Poi: mostro

Serie: Vittima e mostro


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La notte è fresca e silenziosa mentre mi tiene compagnia. Aspetto con ansia che qualcuno torni a casa.

Una mano sotto la maglietta a toccare il seno. Piccolo ma presente, più grande rispetto alla media della mia età. Trova i capezzoli turgidi, li stringe piano all’inizio e poi aumenta la presa. Ho un fremito sorpreso, sia perché non me lo aspettavo, sia perché un calore sale dal basso ventre e una sensazione di torpido desiderio si fa strada in mezzo alla paura e alla vergogna.

La mano di lui, sotto la maglietta, inizia a scendere disegnando piccoli cerchi, fermandosi a giocare con l’ombelico e la piccola depressione vicino alle anche. Soffro il solletico e cerco stoica di rimanere immobile, ma il corpo mi tradisce sussultando.

Sfiora il pube sopra i pantaloncini, le dita danzano per un attimo lì sopra per poi tuffarsi in mezzo alle mie gambe. Non so più da che parte stare, curiosa di quelle nuove sensazioni.

Preme il bacino contro di me e percepisco chiaramente la sua eccitazione. Mi prende la mano e la trascina sul proprio pene, sopra i pantaloni di tela. Non indossa nulla sotto. Inizia a muovermi la mano: «Si fa così, impara, ai ragazzi piacerà.» mi sussurra.

Mano a mano che continua sento il pene nelle mie mani crescere e pulsare, il respiro di lui farsi un po’ pesante.

Mi sfila i pantaloncini.

Sprofondo ancora più giù nel pozzo della vergogna. Chiudo gli occhi e mi chiedo cosa stia facendo. Cosa mi stessi lasciando fare.

Cerco di fare resistenza mentre cerca di aprirmi le gambe, con l’unico risultato di farlo eccitare ancora di più.

E quando mi rendo conto che quel suo volermi, a tutti i costi, anche contro la mia debole volontà, piace anche a me sprofondo ancora di più nel senso di colpa.

Con uno strattone deciso mi apre le gambe ed eccolo lì, il piccolo fiore non ancora sbocciato. Un blando ciuffetto di peluria bionda ricopre le grandi labbra e le piccole ancora chiuse ma lucide di eccitazione.

Il ragazzo fa scorrere le dita lungo tutta la fessura. Vengo scossa da un tremito, ma non chiudo le gambe, rimanendo in attesa, sospesa. Ignara. Percepisco dei movimenti e poi qualcosa di morbido e bagnato comincia a giocare col mio clitoride. Mi lecca con la punta della lingua a volte più morbida a volte più dura, scendendo sempre più giù, lungo quella fessura mai esplorata. La lingua inizia a farsi strada fra le piccole labbra dischiudendole. Inarco la schiena, un movimento del tutto involontario, tradisce quello che il mio corpo vuole, ma la mente rifiuta. Lui si sposta, cala i pantaloni e inizia a strofinare il pene lungo la mia fessura. Il mio animo sprofonda di nuovo nella realtà delle cose, cerco di divincolarmi, ora ho paura, ma lui mi blocca prendendomi per i polsi «Fai la brava, non vuoi imparare come si fa?». Cerco di dimenarmi invano «Ti prego, ti prego.» piagnucolo «basta.», con un filo di voce. Per tutta risposta la punta del pene, lenta, inizia ad affacciarsi nella mia fessura fradicia, ma ancora vergine. «A me sembra che tu lo voglia, eccome.». So benissimo che quel “basta” poco convinto è solo una scusa per lavarmi la coscienza.

Si allontana, ma continua a toccarmi. Oramai annego tra il panico e il piacere, fino a quando scossa da tremori arrivo all’orgasmo fra grida silenziose. Si porta le dita alla bocca e assapora i miei umori mentre comincia a masturbarsi davanti a me, Prossimo al piacere, non ci mette molto ad arrivare all’orgasmo venendomi sul ventre mentre mi sento ancora scossa e incredula.

Appena mi lascia andare scivolo via e sprofondo nel lettino a fianco, senza dire una parola. Ignorando qualsiasi cosa io abbia o non abbia addosso. Voglio solo spegnermi e ignorare tutte le voci che mi urlano nella testa.

Qualche ora più tardi mia madre torna a casa coricandosi nel lettone a fianco al ragazzo. Sono più che sveglia e mi chiedo perché dorma lì con lui, perché dormiamo qui e non in un’altra delle stanze libere? Non ci avevo mai pensato.

La luce mi trafigge gli occhi quando mia madre apre le persiane. «Dai, alzati che dobbiamo andare in stazione. Hai preparato la valigia?».

Mi alzo di scatto, avevo totalmente dimenticato che sarei partita per qualche settimana da mio padre. Mi preparo velocemente, sperando di non incrociare nessuno e di andarmene al più presto.

Ho sfortuna e il fratellone ci accompagna in stazione.

«Buongiorno!» Lo saluto allegramente, come nulla fosse, mentre metto le ultime cose nello zaino. Una reazione istintiva e automatica. Cerco di mantenere le apparenze: non posso dare a mia madre anche questo peso.

In stazione sorrido mentre saluto e abbraccio il fratellone. Indosso una maschera perfetta. Saluto mia madre: mi abbraccia forte, come se fosse l’ultimo, non lo fa mai. Mi godo quell’attimo prima di partire assieme a quel nuovo peso che mi rode dentro e che non condividerò con nessuno per i successivi 4 anni.

Sul treno, sola, mi abbandono ad un pianto rabbioso.

Impossibile tornare indietro o fare finta che non sia successo.

Chiusa fra vergogna e senso di colpa quella ragazzina crescerà storta. Per sempre divisa a metà: vittima e mostro.

Perché in fondo ad una parte di lei é piaciuto e in una visione distorta continuerà a cercarlo.

Serie: Vittima e mostro


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Discussioni

  1. Mi hai lasciato senza parole! Affronti un tema immenso nella sua complessita in maniera talmente diretta e semplice da togliere il fiato. E’ tutto lì, in quello che scrivi, senza bisogno di aggiungere o scendere in digressioni psicologiche! Entrambi gli episodi sono bellissimi! Per quanto può valere il mio giudizio, brave, veramente brava!

  2. una narrazione efficace con un grado notevole di realismo sostenuto dallo stile e dal punto di vista in prima persona che riduce il più possibile la distanza del lettore dal testo.
    Una bella prova. Faccio solo una considerazione sulla sequenza temporale suggerita dai titoli: a me sembra che la ragazza sia vittima in entrambi i capitoli e che il mostro, benché adombrato nel finale della seconda parte, sia ancora lungi dall’ apparire. Ma insomma, è cosa di scarsa importanza.

  3. Questa seconda parte riflette pienamente quanto di buono traspare dal primo episodio, ovvero uno stile narrativo semplice e scorrevole, ma, al tempo stesso, dettagliato quanto basta per portare il lettore a guardare con gli occhi della protagonista ciò che sta accadendo proprio in quegli istanti.
    È molto significativo il contrasto di aggettivi che hai sapientemente usato per parlare dell’uomo, come fatto notare anche da @cristiana Cristiana, e che è frutto dei sentimenti contrastanti della ragazza, oltre che da quella frattura che si è ormai creata dentro di lei.

  4. Il tuo racconto mi ha colpita, dalla prima riga fino all’ultima con la mia attenzione che non ha mai mollato. Hai raccontato i fatti in maniera quasi chirurgica, nel senso che la protagonista non perde mai la propria lucidità neanche quando viene trascinata nel piacere che, pare una contraddizione, ma è quasi inevitabile anche durante un atto di abuso. Una cosa però mi ha colpita sopra tutte. A metà della narrazione, il fratello diventa ‘il ragazzo’ è questo crea certamente una sorta di distacco dalla realtà. Forse inconsciamente, ma credo invece volutamente. I complimenti vanno a te come scrittrice che aiuti in questo modo il lettore a sopportare meglio l’immagine che gli si para davanti agli occhi e aiuti la protagonista a ‘sopportare’ diversamente quanto di più abominevole possa accadere in una famiglia. Alla fine poi, il fratello-ragazzo diventa addirittura ‘il fratellone’ perché i bambini sono capaci di continuare a crogiolarsi nei loro piccoli sogni, nonostante tutto. Credo, Laura, che tu sia stata bravissima, e sono sicura che scrivere un racconto così non è facile. Io, il mio, l’ho intitolato ‘Vergogna’, perché un altro titolo non mi veniva in mente. Un abbraccio

  5. Trovo che questo racconto sia scritto molto bene, lascia trasparire in maniera eccellente e chiarissima la frattura interiore nel titolo e nel testo della protagonista, dimostrando ancora una volta come spesso in circostanze del genere il danno perpetrato è soprattutto quello di fare sentire in colpa chi di colpa non ne ha nemmeno un po’.