Qualcosa di insolito 

《Viviamo per uscire, ragazzi, per ballare》diceva la canzone. La voce del cantante scorreva tra le corde dei miei nervi giovani e mi inebriava. Il volume era alto, le cuffie premute sulle mie orecchie. 《Viviamo per stare fuori, liberi, sì…per stare fuori!》

Già. Noi, però, eravamo in cameretta. Io camminavo avanti e indietro in calzini, a ritmo di musica, mentre Giò, come al suo solito, studiava, seduto alla scrivania. Aveva quindici anni (uno più di me) e studiava sempre: accigliandosi, massaggiandosi il collo, strizzando per la concentrazione gli occhietti grigi, masticando ogni sorta di barretta o merendina; e ripeteva tutto quanto a voce alta, e nel farlo gesticolava, come cercando di convincere la parete di fronte a sé della bontà di ciò che andava dicendo.

Quel periodo della mia vita, talvolta, mi colpiva con forza, come uno spavento; altre volte era più simile a una risata al sapore di niente, di quelle che si fanno per il solo gusto di ridere. A volte sentivo una dolcezza strana, come quando si succhia un bastoncino di liquirizia, altre mi riempivo di languida nostalgia e quasi piangevo. E, da qualche tempo, incessantemente tornavo a interrogarmi circa il motivo per cui si è vivi. Il fatto che si potesse vivere per uscire a divertirsi, come affermava la mia canzone, non mi convinceva per nulla.

Spensi la musica e guardai Giò, chino sul suo quaderno. Avrei voluto chiedere a lui, tanto più sapiente di  me; in quel momento, però, stava pronunciando le parole “Paralipomeni della Batracomiomachia” con tale partecipazione emotiva che d’un tratto raggiunsi la consapevolezza che mio fratello era pazzo.

Pensai allora alla nostra famiglia. Alessandro, il più grande di noi, aveva vent’anni e apparentemente ne aveva, di cose per cui vivere. Era un cuoco e si dedicava quindi a ciò che più lo divertiva; e aveva una ragazza, la patente per guidare l’auto, una camera da letto solo sua. Spesso, quando era in casa, veniva ad affacciarsi alla porta della nostra stanza, tutto luccicante dei suoi orecchini e dei suoi piercing. 《Ciao, belli!》esclamava, con un sorriso che era la manifestazione del piccolo sole che sembrava ardere in lui. Era come se Alessandro fosse luce: come se emanasse raggi brillanti d’entusiasmo, che si diffondevano tutt’intorno al suo passaggio; mi capitava di chiedermi se sarei mai potuto diventare come lui, una volta cresciuto.

Papà, invece, oltre che per noi, sembrava vivere per i suoi studenti, anche le non rare volte in cui li detestava; e la mamma, in quanto medico e madre di noi tre, probabilmente non aveva neppure il tempo di porsi il problema. Eppure tutto questo non spiegava, ai miei occhi, il motivo per cui si vive, più in generale. Lo scopo, insomma, per il quale l’umano è presente ed esistente. Così, mi capitava di struggermi in pensieri d’insensatezza e venivo colto dal sospetto che tutto ciò che mi circondava non fosse che un sogno.

Una mattina, a scuola, trovai un biglietto sul mio banco. 《Gli spiriti hanno la risposta》diceva. 《Vieni con me.》La calligrafia era ostica, ma riconobbi la firma di Gelsomina, una mia compagna di classe, e mi sentii a disagio. A me il suo nome pareva bello, trovavo che il suo aspetto fosse tutt’altro che sgradevole; ritenevo però che forse non l’avrebbero presa in giro così tanto, se solo non avesse avuto quello sguardo sempre tetro e cupo, se avesse sorriso e chiacchierato un po’, qualche volta, e tenuto meno in disordine i suoi capelli, talmente lunghi da arrivarle ai gomiti.

Alla quarta ora, Gelsomina si volse a guardarmi con espressione eloquente, poi si alzò e chiese il permesso di andare in bagno, lanciandomi un’ultima occhiata prima di varcare la porta. Con un vago senso di apprensione, poco dopo la imitai. Fui così in corridoio, solo con lei, mentre qualcosa nel profondo del mio animo mi suggeriva che avrei dovuto avere paura e, forse, fuggire. Eppure rimasi.

Gelsomina mi condusse in un angolo oscuro e isolato, che sembrava conoscere solo lei, e mi fece cenno di tacere; poi, senza alcun preavviso, mi pose in fronte una mano freddissima. All’inizio quasi sobbalzai, ma, superato il primo impatto, sentii avvenire in me qualcosa di insolito. Un’immagine prese corpo davanti ai miei occhi, imponendosi sempre più nitidamente al mio campo visivo: il pallido volto di Gelsomina e l’intero corridoio svanirono e mi trovai di fronte a un cadavere.

Il corpo era in decomposizione e il volto, sotto l’ormai esiguo spessore della carne consunta, mostrava denti e ossa. Era irriconoscibile; eppure, ebbi la certezza (non so come) che quell’uomo morto fossi io stesso. Mi riscossi spaventato e la visione sparì.

Con orrore, mi rivolsi a Gelsomina.《Quindi è per questo che si vive?》 chiesi. 《Per morire?》

Lei mi scrutò, con quegli occhi strani. 《E che cosa credevi?》

Quel pomeriggio, non mi venne voglia di ascoltare musica. Sedetti sul tappeto, contemplando l’immagine di Giò, che, ingobbito sul libro di latino, succhiava il tappo della biro. Per un istante, provai una sorta di tenerezza verso di lui, così intento e corrucciato.《Giò》azzardai, a mezza voce.《Sai, ho scoperto che…si vive per morire. Me l’hanno detto gli spiriti.》

Mio fratello distolse gli occhi diligenti dalle sudate carte e mi guardò. 《Ma sei scemo?》

In quel momento, la porta della cameretta si aprì e apparve Alessandro; e, come accadeva sempre quando entrava lui, fu come se qualcuno avesse acceso la luce. 《Ciao, bello!》lo anticipammo noi, all’unisono.

 Lui gettò indietro il capo e rise. 《Siete sublimi, fratelli! Datemi il cinque!》E mentre persino l’austero Giò, incapace di resistergli, si slanciava ad abbracciarlo, io osservai mio fratello Alessandro, col suo sorriso perfetto: non viveva per morire, no. Lui viveva per vivere.

 

 

 

 

 

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Discussioni

  1. Ciao Maria, mi è piaciuto molto come hai caratterizzato i due fratelli: Giò virato allo studio e alla disciplina, mentre Alessandro è di per se quasi una risposta alle domande del protagonista. Veramente molto brava 😀 👏