Poco prima dello schianto

Dal terrazzo di casa mia si vede l’intera città, le sue luci, i campanili e anche il mare. Ho sempre amato il mare, mi trasmette un senso di libertà che poche altre cose nella vita riescono a darmi. Adoravo quando c’era alta marea e l’acqua mi arrivava fin sulle spalle. Da bambina fantasticavo circa una sorta di scivolo lungo chilometri che mi portasse fino in acqua, senza bisogno di uscire da casa mia. In linea d’aria sembra così vicino da poterlo sfiorare con le dita e avvertire il sale spruzzato dalle onde sulla faccia. Mio padre ha scelto questa casa, lontana dal caos della città, ma abbastanza vicina da potergli permettere di raggiungere il lavoro con facilità. Mia madre non era poi così d’accordo, lei avrebbe preferito la comodità di poter fare la spesa a piedi o magari recarsi dal parrucchiere senza l’obbligo di dover prendere l’automobile, ma alla fine lo ha accontentato. Mi affaccio per guardare di sotto, la famiglia che abita al piano terra di questo palazzo di ben undici piani ha anch’essa un terrazzo, ma non riescono a vedere il mare come me. Mi soffermo a guardarli, sono tutti riuniti intorno al tavolo a fare un gioco di società che non riesco a decifrare da quassù. La mia famiglia non ama i giochi da tavolo, non ama nemmeno starsene tutti intorno al camino o simili smancerie. Sento mia madre chiamarmi dal piano di sotto, è ora di cena e sarà rientrato anche papà. Quando papà torna da casa si infila sotto la doccia, si siede a tavola e chiede a me e mia madre come è andata la giornata, ma non ascolta davvero la risposta. Mamma gli parla di quel nuovo negozio che si è aperto all’angolo con la palestra, che la frutta non è più buona come un tempo e che la spesa è sempre più cara. Lui si limita ad annuire, ma sta pensando a tutt’altro. Quando chiede a me come sia andata a scuola, mi limito ad un’alzata di spalle e torno a guardare il piatto. A lui sta bene, a mia madre sta bene e quindi anche per me. Sbircio il cellulare che ho riposto sulla sedia, una persona che non conosco mi ha scritto “cicciona succhia carote”. Mando giù un groppo si saliva e tutt’un tratto la carne con la purea di patate che ho nel piatto non mi va più. Lo allontano da me e mia madre se ne accorge, mi rivolge uno sguardo innervosito.

-Hai mangiato ancora schifezze prima di cena, vero? È per questo che non vuoi un po’ di cibo salutare. Santo cielo Anna, quando pensi di voler dimagrire? –

Abbasso il capo, stringendo forte il cellulare. No mamma, non ho mangiato nessun tipo di schifezza. Al massimo l’ho letta.

-Non voglio più una carota per merenda-

Mia madre alza le mani al cielo, esasperata da quella conversazione. Mio padre è troppo impegnato a fissare il televisore per intervenire, non sia mai si disturbi la millesima notizia sportiva che sente nell’arco della giornata per dedicarsi a me.

-E cosa vorresti, sentiamo? –

Abbasso il capo, non lo so cosa vorrei, ma sicuramente qualcosa che non ricordi una forma fallica o qualunque altra forma che porti i miei compagni di scuola a prendermi in giro più del normale. Ma mia madre non riesce a leggerlo, non riesce a vedere che quella è la richiesta di una persona in difficoltà e non una mangiona. Nel frattempo, sul mio cellulare arriva un altro messaggio tramite Facebook; è una mia foto scattata quella mattina, al posto della mia carota un pene. Mi sento disgustata da me stessa, da ciò che la foto manda indietro. Non vedo altro che una quindicenne obesa con un fallo tra i denti, proprio come mi vedono tutti gli altri. Sento le lacrime scorrere, ustionanti e viscide.

-Per l’amore del cielo, Anna, c’è bisogno di scoppiare a piangere? Se continui ad ingozzarti a questo modo finirai col finire una di quelle persone inchiodate al letto-

Mi alzo di scatto facendo ribaltare la sedia, corro al piano di sopra per quanto le mie gambe ciotte lo permettano e arrivo fin sul terrazzo. L’ho già detto che da casa mia si vede il mare? Ebbene, io non lo vedo di persona da diversi anni. Le mie compagne iniziano ad andarci già a Maggio, ma io mi imbarazzo troppo per i rotoli di ciccia che mi avvolgono come un salvagente, del doppio mento che mi fa il segno dell’abbronzatura e delle cosce che sfregano tra loro. Do le spalle al mare, fa troppo male guardarlo da qui in questo momento. Di fronte a me, dall’altra parte, c’è solo la strada. Le lacrime mi appannano la vista e forse anche il giudizio. Inizio a correre, a correre più veloce che mi riesce e poi salto.

Salto dall’undicesimo piano.

L’aria mi frusta la faccia e non ho mai sentito gli arti così molli e inermi. Gli occhi mi bruciano, mi bruciano per il vento e per le lacrime. Mi rendo conto di cosa ho appena fatto solo quando posso contare ogni cicca di sigaretta che risiede a terra, come se il tempo si fosse fermato per farmi assaporare quest’ultimi attimi di quest’inutile vita. Vorrei guardare in alto, vorrei poter vedere la luna e le stelle al posto dell’asfalto, ma ormai sono quasi arrivata. Dove non lo so, ma almeno dove andrò nessuno mi prenderà in giro per la ciccia e per ogni benché minima cosa. E poco prima dello schianto sono quasi rilassata, felice di questa considerazione.

Arriva il suolo e l’ultima cosa che sentono le mie orecchie è il boato che il mio corpo produce spalmandosi a terra come un pomodoro troppo maturo.

Forse domani, sui giornali cittadini, scriveranno delle parole gentili per me.

O forse, solo che ero una stupida cicciona succhia carote.

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Commenti

  1. Daniele Baldestein

    Simona complimenti! Il racconto è duro, triste e VERO. Hai saputo trasmettere delle emozioni forti lungo tutto il racconto creando un viaggio tragico ricco di particolari. Ottimo lavoro! A presto.

    1. Simona Lombardi Post author

      Ciao,
      Grazie mille davvero. Felicissima che ti sia piaciuto e di essere stata in grado di farti immergere nel dolore di Anna.
      Spero di trovarti ancora.
      Ancora grazie e a presto,
      S.

  2. Angela Catalini

    Come capisco l’angoscia della protagonista, perché da piccola ero in sovrappeso e trascorrevo ore cercando di camuffare i chili di troppo e il risultato, oltre che inutile, peggiorava le cose. Ora sono di nuovo in sovrappeso, ma ho un carattere che mi permette di sopportare lo scherno e l’unico motivo per cui vorrei dimagrire riguarda la salute. Ma torniamo al tuo racconto. Inutile dirti che sfondi una porta aperta con me, inoltre ho trovato una leggera ironia nella narrazione che non guasta, anzi. Persino nel finale, seppure tragico, sei riuscita a mantenere un certo distacco, che permette all’autore di essere obiettivo e di scrivere un buon pezzo. Non sono una maniaca dei finali ad effetto, quindi, ho apprezzato la tua scelta, che è una forma di liberazione estrema.

    1. Simona Lombardi Post author

      Ciao,
      sapere da chi ha passato qualcosa di simile che è un buon lavoro è davvero soddisfacente, quindi grazie davvero! Mi dispiace per la sua situazione, non è facile essere abbastanza forti da sopportare lo scherno di una simile situazione. Per quanto riguarda il finale ad effetto, ho solo cercato di mettermi nei panni di una persona disperata e di cogliere l’impulsività del gesto.
      Grazie ancora,
      S.

  3. Micol Fusca

    Una storia dura raccontata con molta delicatezza. Le sensazioni che hai descritto, l’angoscia della protagonista, sono palpabili. Uno spaccato ancor più forte perché si regge sulla realtà e descrive il disagio che molti hanno provato sulla loro pelle pur non giungendo a un atto estremo.

    1. Simona Lombardi Post author

      Ciao,
      prima di tutto grazie per esserti di nuovo approcciata ad un mio lavoro.
      Sono davvero lieta di essere riuscita a trasmettere le sensazione a cui ho pensato, quello a cui auspicavo. Inoltre, è proprio come dici tu è una questione orribilmente reale e purtroppo troppo attuale.
      Grazie ancora, davvero.
      A presto,
      S.