Prima di sbaraccare

Il manico della mia Fender Stratocaster sembrava la tibia di un morto rimasticata da un licaone. Le corde erano così arrugginite che se ti tagliavi ci prendevi il tetano. Ridotto più o meno come la mia chitarra, io avevo settantasei anni, le rotule andate e un fegato che da tempo si era dichiarato prigioniero politico. Ero sprofondato in un divano di velluto marcio che puzzava di carogna e sogni andati a male, con una bottiglia di scotch del discount infilata tra le gambe. 

Non era sempre andata così. 

Negli anni ’80, ero membro fondatore di un complesso che batteva la provincia con un certo successo. Suonavamo Dire Straits Supertramp James Taylor.

Avevamo anche un piccolo studio di registrazione, da cui licenziavamo LP di roba nostra, e fan e soldini giravano che era una bellezza. Non dico da vivere come bugatty ma mettevamo largamente insieme il pranzo con la cena, e c’era pure spazio per le dolci Maldive.

Poi era arrivata quella sguana di Napster. 

La gente aveva iniziato a scaricarsi la musica col relativo crollo delle vendite. 

Molti locali dance avevano chiuso i battenti.

E noi ci eravamo improvvisamente ritrovati a piedi. 

Gli altri soma della band si erano riciclati in altri sgroppi, chi come guardiano, e chi aveva rispolverato il vecchio papiro. Ma io, che campavo solo di muusica, mi ero ritrovato al tubo del gas. Dopo l’ennesima cartella di Equipatria, la mia žena se n’era andata con nostra figlia. Per carità, da malcico ero stato un rapace in cerca di altri nidi pelosi. L’avevo riempita di corna, però oh-oh mollarmi così. 

Massì, vattene babushka.

Posai la chitarra, cercando con lo sguardo un DVD intitolato Una korova bollente. Almeno le zàgane erano gratis. Dall’altra parte della parete di cartongesso, i subumani dei miei vicini, dei trentenni che campavano di sussidi, stavano celebrando un qualche rito a base di techno a volumi da collasso cardiaco e tafferugli per stabilire di chi fosse l’ultimo grammo di vellocet. 

«Jarballe! Ora chiamo i cerini onniscienti!» 

Mi alzai bestemmiando, diretto verso la porta, coll’intento di piantarlo io un bel tafferuglio. 

Ma prima mi fermai allo spioncino. 

E la vidi. 

Immobile sul pianerottolo di casa mia.

La devotchka aveva ventisei, ventisette anni. Due gambe lunghe che finivano dentro un paio di stivali di finta pelle neri e una camicetta trasparente. I capelli rossi scarruffati e due occhi verdi da supermiao. Fumava appoggiata alla ringhiera, guardando il vuoto di questo stabile di sguana. Qualcosa nel mio gulliver fece STONK. Mi sistemai i capelli in fretta e furia. Abbottonai la camicia hawaiana sulla canotta frittellosa, e detti di mano a una busta di lattine vuote. Quando aprii la porta, la molodoj si voltò e prese a scrutarmi. 

«Ehi, bigio,» disse. «Ancora vivo?»

«Purtroppo sì,» borbottai. «La morte ha paura che le rubi lo sgroppo.»

Lei rise. Una risata rauca, da fumatrice.

«Che fai lì dentro? Sento grattare una chitarra da ore.»

«Cerco di ricordare come si scrive una canzone», risposi facendo lo sciolto.

La ptitsa  mi snicchiava, squadrando i miei capelli grigi e arruffati. C’era una macabra curiosità nei suoi occhi. Le giovani a volte sono attratte dalle rovine, pensando ci sia dentro qualche tesoro nascosto, prima di accorgersi che sono solo calcinacci.

«E tu che fai?» aggiunsi.

«Mi scasso. Ero venuta a una festa per adulti ma ho trovato solo malcichi senza barba che puzzano di moloko», e spense la cancerosa sul corrimano.

Magari ci casca. «Vuoi un goccio? Ho roba che disinfetta anche l’acqua del battesimo.»

La devotchka sospirò, guardandosi un po’ intorno. Poi si sistemò la gonna e scrollò le spalle. 

Entrò e si sedette sulla parte del divano non coperta da pile di riviste di corse di cavalli e spartiti. 

Le versai lo scotch in un bicchiere di plastica. Lo mandò giù senza fare una piega. 

Oh-oh, da cinebrivido la quaglia.

«Sei stato famoso?» chiese, indicando una vecchia foto sul muro, dove un me stesso giovane e ghignante suonava davanti a un pubblico in delirio.

«Famoso? No, famoso no, bambina. Ho intuito qualcosa del successo ma niente più,» dissi, sedendomi sul divano, abbastanza vicino da sentire il suo aroma.

Il piano era antico come il mondo: farla bere, raccontarle quattro balle miserabili sui vecchi tempi e poi fare un po’ di dolce su e giù. Sempre che mi si alzasse Willie l’orbo, ovviamente. Volevo solo sentire ancora un corpo sodo e caldo prima di sbaraccare definitivamente.

Le presi la mano. Aveva le dita fredde.

«Hai delle belle mani.»

Lei abbozzò un sorriso sulle labbra dipinte di rosso scuro. Non si ritrasse. 

«Ci sai fare con le parole, bigio. Ma sei troppo vecchio per me. Potresti essere mio padre. O mio nonno, se fosse stato un alcolizzato.»

«L’età è solo un numero scritto sui certificati di morte,» dissi, allungando il tentacolo dentro la sua camicetta. Ci voltammo l’uno verso l’altra. Le baciai il collo. La pelle era morbida, tesa. Lei emise un piccolo sospiro. Allora puntai alle labbra.

In quel preciso istante, la mia schiena emise un suono simile a una palla da bowling sul parquet. THUD. Una scossa elettrica mi partì dalla zona lombare e mi bloccò il collo, lasciandomi con la bocca aperta a due centimetri dal suo viso. 

Ero paralizzato come Ian Solo nella carbonite.

«Ahh… sguana…» sussurrai, incapace di muovermi.

La soomka sgranò gli occhi. «Che passa, bigio?»

«Il colpo della strega… cazzo… non mi muovo. Credo che mi serva un carro attrezzi.»  

Lei mi guardò per tre secondi in silenzio. Poi scoppiò a ridere. Una risata selvaggia che riempì la stanza. Si alzò, finì il suo scotch in un sorso e mi diede una pacca sulla spalla paralizzata, facendomi vedere il gesummio.

«Ahi-ahi. Te lo avevo detto. Sei troppo paleolitico per il dolce su e giù.»

Poi si diresse verso la porta. Si voltò un’ultima volta, bellissima e irraggiungibile nella penombra del mio corridoio. «Prendi un’aspirina e vai a ronfare, grandpa. Ci vediamo in giro.»

La porta si chiuse. Rimasi sul divano, bloccato in una posizione da avvoltoio impagliato, a guardare il soffitto crepato. Allungai la mano sana, afferrando la bottiglia rimasta sul tavolino, e ne mandai giù un lungo sorso. 

Il liquido mi bruciò la slappa.

Nella penombra la Stratocaster sembrava ridere di me. 

Fuori, i subumani della porta accanto ripartirono con la muusica a cannone. 

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