Prima di partire

Mi sveglio, guardo l’orologio, sono le 7:30. Anche se oggi non devo andare a scuola, mi sono svegliato alla solita ora, ormai ci sono abituato.

Il cellulare sul comodino, spento, lo accendo.

“BZZZ” “BZZZ” “BZZZ”

Meglio spegnerlo. Non voglio leggere tutti quei messaggi e notifiche, tanto dicono tutti la stessa cosa.

Come facevano quando non c’erano ancora i cellulari? Avevano meno cosa da dire? O mandavano una valanga di lettere? A 14 anni cosa mai potrai dire poi? Ah giusto… Probabilmente a questa età una volta si lavorava già, il famoso “ai miei tempi…” di nonno sarebbe perfetto in questo momento.

Dato che ormai sono in piedi a questo punto vado a fare colazione.

Entro in cucina, mia madre seduta sul suo solito posto, sul tavolo però non c’è nulla, né una tazzina di caffè, né la mia colazione. “Mamma cosa fai?” Chiedo io, ma lei non mi risponde, ha lo sguardo perso nel vuoto.

Non tira una bella aria, meglio uscire.

Per fortuna non fa ancora caldo, odio il caldo, sudi e puzzi da far schifo, i vestiti ti si appiccicano e le uniche T-shirt che puoi metterti senza che si vedano troppo gli aloni sono quelle bianche e quelle nere. Ma il nero attira il sole e il bianco ingrassa, l’estate va bene solo per quelli che non sudano e non sono grassi. “Non sei ciccione, sei robusto” è quello che mi diceva mamma da piccolo, e invece no, ero un grassone di merda che mangiava come un maiale.

“Gli anni più belli” ma chi è il cretino che ha detto questa cacata? Sicuramente non aveva previsto come sarebbero state le generazioni future…

“Sbagliando si impara” un’altra perla di saggezza, secondo me è stato lo stesso idiota a dirlo o comunque un suo amico.

Io ho sbagliato, ma non ho ancora capito in cosa esattamente.

Ma vabè non importa, tanto mi trasferisco domani e abbandonerò questo buco di paesino e questa gente di merda.

Dato che è il mio ultimo giorno qui a questo punto mi faccio un giretto, un ultimo tour di questo posto dove sono nato a cresciuto.

Il primo posto che voglio visitare è Da Flavio, il mitico panificio che vende agli studenti 10 pizzette a 1€, praticamente Flavio mi ha sfamato più di mia madre in tutti questi anni. C’è la solita fila e io non ho tempo da perdere, meglio andare, ciao Flavio, grazie per tutto il cibo che mi hai dato, almeno 10kg li devo a te.

Vado verso il laghetto, località balneare del luogo, quante giornate passate qua. È stato qui che ho fatto amicizia con Thomas e gli altri. Loro facevano già i tuffi alle elementari, io invece non sapevo ancora nuotare. Gli altri dicevano “è facile”, ma per me mettermi in costume era già difficile, avevo più tette di mia madre già a 10 anni.

Però alla fine ho imparato quando ero alle medie e sono pure riuscito ad entrare negli “altri” di “Thomas e gli altri”.

Thomas era ovviamente il capo, il fighetto di turno, lo è sempre stato. Avete presente quei bambini che già all’asilo si mettono il gel e vestono di marca? Che fanno sempre il capitano nelle partite di sport a scuola? Ecco in ogni classe c’è sempre un capobranco, nella mia era Thomas.

Prossima tappa. La scuola media.

Edificio vecchio, con aule vecchie, banchi rovinati e sedie messe anche peggio. Le aule fredde di inverno perché figuriamoci se il riscaldamento andava, e calde d’estate perché figuriamoci se c’erano dei ventilatori, trovare la carta igienica nei cessi era già un miracolo.

Entro nella mia vecchia aula, tocco il mio vecchio banco, l’incisione “che palle” fatta col taglierino durante l’ora di storia, guardo sotto ed è pieno di gomme appiccicate, probabilmente mie e dei miei predecessori.

Li laveranno mai questi banchi?

Guardo la finestra, proprio qui è successo il primo incidente, alla fine della terza media, finiti gli esami.

Il mio primo bacio.

Mai avrei pensato che sarebbe stato qui il mio primo bacio e mai avrei pensato che sarebbe stato con quella persona.

Thomas.

Non mi è mai piaciuto stare con le femmine, ma non mi sono nemmeno mai piaciuti i maschi, almeno non in quel senso, però devo dire che non mi aveva fatto schifo quel bacio.

Thomas era popolare con le ragazze, lo è sempre stato, ha anche avuto più di qualche morosa.

All’inizio pensavo che fosse per l’euforia che ti sale a palla dopo la fine della scuola, ma Thomas mi ha fatto capire che non era così.

Gli piacevano i maschi? O entrambi? Questo non l’ho mai capito.

Da quell’incidente però tutto è cambiato.

Quando eravamo con gli altri era tutto al solito, ma quando eravamo da soli era diverso, però devo dire che stavamo bene insieme.

Thomas era il mio migliore amico e sapere di essere l’unico a conoscere quel suo lato non mi dispiaceva, era il nostro piccolo segreto.

Non mi sono mai divertito tanto come quell’estate.

Arrivo alla fermata della corriera, praticamente se vuoi andartene da sto posto devi per forza passare per di qua.

In questo posto sperduto non ci sono le superiori, devi andare nei paesini vicini più grandi per la scuola. Io sono andato al liceo scientifico con Thomas, lui con l’intenzione di fare l’università e trasferirsi nelle “grande mela” italiana, Milano, io con nessun obiettivo, ho seguito lui e basta.

Sarà perché è stato il mio primo amico o perché era il fighetto del paese, ma per me era diventato naturale seguire Thomas.

E ogni mattina io e Thomas la prendevamo per andare a scuola nel paese vicino, 40 minuti di viaggio, era uno dei momenti migliori della giornata. Thomas si addormentava sempre, e ogni volta sbatteva la testa sul finestrino e ogni volta finiva con l’appoggiarla sulla mia spalla. Non ho mai capito se dormisse per davvero o se facesse finta. Ma non mi ha mai dato fastidio, ho le spalle grosse io e una testa appoggiata quasi non la sento.

Il primo quadrimestre del primo anno di superiori è il momento più fondamentale, in quei primi mesi si decide come saranno i tuoi prossimi 5 anni.

Thomas non ha avuto problemi, era diventato subito il fighetto del primo anno e si era trovato una ragazza che ovviamente era la fighetta del primo anno.

Una bella coppia.

Io invece fin da subito ho avuto l’etichetta di “sfigato”, però non era un problema, c’era sempre Thomas.

Anche se aveva la ragazza, anche se non passava il tempo con me a scuola, riuscivamo sempre a trovare dei momenti per noi, lontano da tutto e da tutti.

Ogni tanto mi chiedeva scusa, ma non ho mai pensato che fosse necessario.

Poi il parco, qui ho fumato la mia prima sigaretta, figura di merda, per un mezzo tiro ho tossito per 5 minuti. Gli altri mi hanno preso per il culo per tutta la serata.

Questa panchina però me la ricordo bene, qua ho visto per la prima volta Thomas piangere, non mi ha detto il perché e io che sono negato in queste cose sono solo rimasto in silenzio e gli ho stretto la mano.

Non sono sicuro che quel preciso gesto sia stato l’errore, ma tutto è partito da lì.

Il giorno dopo sul mio banco c’era la scritta “recchione”.

Il giorno dopo ancora si sono aggiunti dei disegni di peni.

Quello dopo ancora altre scritte che ora nemmeno ricordo.

Diciamo che quello è stato il mio momento di popolarità a scuola, tutti mi conoscevano e tutti parlavano di me. A quanto pare un ragazzo del triennio ci aveva visti quella sera al parco e manco a dirlo, qua nessuno si fa i cazzi suoi.

Comunque a me non era cambiato poi così tanto lo status, da “grassone sfigato” ero  semplicemente passato a “grassone sfigato gay”. Ero più preoccupato per Thomas che non avevo né visto né sentito negli ultimi giorni…

Poi un giorno la fighetta del primo anno mi ha fermato in corridoio e mi ha sputato addosso “se devi fare la checca, falla, ma non farla col mio ragazzo, grassone di merda”. Ovviamente mica potevo tirarle un pugno a quella nana, così sono andato via andandole leggermente addosso e dicendo “cazzo vuoi” che ci sta sempre come frase. Lei è caduta a terra, sicuramente apposta, ma vabè, me ne sono andato lo stesso.

Poi da dietro uno mi mette la mano sulla spalla e mi tira un pugno dritto in faccia.

Era Thomas.

“Frocio di merda che cazzo hai fatto a mia morosa?”

Quelle furono le ultime parole che ho scambiato con lui, o meglio, che lui ha detto a me perché io sono rimasto zitto e come un coglione mi sono messo a piangere, davanti a tutti.

Il resto della storia è una schifezza, c’è poco da raccontare, nel paesello dove andavo a scuola e in questo qui tutti si fanno i cazzi degli altri, quindi tutti sanno di tutti, a volte sanno perfino più dei diretti interessati.

Ormai è sera, meglio tornare a casa.

Apro la porta, mia madre è ancora lì seduta, la saluto, ma non reagisce.

Vado in camera accendo il cellulare, negli ultimi giorni ho ricevuto un sacco di notifiche, inutile specificarne il contenuto.

Ma oggi penso di aver battuto il record: 150 notifiche. Probabilmente gli ultimi saluti prima di partire.

“Angelo fai buon viaggio, ti voglio bene”

Ma il mio nome non è Angelo, è Matteo.

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