QUANDO LA VITA TI LASCIA SENZA PAROLE

Era un’alba triste di una mattina qualunque.

Da tempo ormai nella nostra famiglia si respirava un’aria diversa, di dubbio, di incertezza. Come madre sentivo il peso di tutto questo e di giorno in giorno lo sforzo per affrontare la quotidianità diventava sempre più difficile.

Tutto iniziò un paio d’anni prima. Mio figlio di quattordici anni era nel pieno della sua adolescenza, con la sua irrequietezza, la sua giusta e naturale aggressività, la sua voglia di “spaccare tutto”, il suo bisogno di emergere scolasticamente e sportivamente. Il canottaggio era la sua passione, la sua seconda vita. Il mare aveva fatto parte integrante della sua crescita. La barca ero lo strumento della sua evasione dai brutti pensieri, dai dispiaceri. Il suo modo per allontanarsi dalla riva dei problemi e delle difficoltà. Le medaglie non erano che il contorno di tutto questo.

Lo andavo a prendere agli allenamenti e all’orizzonte, colorato dai bellissimi tramonti, da grigie giornate, da nuvoloni minacciosi, vedevo la sua barca, il suo gruppo. Tutto era perfetto, a parte, non nascondo, la mia voglia di tornarmene a casa da mio marito e dagli altri miei due figli più piccoli per l’unico momento di condivisione della giornata, il cenare assieme.

Ma tutto cominciò a guastarsi nel giro di qualche mese.

Alla fine di ogni vogata Joshua lamentava sempre più spesso e insistentemente un forte dolore alla schiena. Ovviamente la volta successiva riprovava l’allenamento con il desiderio di sempre. Ma il dolore era ormai una costante.

Da piccolo gli era stata “scoperta” una scoliosi congenita da emispondilo. Ai profani come noi era stato spiegato che si trattava della mancanza di mezza vertebra, da tenere sotto osservazione, e noi genitori eravamo sempre fedeli e puntuali ai controlli radiografici. “Il bambino cresce dritto, compensa con la postura, state tranquilli” … ci dicevano ogni volta presso l’ospedale locale dove era nato e che ci seguiva.

Ma poi casualmente attraverso una risonanza fatta su consiglio di un medico amico, scoprimmo che, dove la colonna vertebrale si era nel frattempo pesantemente curvata con la crescita, lo spazio era stato occupato da una massa di “origine dubbia”. “Nulla di allarmante apparentemente”, affermarono ben due medici, ma una visita si rendeva necessaria per “scagionare” qualsiasi dubbio di malignità. Il neurochirurgo ci disse pure, dopo aver valutato il quadro clinico completo della schiena del ragazzo, che forse sarebbe stato meglio farlo visitare al più presto in un centro più competente e specializzato in chirurgia vertebrale, che il contesto a lui sembrava degno di nota e anche piuttosto urgente e ci indirizzò a Milano, all’Istituto Ortopedico Galeazzi.

Dalla piccola città di Trieste alla grande metropoli. Un impatto di caos, confusione. La sensazione di disorientamento esterno unita a quello interiore spazzava via tutto quello che avrebbe potuto colpirci in positivo, per la novità e la curiosità. Il cielo di Milano, affacciato sulla sua periferia, pareva più grigio del sentito dire anche se quel giorno stranamente c’era il sole! Dopo la prima visita medica e il primo colloquio con il chirurgo che ci avevano espressamente indicato e che ci mise subito in lista d’attesa per l’intervento, cercammo di saltare l’ostacolo dell’ansia che per me e mio marito iniziava a germogliare e sorridendo ai nostri due bimbi più piccoli, che ci avevano ovviamente seguito nella città “quella grande segnata sulla cartina che ho fatto proprio ieri a scuola… della Lombardia!” decidemmo di visitare il Duomo. L’avventura della metropolitana che non avevano mai preso, vedere il loro entusiasmo per una cosa così ovvia e banale per gli altri, un semplice mezzo di trasporto che è riuscito a farsi supportare da una descrizione pittoresca e condita di dettagli di circa dieci minuti.

E poi il ritorno a casa.

Spesso capita che davanti a delle notizie pesanti la reazione è di distacco emotivo. Così per qualche settimana se ne parlava quasi sorridendo con Joshua. Si confrontava la professionalità dei medici dell’ospedale di Milano, il loro linguaggio, i loro strumenti, la misurazione della curvatura della schiena dalla radiografia con l’Iphone che lo aveva letteralmente conquistato! Ci ripenseremo, ne riparleremo, chiederemo un consulto altrove. Perché non si affronta un intervento di questa portata con leggerezza, bisogna valutare i pro e i contro. Vantaggi, benefici, rischi, sedia a rotelle (???).

E mettemmo tutto in momentaneo standby per un paio di settimane.

Ma ormai il sentiero era segnato, come quelli di montagna, che bisogna affrontare anche in salita, tra mille peripezie, ostacoli, pericoli, senza vedere la vetta che però c’è!

Ed era lui, mio figlio, che a soli sedici anni, doveva pensare, riflettere, e decidere! Scelte che, anche con l’appoggio di noi adulti, i ragazzi non dovrebbero mai dover fare. Troppo prematuro trovarsi faccia a faccia con questioni così grandi.

Ma dopo giorni di suoi silenzi, senza nessuna titubanza e perplessità dichiarò il suo pensiero. “L’intervento lo faccio!”. Consapevole di quello a cui stava andando incontro e forte del desiderio di cambiare la sua vita, di togliere di mezzo quell’”ingombro” dentro al corpo, di affrontare quella spina dorsale che ogni volta si guardavano le radiografie faceva rabbrividire da tanto era storta. E che oltre a farlo soffrire fisicamente, in qualche modo lo isolava dagli altri.

Un grande passo, tanto coraggio. Perché un raddrizzamento della colonna vertebrale così “grande” e importante rientrava in una casistica davvero “piccola” in percentuale. Mi ricordo che il chirurgo fece delle foto per documentare il prima e il dopo. La storia del suo intervento finì sul sito internet degli interventi degni di nota dell’ospedale stesso, assieme al caso di un ragazzo con un proiettile in schiena.

E’ ancora tangibile a pelle l’attesa infinita, mia e di mio marito, durante le dodici ore, previste per l’intervento, che scorrevano esasperatamente lente. Noi, congelati nel nostro silenzio fatto solo di sguardi, in un limbo dove non arrivava notizia alcuna… Poi l’apparizione, sì proprio così, il chirurgo che lo ha seguito anche in tutto il percorso preparatorio ci è sembrato un angelo quando ha detto: “state tranquilli, è andato tutto bene, muove le gambe…”.

Il nostro lungo pianto. Poi le immagini forti che non lasceranno più la mia mente quando ho incontrato il mio ragazzo in rianimazione irriconoscibile dai segni della sofferenza. Che si è prolungata per parecchio tempo e che lo ha costretto a tanta riabilitazione. Lui che sempre lottando contro il dolore e sempre vincendo l’apatia che bussa continuamente alle porte di chi vive queste situazioni ha continuato a studiare tenendosi in contatto con scuola e professori.

Ne è uscito vincitore lasciando una testimonianza di forza anche ai fratelli.

E quando ha varcato la soglia di casa (i fratelli non lo vedevano da più di dieci giorni), mio figlio più piccolo ha proclamato: “quanto sei diventato alto!” E si è messo a piangere.

Non era più alto: era semplicemente tornato dritto!

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