Pòlemos
“Pòlemos è il padre di tutte le cose, di tutte re. …”
Eraclito, framm. 53 D. – K. [parziale]
“Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte, morienti la loro vita.”
Eraclito, framm. 62 D. – K.
“Congiungimenti sono intero e non intero, concorde e discorde, armonico e disarmonico, e da tutte le cose l’uno, e dall’uno tutte le cose.”
Eraclito, framm. 10 D. – K.
Oh… com’è difficile parlare di queste cose!
Perché? perché è così difficile? Eraclito era chiamato “ho skoteinòs” mica per niente, e già questo è abbastanza per rendere complicato parlare di lui. Tuttavia, sorvolando sulla mia ignoranza, la difficoltà maggiore è un’altra. Sta nello sforzo continuo di identificare e mettere da parte le parole lette nei commentari e nei manuali. Suscita paradossi Eraclito, li evoca. Perciò, eccovene uno: il difficile risiede nell’usare le proprie parole. Capite? usare le proprie parole! Cioè? direte voi. Ebbene, cioè evitare di ripetere come una macchina scema le lezioni che m’hanno propinate. La difficoltà, dunque, è nel togliere; in questo senso: levare di mezzo. È liberarsi dai condizionamenti della ricevuta educazione ch’è difficile. Per carità! È una bella cosa l’educazione. Non mi fraintendete. Ma qualche volta per comprendere è d’impiccio.
Inoltre, per me, con questo nom de plume che mi son scelto, la difficoltà è ancora più grande: gettare via manuali e glosse altrui non basta: anche la logica, per come l’ho appresa, dev’essere messa per un momento in disparte, è rivalutata.
Certo. Certo che è utile. Sicuro!
Scusate l’inciso, ma mi pareva di sentirvi protestare. La logica è utile eccome. Ma c’è di più? C’è qualcosa oltre?
Oh… credetemi: è davvero difficile! e faticoso! Chissà poi se ne vale la pena? Giudicherete voi.
Lo sforzo, dicevo. La fatica di andare oltre. Dove porta? Be’, voi non lo so. So dove ha portato me: alla purificazione. Più propriamente, all’emancipazione.
Da che cosa? Dal sì e dal no; dal vero e dal falso; dallo zero e dall’uno. Dalla dualità tormentosa. Dai poli tra i quali l’uomo oscilla. Dall’essere e dal non essere. Perché in Eraclito cade la disgiunzione, e si alza invece la congiunzione. Non si danno cose che sono O non sono, ma cose che sono E non sono. A lui, cui dobbiamo l’ingresso del termine lògos nella storia del nostro pensiero, dobbiamo innanzi tutto riconoscere un vantaggio decisivo sopra di noi nel poter capire: ignorava Aristotele. Alle orecchie di noi moderni, noi alienati, noi, eterni guelfi e ghibellini, stridono i frammenti di Eraclito. Infastidiscono. Irritano. Sono unghie sulla lavagna.
Come mai? perché gli opposti non soltanto vi coesistono, ma possono esistere solo come coppie! l’uno, senza l’altro, non sarebbe. Sono, per dirla con le sue parole, congiungimenti. Non sono irrimediabilmente divisi, e per sempre, ma uno. Un uno che fluisce e rifluisce.
Sulle prime, un po’ come nell’arcinoto indovinello, ho pensato solo a salvare capra e cavoli. A tenermi aggrappato alla mia sudata educazione, un po’ da ingegnere, un po’ da ragioniere. Pensavo d’aver trovato la soluzione. Di aver svelato l’apparenza del paradosso delle cose che sono e insieme non sono. E allora, questo si scioglieva in quella come il sale fa nell’acqua. In che modo? Semplice: basta pensare che l’oscuro non parlasse che del verbo essere. Io sono alto, e non sono intelligente. Quindi: io sono, io non sono. Facile, no? Predico me stesso in positivo per un verso, in negativo per l’altro, ma… nessuna contraddizione! Ah… l’amata logica è salva! Questa però è faciloneria, parzialità. Peggio, malafede: bella e manifesta. Come la mettiamo, per esempio, con “io sono alto e sono basso”? Con “io sono stupido e sono intelligente? E poi, Pòlemos? dov’è finito Pòlemos? Che c’entra allora questo Pòlemos?
Non avevo capito niente! Faccio pena, vero? Attaccato ai formalismi come una cozza allo scoglio. Be’, sì. Effettivamente, direte voi. Già. Che banalità!
E i chiasmi poi? cosa potranno mai significare? Mistero insondabile. Buio pesto oltre il ristretto fascio proiettato dalla logica, che basta appena a illuminare una particola di mondo. La mia bella soluzione da ignorante era già morta appena nata.
Perché è importante il significato dei chiasmi. Si, certo! Ma come coglierlo? Per quale crinale risalirne il senso? Ecco: si devono ascoltare: ci si deve affidare alla sonorità, alla pronuncia. Si ascoltano, non si leggono. Si fa appello all’udito, non al dizionario. Farneticazioni? Può darsi. Eppure, vi risuona l’idea dello scambio. Di termini che si sostituiscono l’un l’altro. Che si tramutano l’uno nell’altro. Giustapposti, confliggono, sfumando questo in quello e quello in questo. Permutano.
Così ho ragionato. Non potevo fare altrimenti. Ci ero costretto.
Sarò breve, non disperate.
Quando conosco due cose, posso costruirne almeno una terza, cioè la relazione che s’instaura tra le due. Pensate a due pali, piantati ben distanti. E poi immaginate di tendere tra i due un filo elastico, un filo speciale, capace di tirare e di spingere. Alla fine, è tutto qui il segreto. Bisogna mettere la terza cosa in primo piano, il filo, e i pali sullo sfondo, sfocati. Questi sono gli opposti, le coppie di opposti, che come innamorati separati si struggono l’uno per l’altro. Quel filo è Pòlemos, l’eterna tensione che allontana e poi avvicina. Che a volte preme e a volte spinge. Che separa e che unisce. Eccolo quell’uno da cui tutto si genera! e al quale tutto ritorna. È il lògos. L’uno, l’immutabile. Esso non muta: esso è il mutamento. Perciò gli immortali, non mutando, muoiono le loro eterne vite. E i mortali, viaggiando verso la dissoluzione, vivono la loro morte. Ciò che è vivo cambia. Fluisce e rifluisce tra gli estremi. E ciò che non cambia, è morto. Il vivo, Pòlemos lo governa. Pòlemos la guerra, il contrasto.
Quindi? Direte voi. Che cosa ci vuoi dire? Vuoi venire al punto?
Giusto. Avevo promesso brevità. Ecco, allora: è ora di tirarla fuori la logica. Vi ricordate che l’avevo accantonata? Bene, la logica tratta dei pali. Di come siano separati, e per cui impossibile è toccarsi. Di come siano immobili. Di come siano morti, i pali. Parla della morte. Eraclito invece, parla della speciale corda tesa tra quelli, che, flettendo o spingendo, li vivifica. Ci parla della vita.
Il mio pseudonimo infine. Cosa c’entra? Ve lo dico subito. Un giorno ebbe a dire:” O l’aritmetica è troppo per la mente umana, o la mente umana è più di una macchina”.
Io non ho scelto. E voi?
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
“Malgrado tutto, quando mi svegliai vivo la prima mattina dei miei novant’anni nel letto felice di Delgadina, mi attraversò l’idea affascinante che la vita non fosse qualcosa che scorre come il fiume impetuoso di Eraclito, ma un’occasione unica di girarsi sulla graticola e continuare ad arrostire i dall’altra parte ancora per novant’anni” . È vero che ‘non si può discendere due volte nel medesimo fiume’ o è vero che ci si può rigirare due volte sulla medesima graticola? Il divenire del nostro di Efeso o il determinismo di quello del Caribe?
Ti ringrazio per avere sollevato tali questioni. Prima una considerazione. A mio avviso si può dare della metafora del fiume una lettura più articolata. È vero che il fiume cambia continuamente, e tempo per tempo è sempre differente. Ma conserva sempre un fondo di unità: muta la sua configurazione, ma il fiume rimane. Quindi c’è un elemento di stabilità, di unità all’interno del divenire. Il girarsi due volte perciò è parte del mutare, è lo scorrere del fiume. L’individuo è il fiume. Almeno a mio parere.
Stanno, il mutato e l’immutato, in una relazione che con le moderne parole chiameremmo dialettica. Non si trovano in un rapporto di disgiunzione esclusiva.
La tua domanda finale, è doveroso ribadire sempre secondo me, riprende per certi aspetti l’aforisma di Gödel. Poiché l’aritmetica non è riducibile alla logica, egli vede due possibilità che si escludono: o è troppo vasta per gli esseri umani, o gli esseri umani sono più d’una macchina. La macchina in questione è la logica, naturalmente, che è deterministica. Comunque la si voglia vedere, siamo di fronte sempre a due poli inconciliabili. La domanda allora che mi pongo è: esiste un modo per superare quella bivalenza, e vedere nella realtà un tutt’uno nonostante le sue apparenti contraddizioni? È un po’ questo che significa l’emancipazione, cioè acquistare una prospettiva non polarizzata, ma relazionale, appunto, come si diceva, dialettica.
Una risposta molto articolata, la tua. Che a tratti colgo bene e a tratti mi sfugge. In ogni caso l’argomentazione è interessantissima e mi piace la lettura moderna e quasi di nuova speranza che tu dai dello scorrere del fiume, immagine, tra l’altro che rifuggivo già dai tempi del liceo. Diciamo che potremmo sederci a un tavolo di discussione e alzarci solamente dopo esserci girati un paio di volte almeno su quella “graticola”, tanto ce ne sarebbe da dire e ridire. Nel pieno spirito del polemos. Ribadisco, il tuo scritto è una divulgazione molto interessante.
Ciao Curzio, grazie per questo breve, ma stimolante articolo, sul pensiero filosofico di Eraclito. Confesso che ricordo ben poco di cio` che studiai a scuola di questa materia in generale – e non solo – e di questo grande pensatore in particolate; spesso citato solo per la famosa frase “Panta rei”. Leggendo il testo, con le tue considerazioni personali – e forse anche per questo – l’ ho trovato molto attuale e tutt’ altro che astruso, soprattutto per quanto riguarda i contrasti, gli opposti, le contraddizioni, che convivono anche in ciascuno di noi. Niente di strano, fin qui; persino l’ alto e il basso, credo, si possano capire. Senza voler scomodare un altro illustre pensatore piu` contemporaneo, basta riflettete sul concetto del “tutto e` relativo”. E poi, si sa, siamo positivi e negativi, deboli e forti, con luci e ombre. Il bianco e il nero che convivono. Come ci insegna la filosofia orientale o la medicina tradizionale cinese lo yin e lo yang coesistono sempre e ovunque.
Credo percio`che, prima o poi, riprendero` in mano i miei vecchi libri e ripassero` qualche pagina dei concetti che tu hai proposto per una riflessione che merita un’ attenzione ulteriore.
Ciao Maria Luisa. Io ti devo ringraziare: per due motivi. Prima una precisazione da pedante però – eh… si, non resisto alla vanità. Panta rhei è una locuzione che nei circa 130 frammenti attribuiti a Eraclito con minore incertezza non compare. Sembra una caso da manuale della nostra decadenza: ricordiamo un pensatore non per ciò che ha detto, ma per ciò che qualcuno dice abbia detto. Ora che ho finito di guardarmi allo specchio, i ringraziamenti. Come dicevo, sono due. Innanzitutto perché hai messo in luce lo sforzo di fare considerazioni mie, evitando le parole dei manuali.
In secondo luogo, e soprattutto, ti ringrazio perché, stimolata a riprendere in mano i libri, hai reso utile questo breve testo, scritto come faccio sempre nell’attesa tra un treno e l’altro. Allora, grazie.
Pura filosofia
Curzio, io non ci ho capito niente. Eppure neuroni e sinapsi ne ho in abbondanza nel mio cervello e ho il Q.I. di Kasparov , 190. Sono tra i primi dieci al mondo. Eppure non ci ho capito niente. Immagino che tu abbia perciò un Q.I. di almeno 210 come Kim-Ung-Yong…. inarrivabile. CHAPEAU Curzio !
Grazie, ma ahimè forse il mio q.i.per quello che vale, arriva a 25. A malapena pergiunta.