Qualcosa di importante – parte 2

Sa cosa prova lei ora e sa cosa ha provato quella stessa mattina, quando si erano ritrovati di buon’ora nella sala ristorante dell’albergo che ospita il convegno, quando le loro dita si erano sfiorate davanti ad una riga ordinata di stoviglie pulite, attratte entrambe dalla stessa tazza. Quando avevano evitato di incrociare gli sguardi per paura di scontrarsi con quello che ci avrebbero letto dentro, di ritrovarsi al punto di partenza nonostante la distanza e gli anni trascorsi, concentrati esclusivamente su quello che c’era stato nel mezzo e dimentichi del perché era finita.

Perché la memoria è selettiva, lavora al servizio della specie e non dei singoli individui, l’obiettivo è l’innesco, e che la miccia bruci fin dove è la dinamite.

Così adesso c’è solo il desiderio di assaporare di nuovo il gusto delle sue labbra, con la lingua e con i denti, la conferma che abbiano ancora il sapore che di lei ricorda, solleticarle il palato e percepirne un’altra volta il fremito che questo le procura. Spingerla indietro, sdraiarla a terra, montarle sopra, le ginocchia che le ostacolano i fianchi, che non la fanno andar via mentre la guarda in quegli occhi che gli dicono di non volere essere da nessun’altra parte se non lì, a lasciare che gli liberi le asole della camicetta senza fretta esponendo alla luce del sole la trama merlata del reggiseno che si alza e si abbassa in affanno. Il tempo non esiste più, quello che è stato non conta più, mentre la mano di lei strofina la stoffa in tensione sotto la cinta e laboriosa si fa strada oltre i bottoni e le cerniere e tutto quello che la separa dal ricordo di lui, un ricordo che sente il desiderio di accarezzare, il bisogno di afferrare, un appiglio quando tutto intorno frana. Sfilarle i pantaloni , gli slip e indugiare su di lei per un attimo, restando entrambi in attesa, vulnerabili, vivi, per poi scendere verso il basso e rimanerci per tutto il tempo che lei gli chiederà di restare. L’impulso di lui di insinuarsi nella sua carne in un viaggio che è sempre diverso, che non gli basterà neanche stavolta, raccogliere le energie e lasciare spazio ad un’esplosione fatta di scariche nervose, di affondi, di morsi, di cedimenti, di fiato e, alla fine, di una nota dolorosa che si intrufolerà negli spiragli dei loro corpi uniti e li separerà per l’ennesima volta.

Apre invece gli occhi, le iridi ferme in avanti, ogni cosa nello stesso posto in cui la ricordava, e sente lo sguardo di lei posarglisi nel punto in cui dal colletto della camicia affiora la pelle ispida di rasature frettolose.

«Che facciamo?» gli chiede. «Magari si rassegnano e ci danno per dispersi.»

«Ne dubito, finché c’è in giro Iacometti.»

«Però abbiamo lasciato un discorso a metà.»

«Già. Non me lo ricordo più. Si vede che non era importante.»

«Bugiardo. Come se non ti conoscessi.»

Lui non raccoglie la provocazione, guarda in basso, sorride.

«Allora che dici, andiamo? Mi fai da cavaliere?»

Il telefono di lui vibra da dentro il taschino della giacca, lo estrae, legge sullo schermo un numero che ha da poco salvato in rubrica, che chiede che qualcuno risponda. Lui resta sordo a quella richiesta, scorre con il dito e silenzia la chiamata.

«Vai prima tu» le dice, «che poi se quelle tre ci vedono uscire assieme di qua… Io intanto devo fare una telefonata.»

Lei si alza e spazza via dalla trama dei jeans la peluria che la moquette le ha lasciato sul retro dei pantaloni. «Ci vediamo di là in sala allora. Dopo magari ci pigliamo un caffè. Così mi racconti un po’. Magari ti viene anche in mente quella cosa che mi volevi dire.»

«Un caffè. Certo, volentieri.»

«E sistemati la cravatta, sennò pensano che hai passato il tempo con qualche donna che ti ha fatto la corte.»

«O che io l’ho fatta a lei.»

La guarda camminare a passo tranquillo verso la porta, come se non ci fosse un lavoro ad attenderla dall’altra parte, come se si fosse persa tra gli anfratti di una mostra e non avesse alcuna voglia di ritornare sul percorso principale.

Quando la porta si richiude con uno scatto lui riattiva lo schermo del telefono e cerca tra le chiamate perse. Tocca col dito sul nome in rubrica, ST. SODINI, e poggia l’orecchio all’altoparlante. Un unico squillo, una convenzione, poi un’orchestra sinfonica gracchia una melodia che potrebbe ripetersi all’infinito se qualcuno gliene desse la possibilità. Qualcosa la interrompe, un fruscio disturba la quiete che fa da premessa ad ogni notizia.

«Studio Sodini buongiorno.»

«Sì, salve, sono Francesco Rondelli. Mi avete appena chiamato, non sono riuscito a rispondere»

«Salve Sig. Rondelli. Attenda, le passo subito il Dottore.»

«Sono pronti gli…?»

«Le spiega tutto il Dottore.»

Nell’orecchio ancora l’orchestra sinfonica di prima, con i suoi fiati e i suoi archi dozzinali, poi un tic secco e il rumore lontano di dita che battono su una tastiera.

«Sig. Rondelli?». Una voce da fumatore lo interroga dall’altro lato.

«Buongiorno Dottore. Sì, sono io. Mi ha chiamato per i referti?»

«Sì, è tutto pronto.»

«E?»

«Può venire in studio da me? Una mattina di queste che le fa comodo.»

«Devo controllare l’agenda, il lavoro. Non può dirmi intanto qualcosa?»

«Venga in studio da me. Si parla meglio a quattr’occhi.»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Roberto, come ti ho giĂ  detto ammiro la tua capacitĂ  di raccontare e fotografare i dettagli, trascini dentro la storia e permetti di spiare i tuoi protagonisti da una postazione privilegiata. Ci sono emozioni ed eleganza in questa storia, un’altra conferma della tua bravura.

  2. La classe non è acqua, diceva qualcuno. Chi? Ma chi se ne frega! Tu ne hai da vendere, quindi sono contento di aver giĂ  scritto il pezzo per il “concorso”, così il paragone nemmeno si può fare. Nessuna concessione alla volgaritĂ , la solita misura sopraffina, e io leggo e ne resto estasiato. La chiusura ridimensiona ogni illusione sul desiderio: cosa effimera, quasi un contentino nell’infelicitĂ . Avec mes compliments!

    1. Grazie Giuseppe, sono felice che ti sia piaciuta questa storia, per fortuna era giĂ  da qualche parte e in qualche modo quando è partita l’idea che ci ha fatto pubblicare. Mi prendo sempre volentieri i tuoi complimenti perchĂ© regalano piĂą vigore di una grappa bevuta alle tre del pomeriggio!

  3. “L’impulso di lui di insinuarsi nella sua carne in un viaggio che è sempre diverso, che non gli basterĂ  neanche stavolta, raccogliere le energie e lasciare spazio ad un’esplosione fatta di scariche nervose, di affondi, di morsi, di cedimenti, di fiato e, alla fine, di una nota dolorosa che si intrufolerĂ  negli spiragli dei loro corpi uniti e li separerĂ  per l’ennesima volta.”
    Questa Ă© la parte che mi ha colpito di piĂą. Piacere e dolore, unione e separazione, maschile e femminile avvinti e in lotta nello scontro carnale. Gli opposti che si attraggono, la costante dualitĂ  della nostra esistenza.
    Il finale sembra aperto, non sembra promettere niente di buono, però ha un suo effetto che fa breccia.

  4. “PerchĂ© la memoria è selettiva, lavora al servizio della specie e non dei singoli individui, l’obiettivo è l’innesco, e che la miccia bruci fin dove è la dinamite.”
    Sono d’ accordo sulla teoria e, detta così, Ă© molto efficace.👏 👏 👏

  5. Sono felice di aver potuto leggere entrambe le parti dell’incipit di questa nuova serie. In questo modo, ho potuto spaziare lo sguardo oltre l’emozione prima. La tensione che abbraccia i due protagonisti non è solo erotica: porta dentro memoria, rimpianto, bisogno di conferma, vulnerabilitĂ . C’è qualcosa rimasto in sospeso, qualcosa che il tempo non ha davvero sciolto.
    C’è poi il sospeso, ciò che la vita ha in serbo.
    Trovo bellissima la tua narrativa, perchè sa parlare dell’essere umano nella sua complessitĂ ; in questo e in tutto ciò che hai scritto e ho avuto l’onore di leggere.

  6. “PerchĂ© la memoria è selettiva, lavora al servizio della specie e non dei singoli individui, l’obiettivo è l’innesco, e che la miccia bruci fin dove è la dinamite.”
    ❤️