventare una serie: dopotutto, se Alexander non ritroverà Amaltea in questa vita, la cercherà anche nella prossima. 🪐
“Resto di stucco, perché le fantasie che ho da sempre fatto sul mio pianeta natale sono state distrutte in pochi secondi. “
Un passaggio molto significativo, con una visione critica, neanche tanto velata, alla nostra attualità.
Purtroppo, se guardo al futuro, non vedo un domani particolarmente roseo. Sarò pessimista o realista? 🤔
Direi assolutamente realista, senza dubbio.
““Posso diventarlo, se lo desideri.””
Un tocco di classe, ammetto, mi ha fatto sorridere! 😊👍
C’è un’ironia di fondo, che solo alcuni scrittori di fantascienza hanno avuto. E che ho amato. Ma c’è anche un misto di desolazione e infinita speranza che mi ha davvero colpito. I mutaforma delle mie letture erano quasi sempre personaggi negativi, questo è tanto empatico e dolce.
Ma c’è un ma. L’empatia eccessiva certe volte porta a compiacere il prossimo per non soffrire. Magari per compiacerlo si arriva ad assumere la forma che l’altro più desidera. E questo porta ad un rapporto malato. Perché se non si è sé stessi, come si può amare veramente?
Questo è uno dei commenti più belli che ho ricevuto fino ad ora, grazie Giancarlo, davvero! 😻
E come ciliegina sulla torta, la riflessione finale che sento molto mia nel bene e nel male. 😸