Quasi di corsa
Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -
- Episodio 1: Il primo passo è il più scemo
- Episodio 2: Animali in gabbia e pellegrini smarriti
- Episodio 3: Il cielo dietro gli abeti
- Episodio 4: Il portone socchiuso
- Episodio 5: Venti Centimetri di Cielo
- Episodio 6: Risveglio e nuove luci
- Episodio 7: Gli Dei contro di me (spoiler: ho vinto io)
- Episodio 8: Il cancello che non porta a niente
- Episodio 9: L’incrocio Nero
- Episodio 10: La Città nella Bolla
- Episodio 1: Il Cavaliere Zoppicante
- Episodio 2: Il Pazzo nel Corridoio
- Episodio 3: Dodici ore
- Episodio 4: Stallo
- Episodio 5: Alla ricerca della risposta
- Episodio 6: Test Drive
- Episodio 7: Quasi di corsa
STAGIONE 1
STAGIONE 2
«Fermo lì, non ti muovere, che ti vado a prendere una cosa», disse mio nonno correndo dentro per prendere chissà cosa.
Io ero fermo sul ciglio della strada e pensavo solo a correre da Michele, prendere i panini e l’ovetto Kinder e volare a guardare la puntata di Dragon Ball.
«Dai nonno, io devo andare, se no mi perdo i cartoni animati.»
«Sta arrivando, Dani. Ti sta prendendo una cosa e arriva.»
La voce di mia nonna usciva, dolce, dalla finestra accanto al terrazzo, dove c’era la cucina, insieme al profumo di ragù.
Quell’odore e quel richiamo mi avevano calmato.
Un minuto dopo ecco mio nonno uscire e affacciarsi al terrazzo. Aveva qualcosa in mano, poi lo vidi prendere una molletta dai fili per appendere i panni, agganciare quel qualcosa con la molletta e dire, mentre lanciava il tutto dal terrazzo:
«Questi mettili insieme agli altri.»
Presi la molletta al volo.
Là, chiusa dentro le sue pinze, c’era una banconota da mille lire.
Sorrisi mentre la guardavo tra le mie mani, poi guardai in su, verso il viso sorridente di mio nonno, e dissi:
«Grazie nonno. Con questi arrivo a otto.»
«E poi? Che ci fai con quei soldi?»
«Quando arrivo a dieci chiamo il titolare di papà e gli dico che non serve più che mio padre venga a lavorare fuori, visto che ho io mille lire da parte. Almeno possiamo stare tutti insieme.»
«Allora lunedì mattina, quando vai a scuola, fermati e suona al citofono. Capito?»
«E perché?»
«Tu suona il citofono, capito?»
Con la faccia dubbiosa risposi: «Va bene. Dai, scappo, grazie ancora.»
«Ciao Daniele.»
Mi avviai a corsa verso Michè.
«Ricorda a tuo padre di passare da casa stasera, ok?» mi urlò mentre correvo.
Io mi girai e gli urlai: «Ok.»
Ma all’improvviso inciampai, chiusi gli occhi alla vista dell’asfalto sempre più vicino e aspettai una botta che però non arrivò.
Quando riaprii gli occhi la televisione era accesa e la sveglia del cellulare suonava.
Era ancora buio fuori e dalla finestra entrava la luce dei lampioni della strada.
Alla mia sinistra, appoggiato al muro sotto la finestra, c’era lo zaino con le stampelle, che sembravano chiamarmi.
Stropicciai gli occhi, mi tirai su e scostai le coperte.
Provai a piegare il ginocchio un paio di volte.
Niente dolore.
A quel punto mi alzai in piedi e feci due passi nella stanza ancora buia.
Ancora niente dolore.
Accesi la luce, mi rigirai verso lo zaino e dissi:
«Si parte.»
La preparazione alla partenza fu veloce.
La sera prima avevo preparato tutto schematicamente.
Pantaloni, maglietta, felpa e giacca a vento.
Oltre all’indumento intimo traspirante.
Comprato per sbaglio, ma rivelatosi uno tra gli acquisti più azzeccati.
Soprattutto in quella situazione.
Stranamente li trovai puliti nello zaino, forse avevo comprato due kit di quell’indumento.
Meglio così.
Con quel sistema, anche mezzo addormentato riuscii a vestirmi velocemente.
Presi lo zaino e lo misi sulle spalle.
Testai un attimo l’impatto del peso sul ginocchio.
Ma la ginocchiera e l’Oki della sera prima, ancora in circolo nelle vene, stavano facendo bene il loro lavoro.
Guardai un’ultima volta fuori dalla finestra prima di uscire dalla stanza, forse per cercare il mio amico o forse per fissare quel cielo.
In quella stanza funzionò, visto che ancora oggi lo ricordo.
Ma il mio amico non c’era.
Scossi la testa come per levare il ridicolo pensiero che un uccellino fosse tornato apposta per salutarmi e chiusi la porta della stanza.
Quando mi girai per avviarmi alle scale, guardai per terra, dove crollai due sere prima.
Mi sembrava quasi di vedere la sagoma disegnata come in una di quelle scene da telefilm poliziesco.
Solo che la mia aveva anche lo zaino ad allargare la figura e due linee verticali che, a regola, erano le stecche da trekking.
Dopo questo ricordo mi ritrovai sulla soglia delle scale.
Io e il ginocchio ci guardammo e, come due soldati che stanno per uscire coraggiosamente dalla trincea, affrontammo il primo scalino.
Lui mi guardò e mi disse:
«Vai liscio, fratello.»
E gli scalini successivi furono scesi senza alcun dolore né fastidio.
Una volta terminati mi trovai di fronte al portone.
Non so perché, mi girai un’altra volta per fissare meglio quelle scale.
Poi mi girai e, quando aprii il portone, una luce abbagliante entrò nel buio di quell’ingresso.
Davanti a me, la strada.
Feci i primi passi fuori dal portone e, quando mi girai per chiuderlo, vidi che accanto al portone, all’interno, su un mobiletto, c’era appoggiato il libro che mi aveva tenuto compagnia.
E sopra, un bigliettino.
Mi avvicinai e sul bigliettino c’era scritto:
“X il pellegrino pazzo.
Il mio lo tengo.
Ma ci ha fatto piacere regalarti questa copia.
Buon viaggio.”
Presi il libro e chiusi il portone.
Feci un mezzo sorriso e, con il libro in mano, mi avviai verso la strada che mi stava aspettando.
Quasi di corsa.
Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -
- Episodio 1: Il Cavaliere Zoppicante
- Episodio 2: Il Pazzo nel Corridoio
- Episodio 3: Dodici ore
- Episodio 4: Stallo
- Episodio 5: Alla ricerca della risposta
- Episodio 6: Test Drive
- Episodio 7: Quasi di corsa
Qui funziona molto bene il passaggio sogno–corpo–azione: il ricordo infantile non è nostalgia decorativa, è carburante. Il finale ha una leggerezza rara, quasi fisica, che rende credibile il “si parte” senza retorica né eroismi.
Bene, mi è molto piaciuto!
Grazie Kenji 😉