Prologo

Serie: L'ORRORE DI MONTECOPPOLA


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Quale terribile segreto si nasconde tra i boschi di Montecoppola?

Quando ci si ritrova a passare per la strada che porta alla reggia di Quisisana e si gira a destra, salendo su una ripida strada lastricata di sanpietrini, si spunta ad un bivio dal quale, girando a sinistra, si arriva nei pressi di un vecchio cancelletto arrugginito perennemente aperto.

Passandoci, si entra in un sentiero sterrato che, ad un certo punto, si biforca in due direzioni.

Se si decide di scendere a sinistra, si giunge nei pressi di un’area ristoro con un piccolo parco giochi versante in uno stato di profonda incuria.

Da questo punto si possono prendere due decisioni: o si sale, attraversando un tortuoso percorso fatto in scalini di pietra, verso le antiche fontane del bosco che, come per il parco giochi, si trovano in uno stato di desolante abbandono, oppure si prosegue dritti fino ad arrivare nei pressi della via “Tuoro di Monte Coppola”, passando per alcune case e palazzetti che, ancora oggi, indicano la presenza di persone che vivono in quella zona all’apparenza disabitata.

Ad un certo punto, la strada si snoda in una serie di curve che si immergono nel verde, accompagnando i visitatori con lo sfrusciare del vento sulle foglie ed il canto della fauna, completando il loro percorso alle porte del piccolo paese di Pimonte.

In pochissimi potrebbero lontanamente immaginare che tra queste vie si celi un terribile mistero conosciuto come “L’Orrore di Monte Coppola”.

Tutto cominciò a partire da un piccolo villaggio che, fino a quel terribile momento, si trovava in un punto nascosto nel cuore dell’omonima collina boscosa, raggiungibile ancora oggi tramite una stradina privata in salita, nonostante il passaggio, perlomeno alle macchine, venga sbarrato da un enorme tronco d’albero caduto da moltissimi anni e sulle cui radici sono cresciute delle strane formazioni vegetali che, a detta della gente che provava ad avventurarsi per quei posti, davano quasi l’impressione di esseri verdi e filiformi che si intrecciano formando un disgustoso ammasso di gelatina vegetale.

Poche sono state le persone che hanno provato, durante gli anni, ad attraversare quella strada a piedi, ma appena riuscivano, con sommo disgusto, ad oltrepassare quell’enorme mostruosità verde che ne blocca il passaggio, giuravano di arrivare davanti ad un albero sporgente dal terreno i cui rami si estendevano, simili alle enormi dita rattrappite di un’anziana strega, fino a toccare l’altra sponda della strada, formando una sorta di passaggio su cui vi erano appesi crocifissi e simboli religiosi vari, pieni di polvere e consumati dal tempo.

Di fronte a quello strambo spettacolo, gli avventori raccontavano di esser colti da un senso di terrore puro raramente provato in vita loro, e con il tempo quasi nessuno ebbe l’ardore di superare quel passaggio, e i pochissimi coraggiosi che ci riuscirono raccontarono di esser arrivati nei pressi di un altro bivio imbattendosi, girandosi verso destra, in un altro cancello semichiuso simile a quello che si trovava all’entrata della via principale.

All’apparenza, la strada avrebbe dovuto proseguire verso l’alto, anche se il sentiero era ricoperto da così tanto fango, detriti e polvere da renderlo quasi del tutto impraticabile anche a piedi.

Tuttavia, era un altro il particolare che aveva fatto ghiacciare il sangue nelle vene a chi si era avventurato fin lì, spingendolo in seguito a scappare con la coda tra le gambe.

La strada, infatti, era lastricata di numerosissime croci nere dalle caratteristiche bizzarre ed anomale, appese per aria su dei piccoli rametti come a voler formare una lunga serie di antichissimi sonagli che, se mossi dal vento, si agitavano producendo un’orrida melodia fischiettante che si aggrappava alla pelle del corpo come il rumore delle punte scheggiate di una forchetta che graffiano una lavagna.

Nessuno sapeva chi avesse compiuto quel gesto ma, probabilmente, le croci erano state messe lì per scoraggiare tutti gli avventori ad attraversare quella strada, come se oltre la stessa si nascondesse una qualche entità che, se disturbata, avrebbe potuto turbare la quiete delle persone che oggi vivono a Castellammare.

Proprio per questo motivo, nessun sano di mente ha mai provato ad incamminarsi per quella via, scoprendo a suo rischio che cosa fosse rimasto di quel borgo abbandonato di cui ormai si era persa così tanto traccia nella memoria collettiva che persino il suo nome e quello della gente disgraziata che vi ci abitò era stato divorato dall’oblio della memoria.

Questa storia risale al finire del XVIII Secolo.

Castellammare, a quei tempi, aveva già vissuto eventi così tanto inspiegabili che sono diventati, con il passar del tempo, misteri in bilico tra realtà e fantasia, ma non starò qui a raccontarvi di nuovo i dettagli di storie che sono già state raccontate per evitare di poter sparire nelle sabbie del tempo e della memoria collettiva, troppo impegnata a nascondere i propri cadaveri putrescenti e a spruzzare sull’odore acre e penetrante della carne frollata e marcia un profumo fatto di libricoli inutili volti a fare pretenziose auto-lodi su quanto ci si ritenga a vuoto i migliori di tutti per via di un pallone che rotola, come i poco intelligenti P*** A*****, M******* Z****** e A***** M********, ma è giusto ricordarvi di come a volte il male, nella sua essenza più pura, possa nascondersi anche in posti che, a prima vista, sembrano i più improbabili al mondo, come risulterà improbabile a molti di voi l’esistenza di un borgo nascosto in quell’oceano di verde chiamato Monte Coppola, immerso in un silenzio che, dopo la narrazione dell’inquietante storia della sua caduta in disgrazia, risuonerà nella vostra mente con una musica decisamente più agghiacciante.

Serie: L'ORRORE DI MONTECOPPOLA


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Discussioni

  1. Di tutti gli incipit lovecraftiani che ho letto, quello de «L’orrore di Dunwich» è senza dubbio fra i miei preferiti e, come ha già ricordato il buon Roberto, questo tuo racconto parte con la stessa carica che possiede il testo del nostro caro Lovecraft, oltre a ricordare, se si vuole, nelle descrizioni degli elementi della natura come i rami degli alberi, certi passaggi de «Il colore venuto dallo spazio». Sono rimasto davvero stupito! Fa sempre piacere imbattersi in un testo dalle distinte influenze lovecraftiane, caratteristica comune anche alle storie che scrivo personalmente qua su Open. Detto ciò, continuerò presto la lettura dei successivi episodi, un saluto! 😀

  2. Una presentazione molto evocativa, ho fatto tutto il percorso mentre leggevo e dato che ho una predilezione per il genere horror (a mio avviso uno dei più difficili da scrivere, almeno per me), mi sono messa sull’attenti e proseguo.

  3. Da trekker non posso che esser affascinato da un luogo del genere, che a mio avviso descrivi bene nel contesto geografico. Ma per rendere più acchiappante questo brano avrei cambiato qualcosa nel montaggio, magari esordendo subito con la storia della malvagità e poi la descrizione geografica. Ma sono punti di vista, però a livello oggettivo bisogna uniformare tutti i tempi verbali, spesso sono dissimili e inciampano la narrazione. Detto questo alla grande, un buon esordio, sono curioso di sapere come si sviluppa

  4. “… lo strusciare del vento sulle foglie e il canto della fauna… ” Mi piace questo stile di scrittura: un misto tra poesia e prosa, musicalita´ e descrizioni quasi pittoriche. Mi auguro che i prossimi episodi non siano sul genere spaventosamente horror. Io sono una “fanciulla” che si impressiona facilmente.

  5. Bravo Luigi. Bravo. Sono impressionato da questo inizio così promettente e vedo una strada di talento e soddisfazioni. Il Segreto di Montecoppola (che rimanda un pò a L’orrore di Dunwich) mi ha preso, stordito. Dovrei dire stregato?

    Sono andato a cercare, ho scoperto i luoghi, visto le immagini. Che bella passeggiata, peraltro.

    Nota di merito per la suspense creata ad arte, per le immagini delle croci appese. Per tutto, in realtà. I sentieri della fantasia non hanno mai fine.

    Mi permetto di consigliare al giovane autore di curare la forma visto il potenziale espresso. Alcuni passaggi potevano essere megli articolati, a mio modesto, rispettoso parere. Ci siamo passati tutti, questo arriva con l’esperienza di scrittura: l’oro va un pò sgrezzato ma già luccica.

    1. Grazie. So molto bene che devo migliorare nella forma (tieni conto che nello stile anche del prosieguo di questo racconto mi sono voluto ispirare molto a Lovecraft che, nel suo essere un genio assurdo, aveva uno stile di scrittura non per tutti) ma scrivendo si impara. Ora sono un po’ arrugginito per via di impegni relativi all’università che mi hanno fatto stare fermo nella scrittura per 2/3 mesi. Questo pezzo di storia fa parte di un racconto già finito che scrissi durante l’estate e che spero di finire di pubblicare anche qui (devo ancora capire bene la piattaforma perchè è la prima volta che la uso in assoluto)

      Cmq le fonti d’ispirazione principali sono come hai detto tu The Dunwich Horror di Lovecraft e soprattutto Jerusalem’s Lot di King (che tra le due è la fonte d’ispirazione principale) con una leggera influenza della Maschera di Innsmouth (sempre del buon Lovecraft)

      Questa storia avrà anche un seguito già scritto e ambientato nel presente e probabilmente anche un terzo racconto di chiusura che a breve comincerò a scrivere appena si calmano un po’ le acque a casa (ho un leggero problema a casa che mia madre si è presa il Covid e quindi sto un po’ limitato e anche sovrappensiero)

      Cmq grazie del feedback 🙂

  6. Benvenuto Luigi e complimenti per il tuo brano, le storie del folklore locale mi sono sempre piaciute tanto e questa storia sembra avere tutte le caratteristiche giuste. Seguirò con interesse