Quel dì di ottobre del 1917

Oggi è… dev’essere ottobre ma non so che giorno sia, ho perso il conto, tanto i giorni qui sono tutti uguali, non uno si distingue dagli altri. 

Sono ore che cammino e sono stanco, non ne posso più di questa guerra. La odio con tutto me stesso. Quanti amici avrò perduto, quanti nemici avrò ucciso e per chi? Per cosa? Per quali ideali? Quali ideali se dobbiamo uccidere persone che in altre circostanze potrebbero essere i nostri migliori amici? Ma qui non esiste umanità, non c’è spazio per un minimo di pietà. 

Barbari ecco cosa ci chiedono di diventare. Barbari senza cuore costretti a uccidere per sopravvivere, perchè o uccidi o vieni ucciso e tu ci tieni a portare a casa la pelle. 

Quello che ti tiene in vita è la speranza di ritornare a casa un giorno e riabbracciare i tuoi cari. Sì certo, i tuoi cari. Chissà che fine è toccata a loro. Chissà se qualcuno si è salvato, chissà se Maria è ancora lì che mi aspetta. Ci eravamo giurati amore eterno ma poi la guerra crudele e spietata ci ha strappati via dai nostri abbracci e ci ha divisi chissà per quanto, chissà se per sempre, chissà. Non voglio neanche pensarci, potrebbe essersi rifatta una vita. Sono più di due anni che non ci vediamo… mi manca da morire. 

Intanto continuo a vagare per il bosco e non provo neanche più paura. La guerra anestetizza! Ti abitua ad assistere al peggio, a cose che non immagineresti mai neanche nei tuoi peggiori incubi. Corpi dilaniati e talvolta ancora vivi che chiedono aiuto e invocano la mamma prima di morire fra atroci tormenti e tu sei lì che guardi impotente. E menti, rassicuri sapendo di mentire. “Ce la farai, stai tranquillo, tieni duro, resisti, stanno arrivando i soccorsi e ti porteranno via di quì, ti guariranno e finalmente potrai riabbracciare i tuoi”, questo ripeti come un automa, guardando le viscere riverse sul selciato. 

E non provi quasi più nulla. I tuoi occhi hanno come una patina protettiva ormai, come un velo che ti protegge dalla pazzia. Una patina che ti permette di vedere filtrando ogni emozione. Il prezzo da pagare per chi ne è sprovvisto è talvolta la pazzia.

 Le bombe e gli spari diventano funeste colonne sonore che ti accompagnano praticamente sempre e sembrano non smettere mai. 

Intanto in lontananza un campanile batte i suoi rintocchi e mi riporta alla realtà e per un attimo mi invita ad una smorfia. I ricordi! Non voglio ricordare, fa troppo male! Ricordare un passato che sai non tornerà più ed ha lasciato il posto ad un presente come questo che non ha futuro o che non ti autorizza nemmeno a pensarlo tanto è doloroso. E’ la condanna di noi esseri pensanti. 

Il campanile, chissà da dove arriva quel suono di campane, pare quasi un miracolo in questo cielo, in questo bosco e in questo giorno ottobrino del 1917. Non ho visto che macerie ovunque ho camminato. Da dove arriveranno quindi quei rintocchi? Non è un suono nitido, ma è pur sempre il suono di un rintocco. Il vento si sa può portare un suono lontano, anche molto lontano. 

Intanto continuo a camminare, come faccio di solito sempre guardingo e coi sensi all’erta perché il nemico potrebbe essere ovunque. Nemico, quale nemico? Qui si rischia di spararsi addosso anche tra alleati. E’ già successo e chissà quante altre volte accadrà. 

La paura, la fame, il freddo, lo sfinimento, possono rendere l’uomo una bestia, o un pezzo di ghiaccio insensibile a tutto ma anche poco presente e quindi più fallibile e più irascibile. 

I nervi! Quanto possono resistere prima di cedere… di saltare? 

Continuo a camminare, ormai non sento neanche più le gambe. Mi trascino a stento, sono a pezzi, ho bisogno di sedermi e riprendere fiato. 

Mi siedo all’ombra di un possente castagno. Quanto sarà che non tocco cibo? Prendo in mano una castagna e cerco di aprirla col mio coltello e mangiarla così… cruda. Sarà anche cruda ma mi da un pò di tepore. Mi distraggo guardando la chioma fluente di quel castagno e quasi mi addormento sfinito. 

D’improvviso un sibilo, una pallottola mi fischia a bruciapelo, d’istinto faccio un balzo e vedo d’innanzi a me un soldato tedesco ricaricare il suo moschetto. 

Mi sento spacciato, così vicino non può certo mancarmi, mi urla qualcosa che non capisco e spara. E’ il mio giorno fortunato, il fucile è scarico. Non gli lascio il tempo di ricaricare, con la forza della disperazione lo assalgo, estraggo il mio coltello e lo butto a terra. 

Getto via il suo fucile e sto per ucciderlo quando vedo i suoi occhi imploranti e pieni di paura. Rinvengo e mi ritrovo uomo! Così, d’improvviso. Quegli occhi che imploravano pietà. Quegli occhi di un ragazzo sotto la ventina che per come l’ha ridotto la guerra pare mio nonno, mi fanno ritrovare quel briciolo di umanità che credevo in me morta. E sono quasi felice e nello stesso tempo incredulo di averla ritrovata. 

Percepisco nei suoi occhi il terrore di morte e insieme la speranza di tornare a casa. In fondo è un ragazzo come me. Potremo essere vicini di casa, frequentare la stessa scuola… sono le circostanze che ci hanno voluti nemici e non dipendono certo da noi. 

Il suo sguardo ora sembra di gratitudine, il mio di compassione. Ci sediamo l’uno accanto all’altro e in quel momento il pensiero non è più di morte ma di curiosità. Capisco che si chiama Frank e viene da Hannover, ci stringiamo la mano che sembra un gesto incredibile in un contesto simile ma siamo esausti entrambi, non c’è spazio per le riflessioni.

Il grande castagno sembra proteggerci. Mangiamo i suoi frutti e alzando la testa vediamo il sole filtrare tra le foglie della sua fluente chioma che in questo mese è tinta di bellissimi colori. Usare un aggettivo simile nelle condizioni in cui ci troviamo fa venire la pelle d’oca. Ma è proprio quell’aggettivo a restituirci l’umanità che avevamo perduto. Bellissimo! 

Uno scoiattolo furtivo se ne va di ramo in ramo con una castagna tra le zampe e noi guardandolo ci ritroviamo quasi amici nei nostri sorrisi generati dalla visione di quello scricciolo così grazioso e innocente. 

Frank estrae dal taschino la foto di una ragazza con in braccio un bambino e me la mostra commosso. Già padre di un figlio che poco fa ho rischiato di rendere orfano. Padre di un figlio che non vede da chissà quanto tempo. 

Quella foto riporta lui e me nella pace… e ci abbracciamo… e piangiamo. Chissà per quanto tempo rimaniamo lì abbracciati a piangere. Non mi ricordavo neanche più come si faceva. Eppure le lacrime d’improvviso sono sgorgate spontanee come fossero lì sull’orlo da una vita e aspettassero soltanto quel niente che però è tutto, per essere versate. 

Quell’abbraccio fraterno mi ha cambiato e mi ha risvegliato, credo che anche per lui, anche per Frank valga lo stesso. Ora abbiamo una speranza e un desiderio in più per tornare a casa. Una situazione così estrema, in quei momenti può creare più amicizia di una vita intera. Chissà se è proprio così! 

Continuiamo a guardare il castagno colmi di gratitudine quasi dovessimo proprio a lui la scoperta di quest’amicizia che sembrerebbe impossibile se non l’avessimo vissuta. Intanto una foglia intrisa di varie sfumature mi accarezza il viso. 

Sembrava redarguirci in maniera severa quell’imponente castagno, e le ragioni sono prevedibili. I castagni non amano la guerra! La guerra piace solo agli uomini, ma intendiamoci, non certo a tutti. La maggior parte di noi la subisce. Ma quel castagno invece era lì come a proteggerci diventando testimone di un patto d’amicizia. Come un vecchio saggio signore del bosco che per un momento ha reso bella persino la guerra. 

Ora però ci alziamo e dopo aver percorso un tratto di bosco assieme ci dividiamo salutandoci fraternamente. Il mio campo è da quella parte, il suo dalla parte opposta e per ovvie ragioni mai vorremmo essere visti assieme. Sai com’è, gli altri non hanno avuto la nostra fortuna. Non conosciamo le lingue ma siamo sicuri di esserci capiti. 

Intanto il giorno volge verso l’imbrunire. Ora oltre a Maria, alla speranza di rivedere i miei cari, ho un motivo in più per ritornare a casa.

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