Protezioni

Serie: Una città di perdenti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Poi, così come erano arrivati, erano risaliti sul furgone lasciato tutto il giorno all’ombra di un grosso platano nel parcheggio dei visitatori, e seguendo un percorso ad anello avevano viaggiato indietro ritornandosene a Looser.

Accadeva ogni volta che Mary si trovava in quel punto. Di ripensare ai giorni spesi col padre nel viaggio da Looser a Memphis, nell’estate dei sui 17 anni. E così accadde anche in quel preciso istante.

Nessun cordone, nessun divieto si frappose tra lei, i gradini ed il piano superiore dell’abitazione; e fu allora che le apparve con chiarezza quanto certe barriere, che da giovani si vorrebbe spazzare via con l’inesauribile, momentanea energia conferita dall’età, da adulti vorremmo fossero di nuovo lì a protezione da un mondo che gira sempre e solo come pare a lui. Per quanta forza si faccia sul terreno, gira sempre e solo come pare a lui.

Raccolse le energie e ne fece un tutt’uno con le ragioni che l’avevano riportata nella casa in cui era cresciuta, alzò il piede e lo posò sul legno nudo del primo gradino, sentendolo scricchiolare. Da ragazza, nell’ultimo periodo in cui aveva vissuto stabilmente fra quelle mura, certe sere in cui tornava tardi doveva fare attenzione ad evitare quello scalino, passando direttamente al secondo per scongiurare ogni tipo di rumore che potesse svegliare Letho. A volte per non spezzargli il sonno, se sapeva che il giorno dopo doveva recarsi presto in officina; a volte per evitarsi la ramanzina che ogni padre è tenuto a fare alla figlia che ritorna oltre un orario definito consono, quello che non si è mai stabilito con precisione, che è diverso per ogni genitore, per ogni figlio, per ogni circostanza e per ogni compagnia che si frequenta.

Questa volta non ebbe motivo di preoccuparsi né di una cosa né dell’altra. Spostò il peso in avanti caricandolo sulla gamba, si ritrovò di qualche pollice più in alto di quanto non fosse prima, dopodiché i piedi e i muscoli fecero il resto per conto loro. E senza quasi rendersene conto fu di nuovo in cima allo stretto corridoio al termine del quale due porte chiuse si tenevano d’occhio a vicenda, mute, senza che ci fosse bisogno di dire una parola, come due compari che si conoscono da sempre.

La stanza di sinistra, quella che dava ad est, da sempre era stata la sua. Da bambina l’aveva amata per via dell’alba che nasceva presto dalle basse colline e dei raggi di sole che la svegliavano insinuandosi tra le trame delle tendine. Da grande, l’aveva odiata per lo stesso motivo.

Ruotò il pomolo e senza staccare la mano spinse in avanti l’anta, lasciandosi sopraffare dal lieve sentore di carta da parati e resina che la raggiunse prima ancora che lei gliene desse il permesso.

Quando Mary, non ancora ventenne, aveva lasciato Looser per l’Università, Letho non aveva mai voluto cambiare la destinazione della sua camera, che ancora adesso appariva come l’aveva guardata un’ultima volta prima di partire per Pittsburgh e trascorre lì i successivi anni da studentessa, formandosi nelle stesse aule all’interno delle quali avrebbe un giorno insegnato. I libri allineati sulla mensola sopra il letto, la scrivania appoggiata proprio sotto la finestra, la lampada che da sola bruciava più lampadine di un temporale estivo, il poster sbiadito di Steven Tyler appeso alla parete.

Per un po’ anche Mary era stata d’accordo con quella scelta, comoda nei primi periodi in cui da Pittsburgh faceva ritorno a casa in occasione delle pause scolastiche. Ma quando i rientri a Looser si erano fatti meno frequenti, anche in ragione dei lavori saltuari che in quegli anni l’avevano aiutata a mantenersi i suoi vizi, come li chiamava Letho, Mary aveva sempre insistito col padre affinché da quelle quattro mura lui ne ricavasse qualcos’altro.

«Ma che dovrei farci, Mary?» le aveva chiesto una domenica mattina, la prima volta in cui la figlia aveva avuto da obiettare per quell’immobilità, mentre erano seduti a bere caffè dopo colazione fuori sul portico e Rusty se ne stava allungato a terra come pane francese vicino ai gradini della veranda.

«Che ne so? Una stanza da lettura, per il fai da te, per quello che ti pare. Ma non mi sembra giusto lasciarla inutilizzata solo per me.»

«Mary, se devo leggere posso farlo in cucina come sul divano in sala come seduto sul cesso, non mi serve una stanza apposta. E se devo aggiustare qualcosa scendo a farlo giù nel sottoscala. Che c’è che non va nel conservare la tua camera com’è?»

«Non lo so. È che mi sembra, hai presente, uno di quei mausolei per ragazzi scomparsi, che non sposti un capello sperando che prima o poi qualcuno ti riporti a casa tuo figlio sano e salvo. È inquietante.»

Allora Letho si era abbandonato ad una grassa risata, aveva appoggiato la tazza sul tavolo e si era sfregato le mani sui jeans.

«Ascolta Mary, puoi dormire sonni tranquilli. Non ho alcuna intenzione di farti sentire in colpa perché la mia bambina se n’è andata di casa, e non ho bisogno dello psicologo per elaborare la perdita. Questo posto è grande, non mi serve più spazio di quanto già abbia, e fidati di me: quando sarai sposata e mi porterai a far visita qualche marmocchio che cade sul pavimento ogni tre per due, ti farà piacere prendertelo sulle spalle e salire su di sopra con lui, per fargli vedere com’era la stanza della mamma quando era più giovane.»

Poi aveva aperto il cassetto del tavolo frugandovi all’interno, e a quel punto Rusty si era tirato su con uno scatto veloce come un funghetto da flipper, ed era venuto a prendersi il suo biscotto a forma di salsiccia. E quello aveva chiuso definitivamente la faccenda.

Mary fece un passo indietro lasciando aperta la sua stanza. La luce del giorno si intrufolò sulle assi del pavimento nel corridoio. Girò su sé stessa e con lo stesso gesto di prima ruotò il pomolo della porta di fronte. Non ci fu bisogno di spingere, l’anta si mosse aprendosi da sola per via di quell’inclinazione che il padre non era mai riuscito a correggere.

Lenzuola di cotone stirate di fresco erano piegate sul materasso ora spoglio sul quale Letho si era addormentato per non svegliarsi più.

Continua...

Serie: Una città di perdenti


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Roberto, mi era mancata questa storia e la tua scrittura.
    La narrazione si prende tutto il tempo, si sofferma sui dettagli e sulle sensazioni, com’è giusto che sia quando si fruga tra i ricordi.
    Spero di leggere presto il prossimo episodio, bravo come sempre!