PRESAGI 

Serie: MORS TUA VITA MEA


Cesare, l'uomo che cambiò Roma.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: PRESAGI 

Mi svegliai di soprassalto. Fu un incubo a destarmi dal sonno, dopo una notte insonne trascorsa a rigirarmi continuamente nel letto: ero in cielo, volavo sopra le nubi come gli uccelli sul Foro e stringevo la mano di Giove. Mi voltai, di fianco a me c’era Calpurnia: era tranquilla, e dopo tanto penare dormiva come se nulla fosse. Le sistemai una ciocca e la accarezzai; amavo guardarla dormire, mi donava pace, ma il solo pensiero di vederla soffrire e preoccuparsi per la mia salute mi feriva ogni qualvolta la guardassi.

Anch’ella aveva avuto un incubo, giorni prima, e volle descrivermelo: aveva visto il tetto di casa nostra crollare su di noi e di stringere il mio corpo senza vita tra le sue braccia. Era terribilmente scossa dalla scena.

Ā«Non ĆØ nulla, ĆØ stato solo uno scherzo della notteĀ» le dissi, per tranquillizzarla. Aveva voluto parlarne anche con Spurinna, l’aruspice.

«Rischi la vita Cesare, i segnali son chiari. Gli dei ti stanno avvertendo.»

L’ennesima paturnia. Alcuni, mi dicevano che l’insonnia, gli incubi e le fitte lancinanti che ogni tanto mi lasciavano senza fiato, fossero dovute al potere e alle innumerevoli preoccupazioni che esso comportava; taluni sostenevano che fossero state la guerra, le battaglie, i supplizi della vita militare e il rigore degli inverni trascorsi in Gallia a minare gravemente la mia salute; altri ancora, invece, ritenevano i miei problemi una giusta punizione divina inflitta a coloro i quali tentavano di divenire rex.

Ā«In una parola, RomaĀ» constatai. 

Tutto questo era Roma, e io lo sapevo che Roma stessa era il problema, con le sue istituzioni, la corruzione dei costumi e la svendita della dignitĆ  del Senato. Al suo interno, non vi erano più ā€˜ā€™Padri coscritti’’, ma approfittatori e luridi mercanti.

Decisi di restare a casa, quel giorno: erano le idi, e oltre ai vari presagi, fu anche l’insistenza di mia moglie a farmi desistere dall’uscire. Mesi prima, qualcuno mi aveva riportato una notizia: a Capua, alcuni coloni avevano ritrovato il sepolcro di Capi, l’antico fondatore della cittĆ , e al suo interno una tavoletta in bronzo su cui era incisa una scritta:

  Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo morrĆ  per mano di consanguinei e ben presto sarĆ  vendicato da terribili disastri dell’Italia.


Non dissi nulla. Restai in silenzio, la sagoma del mio interlocutore ferma di fronte nella vana attesa di una mia opinione.

Giunsi le mani sotto al mento, mentre osservavo un rotolo in lontananza.

«Ti ringrazio» mi limitai a dire. Ad oggi, tuttavia, conservo ancora il biglietto su cui appuntai quella frase.

Quando Decimo Bruto giunse in casa, cercò di convincermi a presenziare alla seduta del Senato, nonostante le mie remore.

Ā«I senatori ti attendono, sono in gran numeroĀ» disse Ā«e sarebbe meglio non privarli della tua presenza in Senato, Cesare. Bisogna discutere degli affari correnti.Ā»

Ā«Mio marito ĆØ indisposto da ieri sera, e la sua salute non ĆØ delle migliori. Potrete discutere degli ā€˜ā€™affari correnti’’ un altro giorno, Decimo!Ā» intervenne mia moglie con un gesto sprezzante. 

Lo sguardo rivolto a Calpurnia da Bruto doveva essermi chiaro fin dall’inizio. Avrebbe tanto desiderato aggredirla in quel momento, e lo avrebbe fatto, in mia assenza, ma furono i suoi propositi a farlo desistere, probabilmente.

Forse, non diedi il giusto peso nemmeno a quell’ennesimo segnale degli dei.

«Si tratterà di poco tempo, poi tuo marito ritornerà da te e riposerà tranquillamente» la rassicurò, assumendo la stessa, identica posa dei servi.

Quelle parole mi suscitarono uno strano senso di ribrezzo, come se un viscidume si fosse appena attaccato alla pelle più del fango e del sangue sui campi di battaglia.

Nonostante le richieste di mia moglie, però, decisi di uscire verso l’ora quinta.

«Come ho riferito anche a tua moglie, dovrai restare in Senato soltanto il tempo necessario a discutere una questione importante per lo Stato.»

«Di cosa si tratta?» chiesi. Ma Decimo mi precedeva e, facendo finta di non aver sentito la mia domanda, non mi rispose.

Intanto, lungo la strada, varie persone mi si avvicinavano per salutarmi, per avanzare suppliche o solo per mera curiositĆ . Stringevo le mani di donne, uomini o anche solo bambini portati dai genitori sulle proprie spalle, ma proprio da una di queste presi un biglietto. Era di un uomo, mai visto prima.

«Leggilo Cesare, leggilo!» mi urlò.

Ma non lo feci. Al contrario, lo misi tra i tanti altri recuperati lungo il tragitto per leggerlo in tranquillitĆ  dopo la seduta in Senato.

In lontananza intravidi Spurinna. L’aruspice si fece spazio tra la folla e mi si avvicinò, riuscendo a incrociare il mio sguardo.

Ā«Come ben vedi, non ĆØ successo nullaĀ» gli dissi. Ā«Le idi sono arrivate, aruspice…»

Cercai di tranquillizzarlo, in questo modo. O per lo meno, cercai di tranquillizzare me stesso, con quella frase. Mentre la pronunciavo gli sorrisi, ignorante della congiura, ma era un sorriso forzato.

Mi rispose: Ā«Son giunte, Cesare, ma non son passate…»

Solo dopo, capii cosa volesse dire.

Continua...

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Discussioni

  1. Ci sei dentro, nella testa di Cesare, e sai giĆ  come finisce, eppure speri che non esca di casa. Quel biglietto mai letto ĆØ un dettaglio che stringe il cuore. Ti fa vivere le idi come se non le conoscessi.

  2. L’idea di raccontare la vicenda di Cesare- se ĆØ questo il tuo intento- ĆØ originale e suscita in me la viva curiositĆ  di vedere come te la caverai.
    Per il momento posso dire che ĆØ ben scritta e ha un ritmo convincente. In particolare, ho notato l’uso della prima persona da parte di Cesare/ io narrante, forma che il Cesare storico, per quanto ne so, evitava, per lo meno raccontando le sue gesta. Ma proprio per questo, aprire una finestra verso il “dentro ” del protagonista risulta interessante. Ignoravo la profezia riportata da Svetonio. Grazie, una bella lettura.

  3. “Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo morrĆ  per mano di consanguinei e ben presto sarĆ  vendicato da terribili disastri dell’Italia.”
    Svetonio, Vite dei Cesari