Quasi

Ti ho conosciuto in un pomeriggio piovoso di sei anni fa; quasi a memoria di quell’incontro, ironicamente, tengo ancora in macchina un ombrello che devo averti accidentalmente rubato qualche tempo dopo tornando da casa tua. Per sua stessa natura è un oggetto che non può essere usato sempre, a volte passano mesi interi senza che io lo tocchi. Ma nei giorni in cui non me la sento di affrontare il meteo senza supporti – cosa che ogni tanto mi ritrovo a fare, con buona pace dei miei capelli mossi e crespi – so che c’è.

Sarebbe bello descrivere il nostro legame rifacendomi al concetto del filo rosso che tiene unite le persone attraverso le avversità della vita, ma il nostro sarebbe più un filo di paglia, di fumo. O in effetti, un ombrello. C’è quando serve, se non fai l’errore di dimenticarlo, romperlo, o fartelo rubare. Ed è così che mi sento spesso con te. Riparata, senza sapere mai per quanto.

Ci siamo salutati vicino alla fermata della metropolitana accanto a quella che all’epoca era la mia università. Immagino di averti stretto la mano e averti detto “piacere”. Ricordo con fatica quel giorno e quello che ci siamo detti, ma ricordo molto bene il prima e il dopo. La prima volta che ho visto il tuo viso non è stato quel pomeriggio, ma qualche settimana prima su una stupida app di incontri. Ricordo di averti messo mi piace perché avevi degli occhi bellissimi e ascoltavi la mia band preferita, che di quei tempi, contrariamente ad ora, non conosceva nessuno. E quando ci siamo salutati, dopo esserci rintanati per qualche ora in una caffetteria, ricordo di aver pensato che per te non avrei mai provato niente.

Ho perso il conto delle volte in cui, tornata da un appuntamento, mi sono convinta di aver conosciuto l’amore della mia vita. Persone di cui ora non ricordo nulla, nemmeno il nome. Tu sei l’unico di cui ho pensato l’opposto. Ecco, di tanti pronostici sbagliati fatti in vita mia, questo deve essere il più clamoroso di tutti. Nemmeno aver sbagliato la facoltà a cui iscrivermi regge il confronto. A quel pomeriggio di pioggia ne sono seguiti tantissimi: freddi, caldi, soleggiati, grigi. Se mi sforzo riesco ancora a ripercorrere il profilo dei palazzi di fronte al balcone di casa tua, interrotto dalle formule che scrivevi sulla finestra con il pennarello per prepararti agli esami. Seduti sul parquet di casa tua abbiamo riso, ci siamo infastiditi, abbiamo guardato un numero preoccupante di televendite e sul divano e sul letto poco distanti ci abbiamo fatto l’amore.

Pensare che ora casa tua sia casa di qualcun altro mi fa sentire come se un estraneo abitasse i nostri ricordi.

Allo stesso modo faccio fatica a tenere traccia di tutte le volte che ci siamo salutati pensando fosse l’ultima. La nostra prima ultima volta è quella che ricordo meglio di tutte. Eravamo alla fermata del tram vicino alla residenza universitaria in cui hai abitato nel tuo primo anno a Milano. Quella dove ci siamo baciati la prima volta e dove abbiamo passato pomeriggi che sembravano infiniti finché smettevano di esserlo, e io dovevo uscire perché altrimenti avrei perso il treno. Con le lacrime agli occhi ti ho detto che non mi andava più, che eri troppo scostante. Tu lo hai accettato. lo ancora non avevo un’idea di cosa fosse una relazione, ma quello che avevamo non mi sembrava simile a ciò che vedevo raccontato e pubblicato dai miei coetanei. Non lo sapevo ancora, ma ci saremmo amati più noi in questo modo imperfetto di tanti altri con relazioni da manuale. Talmente tanto da ritrovarci ancora e ancora.

 

È bastato rivederci ad un concerto che, come nel più banale dei copioni, era della stessa band che ci ha fatti conoscere.

Sembrava molto semplice, avrei dovuto darti un passaggio a casa, salutarti, dirti che mi aveva fatto piacere vederti e ingranare la prima. Ma dopo lo spettacolo tu mi hai dato il tuo biglietto perché il mio si era rotto. Ce l’ho ancora. Mentre guidavo accarezzavi la mia mano sul cambio e, una volta sotto casa tua, quello che doveva essere un saluto è diventato un dei baci più affamati e intensi che io ricordi. Non potevamo salire, la tua residenza non permetteva la presenza di ospiti dopo la mezzanotte, ma certi impeti non possono aspettare; quindi, abbiamo trovato un luogo appartato in macchina. Il concerto fu la stessa sera dell’incendio di Notre Dame, circostanza che non potei vedere come più accurata quando, per un motivo che ormai nemmeno ricordo, ci siamo lasciati perdere ancora una volta, che non fu l’ultima. Non è mai l’ultima.

Il pretesto per tornare è stato un post in un gruppo Facebook di cui facevamo entrambi parte. Avevo incontrato un politico americano durante un viaggio – immagino che la mia faccia vicino alla sua in quella foto ti abbia suscitato una giusta dose di curiosità – e tanto è bastato a rientrare nella mia vita prima che me ne accorgessi. Avevo appena chiuso una relazione dolorosissima, sei mesi di agonia, e vedere una faccia famigliare non mi sembrava una cattiva idea. Abbiamo ripreso a chiacchierare come nulla fosse successo, mentre io ero dall’altra parte del mondo, in un fuso orario comunque piuttosto assimilabile alle tue pessime abitudini di sonno. Una volta rientrata in Italia, davanti ad una pizza mi hai raccontato che avevi appena comprato casa. La stessa che sarebbe stata teatro di questo gioco di cui spesso ho pensato conoscessi le regole solo tu.

 

A quell’incontro sono seguiti mesi di assenza fisica, imposta da regole fuori dal nostro controllo e di quello di tutti. Ma è stato proprio in quei mesi di isolamento che noi abbiamo trovato la nostra dimensione. Non passava giorno senza sentirti, e dopo anni mia mamma ancora ricorda quanto fosse stancante ascoltarci chiacchierare per ore ogni giorno. Parlavamo di politica, di economia, di scacchi, del mondo e di quello che gli stava capitando e le stanze di casa mia si riempivano dei nostri messaggi vocali infiniti. Se le onde sonore emesse in quei mesi si fossero potute materializzare, le pareti sarebbero state avvolte da una cappa fittissima di parole, tanto da non vedere più oltre al proprio naso.

In un certo senso, è iniziato tutto così. E una storia che impiega così tanto ad iniziare, non può certo impiegare meno a finire.

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Discussioni

  1. “In un certo senso, è iniziato tutto così. E una storia che impiega così tanto ad iniziare, non può certo impiegare meno a finire.”
    Sono uno dei tanti periodi di questo racconto che mi sono piaciuti tanto. Bello, bello davvero.👏

  2. Credo che questo racconto sia un po’ la lettera che tutti vorremmo ricevere. Mi piace soprattutto questo passaggio: “C’è quando serve, se non fai l’errore di dimenticarlo, romperlo, o fartelo rubare.”

    1. Che belle parole, è la prima volta che faccio leggere a qualcuno quello che scrivo dopo anni. Grazie di cuore, mi fa capire che l’intento è riuscito. Se me la sento pubblicherò anche il seguito ◡̈ Grazie ancora, davvero!!