Quel momento oppure un altro

A marcare un confine erano le notti in cui si svegliava in un bagno di sudore. La stanza era immersa nel freddo delle ore più distanti dalla prima luce del giorno, mentre sotto le lenzuola l’epidermide era ricoperta da uno strato umido ed uniforme, la maglietta appiccicata alla pelle come fanno due fogli di pellicola tenuti insieme con la colla.

Scostava da sé le pesanti coperte con un gesto secco e repentino, facendo compiere loro una parabola acuta che dal punto più alto precipitava con un mormorio morbido a lato del corpo, e restava seduta sul bordo del letto con una mano a massaggiarsi la capigliatura gettando di quando in quando un’occhiata al quadrante della sveglia, abbagliata fuori da ogni previsione dalla luce fioca emessa sotto forma di numeri vermigli.

Intirizzita dagli indumenti fradici, gelidi a contatto con l’aria, percepiva con chiarezza una minuscola goccia persuasa di avere ancora un compito da svolgere solleticarle la tibia. La sentiva farsi strada con cieca determinazione, solcandole delicata la superficie della gamba in tutta la sua estensione.

Tendeva allora gli arti intorno alla base dello sterno in un abbraccio sotto i seni, quella fiammella dentro di lei tenace nonostante le circostanze, tenue quasi al punto di spegnersi eppure ostinata e viva.

Oscillava avanti e indietro come fanno certi ebrei ortodossi in preghiera, chiudendo gli occhi fiduciosa e muovendo le labbra in un sussurro impercettibile financo a lei, sola in quella stanza affollata di figure senza forma.

Infine, quando la molla aveva accumulato energia a sufficienza, spostava il baricentro in avanti sui quadricipiti e aiutandosi con le mani premute sull’estremità del materasso si alzava in piedi, rilasciando il poco peso sulle piante dei piedi abusate.

Muoveva un paio di passi incerti verso lo schienale della sedia abbandonata vicino alla finestra e con le dita sottili afferrava la vestaglia di lana color cammello che non riusciva più a ricordare dove avesse recuperato, indossandola con necessitata lentezza.

Brividi insistenti la sconquassavano per tutto il tragitto che andava dalla camera da letto alla cucina che dava su strada, l’ambiente illuminato quel tanto che bastava dall’insegna sempre accesa della farmacia prospiciente, che proiettava la sua luce polverosa sulle mattonelle di ceramica bianche attraverso la finestra dalle imposte aperte.

Appoggiava un braccio al basso frigorifero e con la mano libera ne apriva lo sportello piegando la testa di lato per poter scrutare meglio l’interno, concedendosi per qualche secondo l’illusione di poter scorgere nell’angolo più distante qualcosa d’altro da un limone tagliato a metà o un paio di vasetti di yogurt quasi certamente scaduti; il miraggio di un involto di carta appiattito eppure non vuoto, qualche avanzo in un sacchettino di plastica bianco, di quelli che in certi giorni scrocchiano a contatto con la peluria delle braccia, un foglio di stagnola che non fosse stato lasciato lì, aperto e vuoto, da usare per altre occasioni.

Arrendendosi all’evidenza, estraeva dai supporti laterali un cartone di latte a lunga conservazione recuperato al centro assistenza di Via Turati, saggiandone il contenuto dal peso e dal rimestio che le mani tremolanti producevano senza che fosse lei a volerlo.

Svuotava il contenuto del cartone nel pentolino costellato di aloni che aveva la sua postazione fissa sopra uno dei fornelli spenti della cucina economica. Poi girava la manopola al minimo e azionava il pulsante quadrato del vecchio accendigas a scintilla che si era portata via dagli utensili di sua madre il giorno in cui avevano svuotato l’appartamento, dopo il funerale. Ci volevano sempre tre o quattro scatti continui prima che facesse il suo lavoro, ma alla fine lo faceva sempre.

Sedeva allora sulla sedia di fòrmica, la scomodità appena attenuata dal sottile cuscino fissato da un solo nastro integro alla gamba di metallo sottostante la seduta; e mentre aspettava che il latte si scaldasse, con lo stomaco lacerato dai crampi senza avere certezza di quale fame si trattasse, poggiava i gomiti sulla tovaglia di plastica strappata in più punti, percependo il crepitio delle briciole che si frantumavano sotto la pressione esercitata, premeva entrambi gli indici e medi sugli occhi e piangeva, facendo bene attenzione a che le palpebre restassero serrate per non doversi confrontare più del necessario con il senso di colpa che premeva per uscire da ogni poro e si disperdeva nell’ambiente.

Il sibilo schiumoso del liquido a contatto con la fiamma, che fuoriusciva dal pentolino così come una nuvola deborda da un versante all’altro di una montagna, la riportava alla realtà ancor prima di quel lieve e piacevole sentore di grasso bruciacchiato che si insinuava su per la cavità delle narici, restituendole la misura del suo fallimento.

Era quello il momento. Quello oppure un altro. Quando le era caduto a terra l’ultimo piatto di ceramica frantumandosi e sparpagliandosi sotto al forno dalla resistenza andata, che ormai non si accendeva nemmeno più. Quando il pensile che aveva montato sopra al lavandino era venuto giù da un lato, portandosi dietro un pezzo di muro. Quando aveva trovato Magoo a galleggiare mezzo dentro e mezzo fuori nell’acqua torbida, gli occhi sbarrati e immobili, uno a guardare il soffitto e uno a guardare il fondale della boccia di vetro.

Era il momento in cui capiva che non ce l’avrebbe fatta nemmeno questa volta. Ed era solo nel tormento della resa che alla fine trovava il misero conforto dei perdenti, quello ogni volta meno intenso, quello che viene recapitato con una consegna veloce e che riporta una scadenza sempre più breve.

Si alzava dalla sedia e si avvicinava alla finestra, la punta del naso freddo contro il vetro ancor più gelido.

Piantava lo sguardo sulla croce accesa della farmacia, fissando l’alternarsi di orario, temperatura, scritte inutili e ancora orario; che era sempre quello, che non cambiava mai, immobile ed inflessibile.

Riflettendo sul fatto che magari non era così tardi, magari lui era ancora in giro, magari potevano vedersi un attimo, scambiare due chiacchiere di circostanza, e alla fine trovare un accordo.

Si trova sempre un accordo. È una questione di volontà.

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Discussioni

  1. Le tue parole sono macchine fotografiche, Roberto. Producono vere e proprie immagini, e come tutte le immagini, suscitano emozioni senza interpretare o dare troppe spiegazioni. Riga dopo riga cercavo indizi che potessero rivelare la storia della tua protagonista, per conoscerne i desideri e sapere il motivo del suo senso di colpa. Ma le immagini si vedono e si sentono, non si sanno. Grazie di avermelo ricordato e complimenti per il tuo talento.

  2. C’è una cosa che ho sempre adorato del tuo modo di scrivere: far trapelare le emozioni e gli stati d’animo dei personaggi attraverso l’ambiente circostante. Questo racconto, in particolare, ne è l’espressione massima!
    La casa quasi fatiscente, il pesciolino, il richiamo al funerale della madre… tutte immagini che riflettono l’interiorità della protagonista. Inoltre, non è scontata la sensibilità con cui hai trattato un argomento tanto delicato.
    Per quanto mi riguarda, un show don’t tell a regola d’arte!

  3. Scritto benissimo, ma questo ormai quando si tratta di te è cosa ovvia. Mi ha molto colpita la frase finale, perche l’ho percepita in contrasto con l’atmosfera di resa che per tutto il racconto mi è parso di respirare. E mi è sembrata staccata dal resto, non so perché, ma ho avuto la sensazione che fosse come un discorso diretto: il narratore che fa capolino nella sua storia e si rivolge direttamente alla protagonista, e le dice vai, muoviti, è così che funziona.

    1. Ciao Dea, è sempre un piacere soffermarsi a riflettere sui dettagli e le sfumature che riesci a cogliere nelle storie che leggi. Grazie per averlo fatto anche questa volta.

  4. Ciao Roberto! Credo che la chiave di lettura (o almeno quella che ho colto io) sia tutta nei dettagli. Non è un segreto che tu sia in grado di individuare sempre quell’elemento essenziale – senza bisogno di troppe descrizioni – in grado di far dire al lettore “cavolo: è proprio così!”, ma stavolta hai calcato sui dettagli, anche minimi, e sono sicuro che la cosa sia voluta; come a rendere la pesantezza di un sentire, in quei momenti in cui ogni minimo gesto diventa infinito, denso ma estenuante. Ormai non ti faccio più nemmeno i complimenti, Tosorobbetto, perché “già sai” 🙂

  5. Il dolore di cui ogni parola è intrisa è palpabile, opprimente.
    Si arriva alla fine con lo stesso peso sullo stomaco provato dalla protagonista.
    Bello il senso del titolo, svelato solo nel finale.

    1. Grazie Giuseppe, mi hai fatto un complimento sentitissimo nell’esserti soffermato sul titolo. Per me i titoli hanno un’importanza fondamentale, quanto il testo, ne sono parte integrante, e mi fa sempre piacere quando vengono apprezzati. Grazie ancora.

  6. Ciao Roberto.
    Che dire: se tutti coloro che mi hanno preceduto avessero lasciato qualcosa da aggiungere lo farei molto volentieri. Ma questo racconto e tutti i commenti che ha generato costituisce un microcosmo a sé. Anche qui diverse letture, fino alla conclusione che guida a ciò che vuoi farci sentire. E ho sentito tutto: dalle lenzuola sudate, al rumore del piatto che si frantuma a terra, al lampeggio della croce della farmacia.
    L’ho letto tre volte di fila…

  7. Una silenziosa incursione nel dolore, provocato dalla mancanza, forse di una persona, oppure di una sostanza che aiuti a sopportare le difficoltà della vita.. Una scrittura asettica e al tempo partecipe, coinvolgente come una fotografia senza filtri..

  8. Un vuoto profondo in cui precipitiamo perdendoci tra i labirinti dell’anima e nelle intricate trame della solitudine…..
    Un vuoto che parla delle assenze che ci portiamo dentro, dei legami spezzati e di ciò che eravamo…..dentro la nostalgia di un’inconoscibile passato….
    Le tue sono righe popolate di voci perdute….ricordi….desideri….scegli i dettagli e li cuci assieme con una scrittura asciutta e decisa, che non dimentica le ferite mettendo in luce tutte le nostre incapacità, tutti i nostri difetti troppo umani….l’incompiutezza dell’essere persone non risolte…..la paura del futuro….la nostalgia di un passato che distrugge il presente….
    Le tue opere ci raccontano con delicatezza le brutalità della vita, ci fanno capire che perdere è un modo per guardare oltre quello che abbiamo da sempre creduto perfetto….per poi scoprire che non lo era…..
    Opere intime le tue…..letture preziose…chiavi di volta che affrontano le umiliazioni, le paure, le ossessioni…..con la speranza che rivelare possa significare anche curare……

  9. Mi é piaciuta soprattutto la seconda parte, a partire dalla descrizione del frigorifero semivuoto che rende bene l’idea della situazione carente sotto molti aspetti.
    L’ unica luce importante viene proiettata dalla croce della farmacia che sembra assumere un doppio senso e potrebbe spiegare l’accordo con quel “lui” ancora in giro.
    Un racconto come un quadro che raffigura una situazione di vuoto, di malessere e di vita bruciata come il latte versato sul fuoco.

  10. Il finale è per me la parte più toccante del racconto, nonché la più cruda, non fatico a immaginare quale potrebbe essere l’accordo in mancanza di denaro. Tutta la storia è comunque scritta molto bene, sei come sempre bravo nelle descrizioni: la scena in cui lei si alza dal letto è magnifica e l’ambiente in disastrato abbandono riporta a certe immagini dei film sulla tossicodipendenza.
    Il misero conforto dei perdenti, la scadenza sempre più breve. Bravissimo Roberto.

  11. “Ci volevano sempre tre o quattro scatti continui prima che facesse il suo lavoro, ma alla fine lo faceva sempre.”
    Anche quello che avevo io funzionava sempre così!!! Bel racconto, complimenti!!!

  12. Ogni singola frase, ogni parola, la punteggiatura. Tutto curato alla perfezione, limato, lucidato, smorzato o affilato. Un lavoro da scultore. Oltre che scrittore.
    Tossicodipendenza? O dipendenza da una persona? O entrambe? La farmacia è lì solo per la sua insegna o lei pensa a un farmaco? E “lui” è l’oggetto della sua dipendenza o chi le fornirà un’altra dose? Tutto insieme, forse.
    Bravo Roberto. Certo che si può, in milleparole.

  13. La straziante normalità del dolore, quello che accompagna le lunghe giornate di solitudine e che trasforma tutti i colori in monotone sfumature di grigio. Bellissimo il parallelo tra un’ambiente che si deteriora giorno dopo giorno come l’autostima e la speranza della protagonista… e quell’insegna che impietosa propone sempre gli stessi messaggi vanificando, quasi, la possibilità di cambiamento. Una sontuosa scrittura Roberto! Grazie!!!👏👏👏

  14. Bentornato Roberto e grazie per questa malinconia, a tratti dolce, a tratti spezzante che le tue parole mi hanno lasciato dentro. Grazie perché a volte ne abbiamo bisogno. Come a dire: ‘rallento, mi siedo un attimo anche io e ci penso sopra’. Un pezzo da maestro, parole accuratamente scelte eppur misurate; descrizioni così perfette e complete che nulla aggiungeresti. Un altro personaggio femminile che mi commuove, al pari della donna incontrata nel pub, che tanto mi ha ricordato.

  15. Ho trovato magnifica l’esplorazione di un interno domestico come di un continente inesplorato, distante dalle convenzioni, dalle abitudini, dall’intimità a cui di solito si è assuefatti nelle proprie convenzioni di sicurezza. Nel racconto l’automatismo dell’assuefazione lascia il posto a un risveglio parallelo di moti, sentori e percezioni sottili, ancora intrisi del sudore del risveglio. Il ritratto, nel tempo astratto del racconto – che si dilata e sprofonda in questa convalescenza dello spirito, mentre avvolge e travolge le cose, le luci, i luoghi –, l’ho sentito profondo e toccante, per ogni suo passo nella casa, dalle voragini dell’assenza fino al “fondale nella boccia di vetro”. Si addentra ancora per piccoli tratti lungo il crepaccio di un’interiorità, così come è accaduto come la geometria frastagliata e tridimensionale dell’inizio. Bellissima la fuoriuscita del liquido dal fornellino, paragonato a una nuvola che deborda da un versante di montagna. Ho avvertito nel tuo tocco qualcosa di Joyce Carol Oates, scrittrice che amo molto.

    1. Ciao Luigi, ti ringrazio moltissimo per esserti calato così in profondità nell’ambientazione, i tuoi commenti trasmettono sempre la cura ed il tempo che dedichi agli altri.