Prima linea
Se ne stava lì, rannicchiato tra i cespugli sul limite di quella stramaledetta lingua d’asfalto, annusava l’aria e pensava a come diavolo fosse potuto accadere tutto ciò e più ci pensava, più proprio non riusciva a darsi una spiegazione.
Era una notte magnifica, piena di stelle ed il vento portava odori capaci di dare pace ad ogni spirito ma non al suo. Era una notte bella come tante ne avrebbe volute ancora vivere ma sapeva che per lui quella sarebbe potuta essere l’ultima.
Doveva attraversare quella stramaledetta strada per andare dall’altra parte in cerca di cibo per sé e per gli altri ma sapeva bene che quei pochi secondi allo scoperto avrebbero potuto significare la morte. Questa volta era toccato a lui correre.
L’avevano percorsa tutta quella stramaledetta strada, a nord fino alla collina ed a sud fino al fiume ma niente, non c’erano passaggi sicuri, era tutta fottutamente uguale dall’inizio alla fine; solo la notte sembrava un po’ più tranquilla per passare, ma saltare fuori dai cespugli, correre nel buio all’impazzata con il cuore in gola e rituffarsi nel bosco dall’altra parte, metteva comunque i brividi. Ormai vivevano un incubo.
Com’era potuto accadere, proprio non lo sapevano.
Era iniziato tutto con qualche racconto che arrivava da lontano ma nessuno aveva voluto dargli peso ed invece poi lentamente le cose erano cambiate ma loro semplicemente si erano adattati, avevano imparato a conviverci, questo era stato l’errore.
Poi tutto era andato peggio, sempre peggio, c’erano stati i primi morti, ed era diventato troppo tardi per tutto, anche per andarsene.
Ne morivano ogni giorno, nel tentativo di attraversare quella stramaledetta strada, ma grazie a dio in molti ce la facevano, sebbene fosse pur sempre una sfida con il destino.
Quasi tutti se l’erano vista brutta almeno una volta, graziati all’ultimo, appena sfiorati, mentre altri ancora ne portavano indelebili i segni ma quelli che morivano ormai non si contavano più e non era un bello spettacolo.
I corpi rimanevano a terra anche intere settimane prima che qualcuno li andasse a raccogliere, irriconoscibili. Smembrati, spremuti, lasciati putrefarsi al sole, fatti brandelli dai corvi, mangiati dalle formiche, coperti di polvere e lavati dalla pioggia. A volte la macchia di sangue rimaneva impressa sull’asfalto per stagioni, un’ombra di morte, se ne poteva sentire l’odore ad un chilometro e cazzo, lui non voleva finire così.
Ora, però, era arrivato il suo turno di correre.
Rannicchiato tra i cespugli sul limitare dell’asfalto, continuava a ripetersi di andare, cercava il coraggio che non trovava, perché sì, aveva paura, ne aveva tanta.
Si voltò a guardare la sua compagna che stava qualche passo più indietro tra l’erba alta, era così bella e lui le voleva così bene…
Lentamente indietreggiò e le si avvicinò finché le punte dei loro nasi si toccarono ed entrambi rimasero così immobili al riparo del bosco. Lui chiuse gli occhi e si ricordò della notte in cui l’aveva conosciuta in un bosco più a nord e di quanto da quel momento ogni cosa fosse diventata bellissima, prima che tutto impazzisse ovviamente.
Riaprì gli occhi. Ora doveva andare.
Si staccò da lei, si girò ed iniziò ad avanzare senza più voltarsi.
Se ne stava di nuovo lì, rannicchiato tra i cespugli sul limite di quella stramaledetta lingua d’asfalto, con il sapore di lei sulle labbra annusava l’aria e teneva gli occhi fissi sugli alberi dall’altro lato della strada.
Si obbligò a calmarsi, cercò di liberare la mente e poi si disse che sì, lui ce l’avrebbe fatta.
Scattò fuori dai cespugli con un balzo fulmineo ed iniziò a correre più veloce che poteva, senza mai smettere di tenere lo sguardo fisso davanti a sé, correva così forte da non sentire nulla, solo la cadenza del suo respiro ed il cuore che pompava. Correva e cercava di non pensare, correva per vivere, correva e basta, più forte che poteva.
Era a metà quando lo sentì.
Sentì per prime le vibrazioni dell’asfalto e lo prese una morsa di terrore, pensò persino di voltarsi e tornare indietro ma d’improvviso un bagliore accecante gli strinse di botto le pupille.
La sua ombra a terra puzzava di morte.
Fu il panico: il sangue fu richiamato al cuore in un’ultima lunghissima boccata, iniziò a tremare senza più controllo, si urinò addosso e si paralizzò nel bel mezzo di quella stramaledetta strada.
Davvero gli passò tutta la vita davanti: si ricordò dei prati in cui giocava con sua madre, ricordò di suo padre e di come gli avesse insegnato a cacciare, ricordò la colonia e di come fosse il mondo prima di tutto questo ma l’ultimo pensiero fu per lei, per lei sola, per quel suo muso così dolce e sperò solo non lo vedesse putrefarsi al sole. Si lasciò andare. Fu subito buio.
Tum-tum.
La ragazza sobbalzò sul sedile, –amore, cos’è stato?-
-Niente, tesoro- rispose il giovanotto al volante, -solo un riccio.-
Milano, Primavera 2011
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Risulta davvero difficile non empatizzare con il piccolo protagonista di questa storia. Che bel finale (con un salto di livello dal mondo animale a quello degli esseri umani) ma che brutta fine.
“Smembrati, spremuti, lasciati putrefarsi al sole, fatti brandelli dai corvi, mangiati dalle formiche, coperti di polvere e lavati dalla pioggia”
Questo passaggio mi è piaciuto
Grazie
L’assunto del gatto fermo in mezzo all’autostrada. L’umano punto di vista ignora ogni altro.
Un’altra piccola chicca, grazie.
Ma grazie!