
Quella giusta
«Mi dispiace di averti colpita, Carol. Davvero, non volevo, ma sai come divento quando mi arrabbio. Vieni, ti aiuto ad alzarti.» L’uomo mise un braccio intorno al corpo della donna e la sollevò da terra, facendola sedere su una sedia in cucina. «Hai del sangue che ti esce dal naso… Aspetta, ecco.» Prese uno straccio bagnato e le tamponò il viso con molta cura e delicatezza.
«Ecco qui. Adesso che sei pulita possiamo, per favore, parlarne con calma?»
La donna non rispose, si limitava a fissarlo, immobile, gli occhi sgranati e vuoti.
«Cosa significa che vuoi il divorzio? Solo perché ho avuto una storiella con una ragazzina vuoi buttare all’aria tutto il nostro matrimonio? Rispondi!»
Silenzio. La donna continuava a restare immobile, forse troppo impaurita dal marito.
L’uomo prese una seconda sedia, la posizionò davanti alla donna, poi si sedette e la fissò per qualche minuto.
«So di aver sbagliato, okay? So di essermi comportato da stronzo ma… può capitare no? Tutti possono sbagliare! Hai dimenticato cosa ho fatto per te? Quando ci siamo conosciuti ero sposato, Carol. Sposato! Ma non ci ho pensato due volte: sono tornato a casa, mi sono liberato di Cinthia e sono corso da te. Ho scelto te! E questo perché ti amavo, e ti amo ancora. Tu, forse, non mi ami più?»
I suoi occhi erano fissi sulla donna, aspettavano una risposta e non si sarebbero mossi fin quando la risposta non sarebbe arrivata. Un altro minuto di silenzio, poi Carol rispose.
«Certo che ti amo, Dan» la voce stranamente stridula, come se stesse parlando in falsetto.
«Se mi ami, non puoi dimenticare tutto? Non puoi dimenticare Monica e la mia scappatella?»
La donna non rispose. Si limitò a fissarlo nuovamente con occhi vitrei e spalancati.
Dan sospirò, si alzò dalla sedia e lasciò la stanza. Dopo qualche minuto tornò, un album di fotografie in mano. Posò l’album sulla sedia, si diresse verso il lavello e, dopo aver fatto scorrere l’acqua, riempì un bicchiere.
«Tieni, bevi un po’ d’acqua» le disse avvicinandole il bicchiere alla bocca e aiutandola a bere.
Riportò il bicchiere vuoto nel lavello, dove lo abbandonò. «Non mi merito neanche un grazie?»
«Grazie, Dan…» la voce ancora troppo stridula.
L’uomo si sedette di nuovo sulla sedia di fronte a lei. Le mani che gli tremavano per la rabbia che cercava di trattenere. «Te lo ricordi quando ci siamo conosciuti? In quella libreria? Tu stavi cercando un libro. Quando ti ho vista ho pensato subito che fossi la donna più bella del mondo. Con quell’aria timida, gli occhiali troppo grandi che ti nascondevano il viso. E sei ancora la donna più bella del mondo.» Attese, ma Carol non disse niente. «Ma c’era qualcosa di più, lo avvertivo. Quando ti ho scorta tra quegli scaffali ho sentito una strana sensazione… Una forza che mi spingeva ad avvicinarmi per parlarti. Sapevo di doverti conoscere, sapevo che tu eri diversa, che potevi essere quella giusta, che dovevi essere quella giusta! Ho avuto un sacco di donne, ma tu sei diversa, tu… mi hai sempre capito. Hai capito la mia vera essenza, e non ne sei mai stata spaventata.»
La donna continuava a tacere, perfettamente immobile. La bocca leggermente aperta, le braccia che le cadevano penzoloni dalla sedia.
«Carol, dì qualcosa! Come pensi di poter arrivare a una soluzione se non mi parli?»
In quel momento il telefono squillò. L’uomo si alzò di scatto, passandosi con forza una mano tra i capelli. «Sta ferma, vado io.»
Si diresse verso il salotto sbuffando. Proprio in quel momento dovevano chiamare? Lui stava cercando di rimettere insieme i pezzi del suo matrimonio!
Alzò la cornetta e se la portò all’orecchio. «Pronto?»
Qualcuno, dall’altro capo del telefono, disse qualcosa.
«No, in questo momento Carol non c’è.» Silenzio. «Certo, ti farò richiamare appena rientra. Ciao.» Riattaccò e tornò in cucina dove la donna era ancora seduta, immobile, a fissare il vuoto.
«Era Mary, le ho detto che non c’eri e che l’avresti richiamata più tardi. Adesso dobbiamo prima risolvere questa faccenda del divorzio.»
Si sedette di nuovo, prese l’album di fotografie e lo aprì.
«Te lo ricordi? Il nostro primo viaggio insieme. Ti ho portata a Parigi. Te lo ricordi, Carol?»
«Si, me lo ricordo.» La voce sembrava non voler tornare normale, continuava a essere troppo stridula.
«Eri così felice, sembravi una bambina. Mi avevi detto che visitare Parigi era il tuo sogno da quand’eri bambina e io l’ho realizzato. Ho preso i biglietti e ti ho portata sulla Tour Eiffel. Senza pensarci due volte, e sai perché? Perché volevo renderti felice. E voglio ancora renderti felice.» La guardò fisso negli occhi. «Sei felice con me, Carol?»
«Si, sono felice con te.»
«E guarda qui» disse sfogliando le pagine. «Qui è quando siamo andati a fare quel week-end sul lago e…» Il telefono squillò di nuovo. «Dannazione!», urlò Dan sbattendo a terra l’album di fotografie.
Prese di nuovo in mano la cornetta del telefono e se l’avvicinò all’orecchio. «Sì?» Attese una risposta, poi disse spazientito: «No, ti ho detto che Carol non è in casa! Ti farò richiamare quando rientra!» e riappese.
«Mary è veramente una lagna a volte, perché ci sei amica?»
«La conosco da quando siamo piccole, Dan, lo sai.»
«Sì beh, dovrebbe imparare a contenersi però. Comunque ho staccato il telefono, così nessuno ci disturberà più mentre parliamo.»
Riprese in mano l’album e lo sfogliò fino ad arrivare alle foto del matrimonio: «Guarda, Carol. Guarda com’eravamo felici. Tu sei così bella, radiosa, in quell’abito bianco. Non ho mai visto una sposa più bella e più felice di te. Non ero male neanche io nel mio vestito blu, non è vero?»
«Ti stava davvero molto bene quel vestito.»
«Hai ragione, Mr. Johns ha proprio fatto un bel lavoro. Eppure, c’è una cosa che non capisco. Quando ci si sposa le attenzioni, tutte le attenzioni, sono rivolte verso la sposa, mai verso lo sposo. Lui se ne sta lì, fermo, con l’unico scopo di dire “sì lo voglio”, poi viene dimenticato da tutti gli invitati. La sposa di qui, la sposa di lì. Perché Carol? Perché? Quello è anche il giorno dello sposo, ma sembra che a nessuno importi di lui.»
«Credo perché, nella concezione sociale, siamo noi donne ad aspettare con ansia il matrimonio, quindi, tutto si concentra su di noi, sul nostro giorno.»
«Sei così intelligente, a volte lo dimentico.» Le sorrise. «Anche io aspettavo con ansia il giorno di sposarti, eppure ho lasciato che tutte le attenzioni fossero su di te, perché volevo renderti felice. Lo capisci questo? Capisci a cosa ho rinunciato pur di renderti felice?»
«Sì, lo so, e ti ringrazio per questo.»
«È stato così anche con Cinthia, sai. Eppure, neanche lei ha mai riconosciuto tutti i miei sforzi. Perché, Carol? Perché è difficile guardare in faccia il proprio uomo e dire “grazie per tutto quello che fai per me. Io lo vedo e ti ringrazio.” Perché per voi donne è così difficile?»
Ora stava urlando, con le mani poggiate ai braccioli della sedia e il volto a pochi centimetri da quello di lei.
Lui sospirò: «Scusami, hai ragione. Non devo urlare. Non voglio spaventarti, ma sai che quando mi arrabbio perdo le staffe. Comunque… Carol guardami negli occhi.» I loro sguardi si fissarono l’uno nell’altro, nessuno dei due batteva le palpebre. «Ti ho fatto soffrire con la storia di Monica, vero?»
«Sì, molto.»
«Ti ho ferita e ti ho delusa, non è vero?»
«Sì.»
«E di questo mi dispiace, davvero tanto. Ma io ti amo, e tu ami me. Ti giuro che con Monica è finito, è tutto finito, e che questo non succederà mai più. Puoi credermi?»
«Sì, ti credo.»
«E puoi perdonarmi?»
Qualche istante di silenzio, poi: «Sì, io credo di poterlo fare.»
Dan sorrise. Si alzò dalla sedia, vi posò sopra l’album di fotografie e si avvicinò a Carol. Le diede un leggero bacio sulle labbra, non dando peso al sangue che le colava dal naso e che, ora, si era spostato sulla sua faccia.
«Visto Carol? Era così semplice. Così semplice. Bastava parlarne. Mi dispiace solo di averti dovuta uccidere per poter risolvere. Ma Carol, amore, non puoi farmene una colpa, vero? Lo sai anche tu che, in realtà, è colpa tua. Perché non avresti dovuto sapere di Monica. Se solo non ti fossi messa a cercare tra la mia roba, se solo non avessi parlato di divorzio… Ma adesso è tutto finito, adesso possiamo stare in pace.» Le diede un altro bacio, poi le prese le mani. «Adesso ti seppellirò nella palude, vicino a Cinthia. Lì riposerai bene, avrai anche compagnia. Sono sicuro che tu e lei avrete molte cose di cui parlare. Però, per favore, non parlate male di me, io vi ho amate davvero. Adesso vado a prendere la pala.»
Si avvicinò alla porta che dava sul cortile. Poi si fermò e si voltò a guardarla.
«Sai, pensavo davvero che tu fossi quella giusta. E invece anche tu, proprio come Cinthia, hai deciso di lasciarmi. Adesso dovrò ricominciare daccapo e trovare un’altra donna.»
Poi oltrepassò la porta diretto nel capanno degli attrezzi, lasciando il corpo di Carol sulla sedia, con il sangue che ancora le colava dal naso e lo sguardo vitreo, perso nel vuoto.
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Funziona. Funziona davvero bene il tuo racconto. C’è stile, ritmo, la giusta dose di tensione emotiva. Il tema è complicato, ma tu lo hai maneggiato con cura e con brutale verità. Bello davvero
Il dialogo fra il vivo e la morta è molto convincente, una strategia narrativa per far uscire allo scoperto la rabbia che forse Dan non ha mai espresso a nessuno. Una rabbia divorante,invincibile, che solo a un morto può essere rivelata. Scritto benissimo.
Ciao Tatiana, la parte che mi ha colpito del tuo racconto, oltre il finale, è stata il modo in cui sei riuscita a riportare la meschinità priva di consapevolezza del marito nel modo in cui si rivolge alla moglie, senza ricadere in luoghi comuni. Molto bello.
Grazie mille Roberto, sono felice che ti sia piaciuto il mio racconto 🙂
Concordo con @cristiana , anche a me a tratti hai ricordato King (che è pure uno dei miei autori preferiti!). Racconto davvero ben scritto, diretto come un pugno. Difficile, ma decisamente efficace, la narrazione da parte del “villain” della vicenda, il carnefice. Sei riuscita a trasmettere il senso di disconnessione dalla realtà del femminicida che si sente nel giusto che si sente legittimato ad usare violenza e che la minimizza come “perdita di pazienza”. Davvero, hai trattato con grande capacità narrativa un tema putroppo tristemente attuale.
Grazie mille Sergio per questo bellissimo commento <3
Davvero davvero scritto bene, complimenti Tatiana! Mai mi sarei aspettata un finale del genere…geniale la trovata del botta e risposta tra i due. il protagonista è costruito benissimo, sei riuscita a rendere benissimo il lato più orribile e terrificante di certi meccanismi perversi. Piaciutissimo!
Grazie mille Dea, sono felicissima che ti sia piaciuto il mio racconto! 🙂
L’ho sempre detto che il matrimonio è pericoloso. Il protagonista di questa storia horror è davvero inquietante, con i suoi giochi da ventriloquo e la sua pretesa di parlare con Carol. Nei suoi delitti c’è serialità e questo gli conferisce un tocco di credibilità in più. Grazie Tatiana per questa storia raccapricciante 🙂
Grazie a te Tiziano! Sono felice che ti sia piaciuto 🙂
Davvero molto ben costruito e raccontato! Io mi stavo preparando ad una reazione violenta ed inaspettata di lei, perché sono un fan delle ragazze che primeggiano sugli uomini, ma un pochino avevo sospettato che non ci fosse un lieto fine… In ogni caso hai conquistato meritatamente un ammiratore! ♥
Grazie mille Emiliano, è stato emozionante leggere le tue belle parole! <3
Bravissima Tatiana. Un racconto molto efficace. Dialoghi che altro non sono che un lungo monologo con colpo di scena finale da brivido. Un tema quanto mai attuale trattato alla maniera di King. Me lo ricordi molto, soprattutto per la tua capacità di avermi fatta entrare così bene nella mente del protagonista. Complimenti
Grazie mille Cristiana, sono felice che il racconto ti sia piaciuto! Effettivamente mi sono ispirata a quello che è lo stile di King, è uno dei miei autori preferiti e ho letto così tanti suoi libri che non prendere spunto è impossibile! 🙂
Effetto finale riuscitissimo. Mi ha ricordato allo sdoppiamento di personalità madre-figlio, uomo-donna nel tuo caso, di Psycho di Hitchcock.
Ciao Francesco, grazie mille per aver letto il mio racconto e averlo commentato! In effetti lo sdoppiamento in stile Psycho era voluto, proprio per sottolineare la “pazzia” e, in questo caso, anche l’incapacità di accettare le proprie azioni, il ricercare conferma di sé anche dopo una cosa così atroce.
Un gran bel racconto horror.
Sei stata davvero molto brava a disseminare gli indizi lungo i vari paragrafi e a costruire questo monologo, perché di un monologo si tratta alla fine, recitato dall’uomo, ormai preda delle sue follie.
L’unica cosa che mi sento di consigliarti è di non svelare troppo, ma di lasciare più spazio all’immaginazione del lettore. Ad esempio, se si legge con attenzione, si può capire già dalle battute iniziali che la donna, in realtà, è morta e questo potrebbe togliere quel tocco di suspence e di incertezza sul quale il genere horror deve, in qualche modo, puntare.
Per il resto, sei stata davvero bravissima.
Ciao Giuseppe! Grazie per aver letto il mio racconto e per averlo commentato. Terrò in considerazione il tuo consiglio per i prossimi racconti, cercherò di migliorare questo aspetto dello “svelare” troppi indizi. Grazie mille ancora 🙂