QUEL POVERO DI.

Se un kiwi fosse una persona sarebbe Leonardo Poi: ruvido fuori, morbido dentro, maturo oltremodo, un po’ schiacciato dalla vita. D’altronde, la prima volta che guardandosi allo specchio non si riconobbe, Leonardo Poi capì che non aveva più nulla da perdere: non un centesimo in tasca, non un orecchio amico a cui confidare le proprie pene, non una donna amorevole a cui affidare il proprio pene.

A dirla tutta, alla donna avrebbe affidato senza problemi anche le pene, ma se poi non avesse retto il peso di entrambi e tra i due avesse lasciato andare proprio il pene? Meglio non esagerare.

Ad ogni modo, una donna non ce l’aveva ormai da tanti anni. Dopo lo specchio, si era guardato anche nella vetrina di un negozio, soffermandosi addirittura, avvicinandosi per scrutare meglio la propria irriconoscibile immagine riflessa nel vetro, allontanandosi a volte per osservare la figura nell’intero.

Conciato in quel modo, gli era parso di sentire la voce incredula del fantasma di sua madre “ma come cazzo ti sei vestito” gli diceva “e i capelli” gli diceva “quando te li tagliavo io stavi meglio” gli diceva “ma Leonardo cosa cazzo ti sarà mai successo” gli diceva.

Leonardo le aveva risposto ad alta voce, come è normale fare quando ci si rivolge a qualcuno per rispondere ad una domanda ricevuta. Sua madre non aveva controbattuto, era rimasta in silenzio a rimuginare. 

Non soddisfatto di quel tacere, Leonardo proseguì la camminata lenta. La sua figura era scivolata via dalla vetrina del negozio di mala voglia, quando invece sarebbe rimasta volentieri sospesa tra i due manichini.

Si mise a pensare. Non aveva un amico. Non aveva una donna. Non aveva una madre.

Un padre però sì, quello ce l’aveva. Sedeva sul marciapiede proprio di fronte a lui nel momento in cui, a fine camminata, svoltando a destra, imboccò via Auxerre. Leonardo gli portò un panino. Quello lo fece sedere accanto a lui “grazie fratelo” gli diceva “ti voglio bene fratelo” gli diceva.

Leonardo allentò il nodo alla cravatta, colto e asfissiato da un momento di lucidità imprevista. Pensò a sua madre morta nella bara, a Monica che l’aveva lasciato, al suo migliore amico che se l’era scopata, al padre che non aveva mai avuto e vide il clochard seduto davanti a sé.

“Poveraccio” pensò.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Quando ti leggo ho la sensazione che le tue storie hanno un’architettura sofisticata ma spontanea. Non ti ci vedo a studiare le trame a tavolino eppure hanno uno sviluppo articolato. E poi c’è sempre quel passaggio ironico e dissacrante che definisce la tua identità e che personalmente mi è mancato assai 🙂 bentornata!

  2. Complimenti, racconto perfetto: c’é sintesi, immagini e metafore originali, stile moderno ma raffinato e ironia acuta e tagliente che sa sapientemente trasformarsi in comicità , a volte delirante, altre dolce e malinconica… si, malinconica perché anche se mentre si legge si sorride spesso alla fine questo racconto ti lascia un’emozione velata di tristezza. Mai banale e di sti tempi … Scrittrice da tenere d’occhio.

  3. Ciao Maria, prima di tutto piacere di conoscerti. La malinconia nel tuo racconto mi ha fatta riflettere su quanto, in fondo siamo poca cosa. Persi dentro, alla ricerca di un salvagente come il tuo protagonista. La sua solitudine ha raggiunto l’apoteosi nel momento in cui si è “inventato” un padre: e lì, è scattata la tenerezza (fuori luogo, vero, ma è quello che ho avvertito).

  4. Ciao Maria, è un libriCK che mi ha fatto vivere emozioni contrastanti, persino una profonda amarezza, e la realtà da te dipinta è più viva che mai, sembra quasi di toccarla. Crudo e veritiero, certo, ma meraviglioso e intenso, un racconto che fa riflettere profondamente sulla nostra esistenza e condizione, non sempre fatta di rose e fiori, anzi… Un saluto?!