Quando il tempo si è fermato

“Tutti gli orologi del mondo hanno smesso di funzionare.”

Quando avevo sentito la notizia alla radio, mi era sembrata così assurda che l’avevo spontaneamente registrata come lo scherzo di qualche stazione satirica. Eppure, quando entrai in casa più tardi – dopo la solita routine sfiancante di lavoro – l’occhio mi cadde sull’orologio in cucina, ed era fermo sulle diciotto. Battei le palpebre, confusa.

Mi affacciai alla finestra, ed osservai le sfumature aranciate del cielo. Infilai le mani nella tasca sinistra dei jeans, prendendo il telefono: pigiai il tasto sinistro e lo schermo si illuminò, mostrandomi l’orario: diciotto, ancora una volta. In pieno aprile, il sole non tramontava di certo alle diciotto.

Avanzai verso la camera da letto di mia madre. Aprii dolcemente la porta, col timore di svegliarla. Nonostante il silenzio con cui mi fossi mossa, il viso stanco di mia madre si inclinò verso la mia direzione, e i suoi occhi vitrei si posarono su di me non appena chiusi con delicatezza la porta alle mie spalle.

«Sei tornata.»

Sorrisi. «Pensavo dormissi», sussurrai, sedendomi al suo fianco.

«Ho riposato abbastanza, per oggi», rispose.

Immagino sapesse, però, che ero capace di vedere la stanchezza perenne nel suo sguardo. I capelli grigi erano lunghi – era da un po’ che non li tagliava, non desiderava più fare né tinte né acconciature – e formavano dei filamenti ondulati sul cuscino, che le circondavano il viso emaciato.

Mi scappò un sorriso amaro, che tentai di nascondere: la mamma capiva sempre quando sorridevo a metà. “Hai una smorfia sul viso che con un sorriso ha in comune soltanto gli angoli della bocca in su”, lamentava sempre. Io rimanevo in silenzio, perché tentare di contraddire la mamma non era quasi concepibile. Era una donna testarda, lei.

Lo sguardo mi cadde sulla sveglia rossa che aveva sul comodino: era una di quelle sveglie retrò, che la mamma possedeva da decenni. La ricordavo bene, perché quando da bambina avevo terribili incubi o lamentavo un mal di pancia, e correvo nella camera della mamma in cerca di conforto, lo sguardo cadeva sempre su quella sveglia, illuminata dalla flebile luce della lampada sul comodino. Ne ricordavo il trillo la mattina, che mi donava sempre un senso di conforto, nonostante l’acutezza fastidiosa del suono: simboleggiava che la notte, tanto spaventosa, era finita. La mamma, però, sapeva sempre come rendere il buio meno terribile.

Presi istintivamente la sveglia tra le mani: anche quella segnava le diciotto. Il cuore iniziò a palpitarmi forte nel petto, e quella che fino a poco tempo prima mi sembrava solo una sciocchezza, iniziò a prendere le sembianze della realtà. Cosa significava tutto questo?

«Ah, l’hai notato anche tu», commentò la mamma. «Ormai si è fermata già da un po’. Quando non ho nulla da fare controllo costantemente che ore sono. Se solo potessi alzarmi, andrei a controllare l’orario in cucina. Che ore sono, cara?»

Rimasi in silenzio per qualche secondo, e la mamma mi fissò con sguardo interrogativo. Pensai al tramonto di poco prima, e voltai lo sguardo verso la finestra chiusa della camera. Non penetravano più i raggi di sole, e riuscivo ad intravedere un colore bluastro tra le fessure dell’imposta.

«Sono le sette e mezza di sera, mamma», mentii.

«Ah, è quasi ora di cena. Perché non ti prepari qualcosa da…» la mamma si bloccò a metà frase, ed iniziò a tossire convulsamente.

Mi irrigidii, e ci volle un po’ prima che trovassi la forza di alzarmi per recuperare un fazzoletto e dell’acqua.

Mentre la mamma beveva, decisi di lasciare la stanza. «Vado a preparare la cena», le dissi, scivolando dietro la porta.

Dalla fessura, continui ad osservarla: la tosse si era calmata, ma sul suo viso c’era una profonda inquietudine. Cercava sempre di nasconderla, quell’angoscia. Come ogni madre, sentiva il dovere di mostrarsi forte e di proteggere la propria bambina dalle brutture del mondo – proprio come quando ero piccola, e mi rifugiavo tra le sue braccia.

Adesso le sue braccia erano troppo deboli, e dovevo essere io a sostenerla. Era giusto così, dopotutto, ed avrei tanto voluto che non si affaticasse per nascondermi le sue debolezze; eppure, c’era una parte di me – quella più egoista, infantile – che desiderava tanto che le sue braccia fossero di nuovo forti abbastanza da stringermi, ed io tanto piccola da potermici perdere dentro di nuovo.

Portai nuovamente lo sguardo sull’orologio, temendo di vedere le lancette avanzare. Il tempo si era davvero fermato, mamma? Cosa rappresentava quell’orologio statico sul muro? La tua malattia aveva smesso di avanzare? Il giorno che tanto temevo non sarebbe più arrivato?

Mi portai la mano alla gola: la sentivo stringere così forte da togliermi il respiro. Chiusi gli occhi, fino a quel momento ancora puntati sull’orologio.

“Non muoverti, per favore. Non muoverti mai più”.

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