Premeditazione

Serie: Vero come il male


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Quella vita notturna, fatta di trasgressione e occultamento, aveva dato vita ad una nuova sorgente creativa. Da quella sorgente Alex attingeva emozioni per dare vita ai nuovi racconti. Notte dopo notte, Adam aveva ricominciato a respirare e sapeva esattamente cosa fare.

Ti osservo salire sulla tua auto sportiva. Vestito alla moda con quel taglio di capelli giovanile, per togliere qualche anno alla tua età. Quel sorriso spocchioso e il tuo portamento arrogante. Conosco le tue abitudini. Prevedo i tuoi spostamenti. Ti anticipo. Il pezzo di un puzzle che si incastra.

A venerdì alterni, dopo cena, ti rechi in via Boccaccio, sull’altra sponda del fiume. Parcheggi l’auto. Attraversi un piccolo giardino. Suoni al citofono e dopo qualche secondo entri. Circa un’ora dopo, esci dal portone. Ripercorri la strada al contrario fino alla tua auto e vai via. Durante il tragitto dall’auto verso la palazzina, e viceversa, mantieni un passo più sostenuto del tuo solito. Indossi un cappellino a visiera, gli occhiali da sole anche se è buio. Quando aspetti davanti al citofono sembri in ansia. Ti guardi intorno. Ti nascondi. Non vuoi essere visto. Non vuoi che ti riconoscano.

Tua moglie sa che sei qui? …nessuno sa che sei qui.

Ogni venerdì, da molte settimane, registro a mente tutti i movimenti intorno al piccolo condominio. Nessuno mi vede davvero. Sono un uomo che fa jogging. Non prendo appunti. Non ho il cellulare in tasca. Non lascio tracce.

Solo quattro cognomi sul citofono della palazzina. Il giardino è poco frequentato di sera. Chi porta a passeggio il cane si ferma dall’altro lato, nell’area attrezzata. La visibilità è scarsa a causa degli alberi e le siepi incolte. L’illuminazione è quasi inesistente. Niente traffico da quel lato del palazzo, lì ci si arriva solo a piedi attraverso il giardino. Niente telecamere.

Un disegno prende forma.

Provo e riprovo. Emulo mentalmente le azioni. Registro i tempi. Verifico ogni possibile imprevisto e relativa via di fuga. Un solo sbaglio e rifaccio tutto.

Passano le settimane. Non posso più rimandare. Non è perfetto ma mi basta. Devo agire.

Il momento più difficile degli ultimi mesi è arrivato. Ho paura di sbagliare, che qualcosa vada storto. Potrei perdere tutto. Potrei finire in galera. Potresti reagire. Sei in forma, potrei soccombere. Stringo la mascella e i pugni. Il battito rallenta. I respiri sono più lunghi. Lo faccio.

Un venerdì è tutto pronto.

Mi nascondo dietro un grosso olmo circondato da una siepe. Indosso berretto, mascherina chirurgica, guanti e zaino portavivande, quello che usano i riders.

Ti vedo arrivare. Seguo ogni tuo movimento.

Scendi dall’auto. Ti avvii con passo svelto al citofono. Dopo qualche secondo, entri. Tutto come previsto. Ancora un’ora di attesa. Poi agisco.

Il tempo si allunga. I minuti trascorrono, mi concentro sulle percezioni sensoriali. Ripasso mentalmente il mio piano. Respiro lentamente. Il cuore rallenta.

Eccoti!

Esci dal portone con l’aria di chi non vuole farsi notare. Ti avvii svelto verso l’auto. Esco dal mio nascondiglio. Entro nella parte.

Mi mostro spaesato, confuso. Leggo da un foglietto, alzo gli occhi e mi guardo intorno. Cerco di farmi notare da te. Col corpo nascondo il tubo di ferro che tengo stretto nel pugno destro. Le mani sudate dentro i guanti.

Sei vicino, per un attimo penso che non ti fermerai.

«Scusa, scusa.»

Fingo un accento straniero.

«Dov’è questo?»

Ti porgo il foglietto che ho nella mano sinistra.

Ti vedo esitare. Forse non ti fermerai. Poi rallenti. Mi guardi in viso, mi studi sospettoso. Poi leggi il foglietto. Un attimo dopo ti volti indietro e con l’indice destro mostri il portone da dove sei uscito.

L’attimo che stavo aspettando.

Il mio braccio destro si solleva prima di pensarlo. Ti colpisco trattenendo un urlo. Il colpo è così forte che il tubo mi scivola e rimbalza a terra. Il rintocco viene in parte assorbito dal terreno battuto del sentiero ma una paura improvvisa e fredda si impossessa di me. Ti irrigidisci. Sposti la testa leggermente indietro. Cadi a terra. Mi guardo intorno, non vedo nessuno. Provo a calmarmi. Raccolgo l’arma caduta. Seguo il piano. Ti trascino dietro la siepe. Ti osservo, steso a terra. Emetti un suono gutturale, profondo. Più simile a un lamento che a una voce. I tuoi occhi si muovono lentamente, come per cercare una risposta. Sul lato sinistro della tua fronte un grosso rigonfiamento sanguina leggermente… sembra un frutto maturo.

Ti guardo ancora, senza muovermi. Stringo i pugni. Nella mano destra ho il tubo di ferro, pronto ad usarlo ancora se necessario.

Ho il respiro corto.

Il cuore mi batte forte.

Non è panico.

Resto immobile, in ascolto. Mi guardo intorno. In giro non c’è nessuno, come previsto.

Ora ti agiti con un piccolo movimento, quasi impercettibile.

Nessuno può vederci dietro la siepe.

Ti colpisco con un calcio nel fianco.

Ti lamenti. Nessuno può sentirti.

Un altro calcio ancora più forte, così forte che sento una fitta alla caviglia.

Il dolore mi blocca per un attimo. Un leggero tremore mi attraversa il corpo. Mi controllo e il tremore si spegne lentamente.

Deve sembrare un furto. Ti prendo i soldi dal portafogli e butto tutto il resto. Ti strappo la collana d’oro dal collo e prendo anche orologio e smartphone. Metto il bottino in un sacchetto di plastica. Più tardi mi disferò di tutto come ho pianificato.

Sei a terra, inerme.

Un impulso sconosciuto, mi spinge a finirti. Non era previsto.

Le mani cercano il tuo collo.

Si fermano a un centimetro dalla pelle. Un momento infinito, poi riemergo.

Arretro di un passo, ripongo il sacchetto di plastica nello zaino portavivande.

Un ultimo sguardo. 

Monto sulla bicicletta e vado via.

Non mi volto.

Continua...

Serie: Vero come il male


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Niente male, come scrittore di noir Alex se la cava con onore. Ma inventa o ricorda? Voglio dire, sono uno o due? E se fosse il contrario? Se Alex fosse un personaggio di Adam? Un assassino seriale che scrive la storia dello scrittore di cui immagina di essere un personaggio. È un’ipotesi folle, ma me la devi concedere. D’altra parte, questo è il gioco, no?