
Prima intervista
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: Il pavone nero
- Episodio 4: La camera nera
- Episodio 5: Marcus e Greta
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
STAGIONE 1
Che cosa l’ha spinta a cominciare il suo terzo romanzo dopo un blocco così lungo?
Non ho mai compreso che cosa mi abbia spinto. All’inizio ho pensato al caso, ma poi ho riflettuto che dovevano esservi delle condizioni causali. Per cui, tenendo presente dei cambiamenti di quel periodo, intendo quello successivo alla stesura definitiva della “Camera nera”, credo che la frequentazione con i due nipoti del professor Hans, il mio professore privato di lingue antiche, abbia influito sul ripristino della mia immaginazione, ma più che altro sulla fede incondizionata nella mia immaginazione. La frequentazione con Marcus e con Greta mi ha offerto una diversa inquadratura della realtà. Tutto, attraverso i loro occhi, sapeva di infanzia, di boschi, di un mondo fiabesco e spaventoso, appena creato ma nello stesso tempo illusorio. Grazie a Greta, soprattutto, mi sono accorto del valore delle illusioni per la mia vita, da cui lo sblocco definitivo, quindi.
Ha mai detto ai nipoti di quanto abbiano influito sul suo sblocco e sulla stesura del suo terzo romanzo?
Mai apertamente. Forse glielo avrò accennato, ma non li ho mai visti troppo interessati. Posso aggiungere che è stata soprattutto Greta la persona che ha favorito la mia rinascita, in particolare per la lettura dei suoi racconti brevi. A sua insaputa, suo fratello ha fotocopiato le pagine del suo quaderno e me le ha offerte come una forma di sacrificio. Lei non ha mai saputo che gran parte del materiale del mio terzo romanzo fosse impregnato dei riferimenti delle sue storie. È grazie al suo racconto “Il tordo”, uno dei più oscuri e affascinanti, che ho ripreso contatto con la mia facoltà immaginativa.
Greta ha mai letto i suoi lavori?
No, per quanto io sappia.
Se Greta li avesse letti, avrebbe riconosciuto i riferimenti che ha ammesso di aver prelevato dai suoi?
Sono stato molto attento nel fondere perfettamente il suo materiale grezzo con i miei processi visionari. L’attenzione scrupolosa con cui mi sono immerso nei suoi scritti, mi ha portato in breve tempo a saperli filtrare e farli miei. Posso confermare, a distanza di anni dalla stesura definitiva del terzo romanzo, che i suoi primi scritti sono diventati miei a tutti gli effetti. Ecco perché Greta non avrebbe mai rivendicato nulla nei loro confronti.
E i rapporti con Marcus? Cosa può dirmi in proposito? È stato anche lui influente sul suo processo creativo?
In modo diverso da Greta, ma la sua influenza l’ha avuta. È stata meno diretta, forse ha rappresentato un’influenza trasversale, ma comunque con una sua rilevanza. Senza Marcus, e il suo grado di influenza trasversale, non avrei beneficiato degli scritti di sua sorella. Posso considerare la presenza e l’influenza di Marcus come quella che ha avuto “La Camera bianca”, nella mia formazione interiore di uomo e di scrittore, rispetto a “La Camera nera.” Marcus era la parte occulta. Greta quella espressa, e quasi sempre compromessa, dalla sua scrittura.
Mi parla del suo rapporto con Dio? Mi sembra che ogni tanto traspare dalle sue opere.
È difficile concentrare il mio rapporto con Dio in una sola risposta, anche se articolata. Allo stesso modo è difficile concentrarlo, o sublimarlo, all’interno di una mia opera, o solo di una sua parte. Posso dirle che il rapporto con Dio esemplifica il mio rapporto con il mistero, che a sua volta rappresenta il mio rapporto con ogni istante della mia esistenza, di cui sono parte anche i miei libri, specie quelli rifiutati, incompiuti, non pubblicati. È lì che prevale la voce di Dio, quindi una traccia del mio rapporto profondo con lui.
Ha risposto in modo ardito. È riuscito a concentrare mirabilmente il suo rapporto nello spazio di una risposta.»
Non lo so. Ho solo espresso dei pensieri elementari.
Che cosa può raccontarci del rapporto con la zia Clorinda, o meglio… con la persona che per diverso tempo ha creduto sua zia? Vi è qualcosa che potrebbe aver condizionato la sua interiorità di artista, come più avanti è accaduto con Greta e con Marcus, o parliamo di un piano diverso?
Il rapporto con la zia Clorinda è lo stesso che ho con Dio. È stata una presenza immensa e invisibile, anche quando era con me; quando sorrideva, mi preparava i biscotti e cantava parole inventate dentro il registratore Geloso. In quei momenti, forse i più belli e preziosi della mia esistenza, è rimasta invisibile e sconosciuta, proprio come una forma divina. Ho pensato più di una volta che la sua follia, il suo dolore e la sua disperazione, rappresentassero la traccia enigmatica di una forma divina che si fosse essenziata in lei, che ha contato per me più di ogni cosa, esperienza, immagine o persona al mondo. Credo che sia stata, e lo è tuttora, la persona più importante della mia vita.
È mai stato amato da una donna così?
Mai. Non è mai accaduto.
Immagina che un giorno le possa accadere, di incontrare una persona che riesca ad amarla come, o più, della zia Clorinda?
Non posso immaginare nulla del genere, perché sono certo che non avverrà mai.
Qual è l’opera alla quale è rimasto più affezionato?
“Gli uccellini di carta.” È un romanzino incompiuto, che era partito come una raccolta di racconti, ma poi, lungo il corso delle prime revisioni, mi sono accorto che i racconti avevano diversi punti in comune. Quando ho provato a ricollegarli, considerandoli come capitoli di un’unica struttura e non più come storie autonome, ho appurato di avere tra le mani un romanzo.
Potrebbe dirmi tra La “Camera bianca” e “Gli uccellini di carta”, quale sia l’opera che affettivamente la coinvolge e la rappresenta di più?
“La Camera bianca.”
Pensavo che fosse l’affetto per una sua opera a decretarne l’importanza.
“La Camera bianca” è al di fuori delle opere compiute, pubblicate, o in corso di pubblicazione. È un’opera che le trascende e le sublima. “Gli uccellini di carta” ne costituisce, in ogni caso, una sua arteria vitale, un’aorta.
Quali sono i suoi progetti letterari, in questo momento della sua vita?
Non credo di aver mai fatto della letteratura. Di progetti letterari, quindi, nessuno.
Ne è davvero così convinto?
Assolutamente. È una delle mie poche certezze.
E allora che senso ha questo suo scrivere?
Nessuno.
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: Il pavone nero
- Episodio 4: La camera nera
- Episodio 5: Marcus e Greta
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
Che meraviglia questo ritorno al presente, non me l’aspettavo! Ho amato molto anche il modo in cui il protagonista racconta il suo rapporto con Dio. Davvero bello.
Grazie, Arianna. Sono felice che questa intervista ti abbia lasciato delle sensazioni così autentiche e ariose. Vedo che sei perfettamente sintonizzata sulle frequenze più sottili di questo progetto così singolare. La trasmissione di chi scrive ha sempre bisogno di frequenze giuste di ricezione, altrimenti evapora nell’oblio e non più nel “meraviglioso”. E credo che anche un lettore, mentre legge alla giusta profondità, e non si ferma alle apparenze o alle inezie, trasmette delle nuove radiazioni dalla sua esperienza, che arrivano anche a chi scrive, per dei sentieri sotterranei, imperscrutabili, in cui credo.
La parte dell’intervista in cui si parla di Dio e poi della forma divina incarnata nella follia della madre dello scrittore, è quella che mi ha colpito di più. La sento il cuore dell’intervista. Un saluto e ancora grazie del tuo commento così incoraggiante e vitale.
Sconcertante, quasi sconvolgente questa intervista che rivela moltissimo del protagonista. L’hai condotta magistralmente, tanto che in certi punti mi pareva di assistere a una sorta di talk show televisivo. Hai questa innata capacità di trasformare un testo e farne una scenografia, atto che apprezzo tanto, mi piace perché leggerti diventa quasi una esperienza immersiva. Mi sono chiesta, ‘ascoltando’ le parole del protagonista quanto forse egli confonda quella sottile linea che divide l’ispirazione dal plagio in qualsiasi forma d’arte; quanto ne sia consapevole o totalmente ignaro. Sicuramente possiede una personalità molto forte e totalmente incentrata su se stesso. Come se ‘succhiasse’ linfa virale da ciò che lo circonda, trasformandola in energia e rigettandola sotto forma di arte. Chiudo dicendoti che la frase finale è sconvolgente. Luigi, sempre bravissimo.
Come sempre le tue riflessioni aprono dei mondi, dei nuovi episodi di nuove serie infinite, in cui potremmo davvero perderci.
Posso dirti che l’intervista è stata intesa come un identikit della voce che ha condotto fino a ora, mettendola in una prospettiva diversa, in cui da conduttore degli eventi, delle trame psichiche e tortuose che spingono avanti i diversi tasselli della storia, diviene all’improvviso elemento condizionato, (e non più condizionante) dalle domande specifiche e progressive di un interlocutore assennato e autorizzato, che prende il controllo e il sopravvento sulle sue pulsioni linguistiche, in qualche modo le conduce e le riduce in uno spettro razionale, dove l’immaginazione, con la sua anarchia e selvaticità, deve mettersi allo specchio, pettinarsi e analizzarsi, diventando oggetto di indagine e non più strumento rivelatore di uno strato profondo di un essere in balìa della vastità delle sue tenebre creative e caotiche. L’intervista è quindi una nuotata nei confini della costa, dove lo scrittore tocca, ha piede, e deve contestualizzare in una zona più vicina alla terraferma, la dimensione di un largo che al momento non gli è concesso. Rappresenta ancora un altro luogo, dove le due camere si confrontano e in parte si annientano. Un laboratorio dove trovare delle chiavi in un percorso dove non esistono porte.
Le tue suggestioni che hai rilevato nell’esperienza di lettura, specie quelle legate alla dimensione scenografica delle atmosfere e della possibilità di immergerti nel fondo di certe intercapedini, mi rendono davvero contento, essendo degli elementi a cui tengo molto durante l’elaborazione delle mie prove che si muovono quasi sempre su impulsi e stimoli immaginifici. Parlo del fatto di creare una pluridimensionalità di ambienti, in primo luogo emotivi, psichici, dove la parola non sia solo un termine, ma un varco, la cruna di un ago dove il filo può condurre un suo corso invisibile verso altre regioni sensoriali.
Sul plagio e sui confini sottili tra appropriazione indebita e ispirazione, credo che il nostro scrittore si muova a impulsi ciechi, vittima di una forma di immaginazione che lo renda sempre colpevole, nelle situazioni conclamate di innocenza, e nello stesso tempo lo giustifichi come innocente nella sua piena colpevolezza. È dentro questi contrasti ancora insanabili, che la sua voce cerca di emergere, di ritrovare un suo senso, la soglia flebile di un suo sereno, di una sua morale.
Un grande grazie per il tuo ascolto sottile e sensibile. A presto.
Dimenticavo: la frase finale è drammatica, lo riconosco. Una forma estrema di negazione di ogni senso, di ogni valore per un’attività per la quale lo scrittore sta immolando la sua esistenza. Ma tu pensi che dobbiamo credergli? La sua è una risposta sincera, o è una forma sottile di inganno, di artificio, di strategia? Io ancora non lo so. Ma lascio aperto uno spiraglio, in entrambe le direzioni.
Non so se dobbiamo credergli, ma mi sono posta il problema. Fra i tuoi personaggi, forse lui è quello che più mi inquieta e, di conseguenza e per il fatto che siamo esseri umani, quello che maggiormente mi attira.
Sono in linea con il tuo pensiero. Ha il fascino dei contrasti, delle ombre, che non stancano mai gli occhi e nemmeno la mente.
La risposta finale è assolutamente emblematica, come se il protagonista stesso volesse comunicare al lettore una possibile chiave di lettura di tutta la storia.
Ho trovato molto interessante questa intervista, con la quale sono stati rivelati alcuni aspetti del personaggio e della trama in maniera molto originale.
Sì, Giuseppe, la risposta finale, lapidaria, di questa intervista, rappresenta un elemento importante per la fisionomia del personaggio dello scrittore e della sua voce, a cui ci affidiamo in modo incondizionato in questa scorsa singolare nel suo immaginario, come nei suoi inganni e sedimenti di reale. Sono contento che tu l’abbia apprezzata.
L’idea dell’intervista è molto interessante ed è stata utilizzata al massimo delle sue capacità! La lettura è scorrevole e piacevole, grazie per aver scritto questo episodio Luigi!! Complimenti come sempre ❤️😊
Ciao, Alfredo. Sono molto contento che questa zona dell’intervista, scorporata, almeno nell’apparenza, dal tessuto diegetico degli eventi sviluppati, ti abbia convinto. Vorrei articolare la serie con questi piccoli appuntamenti trasversali, che inquadrino la voce che conduce la storia da altri contesti e prospettive, sia spaziali che temporali, in modo da creare un organismo segmentato con cui strutturare questo diario di bordo di uno scrittore immaginario. Vedremo cosa accadrà. Intanto un grande grazie. Buona scrittura e a presto.
……come se il domandare fosse, in realtà, un interrogare se stesso che conduce a una presa di coscienza inattesa……un coltello dalla lama affilata che squarcia il velo…..e ciò che si riesce a vedere non è sempre piacevole e confortante……..
Ciao, Migeè. Hai compreso profondamente questa dinamica. Intervistatore e intervistato rappresentano un’unità primordiale, che si scinde e si fonde, a distanza di istanti, di sospensioni, ma ciascuno non ne è sempre consapevole, un po’ come avviene negli stati di dormiveglia, in quelle frazioni dove non sai dove ti trovi, se stai sognando, se sei vivo, se ci sei o se sei solo un altro o un viaggiatore col biglietto ridotto ma che ha sbagliato classe, scompartimento. Tutta la serie interroga l’ibernazione della verosimiglianza, in una sorta di linea d’ombra, e di confine, tra gli stati di incantamento, di meraviglia e disperazione che si intrecciano all’interno di una stessa persona che ne diventa mille, appartenenti alla regione dello stesso vuoto, quello dove finisce il buio e comincia l’infarto della parola.
Il “Nessuno” con cui si conclude in modo lapidario, quindi disilluso, l’estratto dell’intervista, è forse il simbolo di tutto questo. Un grande grazie di questi tuoi squarci così edificanti, che ricompensano dallo svuotamento successivo al completamento di questo mio studio e di tanti altri.
E’ tutto ciò che c’è di meglio in uno scrittore….questa facoltà di sdoppiarsi…..e di accettare il conflitto……
Grazie a te Luigi per le tue opere……
La risposta finale, “nessuno” mi ricollega al quel “disilluse” del titolo. Molto interessante, prima di tutto, il balzo temporale dal capitolo precedente a questa intervista. Avevo intravisto, forse sperato, una trasposizione dell’amore per la zia verso la figura di Greta, ora scopro che non è andata così. Anzi, ci sembra essere molto distacco, rispetto alle precedenti emozioni del protagonista, verso la ragazza. Qualcosa, nel mentre, lo ha disilluso, appunto…
Verissimo, Dea: gli elementi della disillusione e dell’ultima battuta dell’episodio sono collegati, direi interdipendenti. Riguardo alla dimensione affettiva con il mondo di Greta, non è detta l’ultima parola, almeno per ora. L’intervista è uno spaccato di un momento successivo, ma non esclude altri elementi che lo scrittore avrà preferito accantonare e non dire all’intervistatore. Si tratta di capire se Greta conti per lo scrittore solo per la sua misteriosa capacità immaginativa o per quello che rappresenti come persona, al di là dei suoi racconti, quindi (in fondo è la stessa domanda che lo scrittore cerca di porre a se stesso e al suo percorso farraginoso, senza ottenere alcuna risposta, soprattutto rispetto al suo rapporto con la vita, indipendentemente dalle proprie parole). Potrebbero esservi degli sviluppi singolari tra i due ragazzi che nemmeno io conosco, ma che vorrei scoprire e che sono curioso di organizzare nei prossimi passaggi. La cosa più bella dello scrivere è non sapere mai del tutto cosa accadrà, così come del leggere, almeno per me. Ancora grazie.
Anch’io sono un intervistatore, per questo il librick mi ha interessato!
Ne sono contento. La mia intervista è del tutto immaginaria. È interessante che l’abbia letta un vero intervistatore. Grazie del tuo interesse e del tuo commento.