Quello che vogliono loro

Soppesò tra le mani la fragola rubata distrattamente dal banco mal assortito del mercato settimanale e le diede un morso svogliato, perdendosi in futili considerazioni su quanto fosse sempre più difficile, di quei tempi, trovarne una che accendesse veramente i sensi. Che li facesse sgomitare irrequieti tra lingua e cervello come succede con quei tabelloni zeppi di lampadine e campanelli che si vedono di solito dietro ai banconi dei Luna Park.

Quei pannelli che se vuoi fargli prendere vita bisogna essere battitori titolari per vederli scintillare, per sentirli suonare nel modo in cui si aspetta la ragazza di turno che ti sta di fianco; quella che hai portato fuori perché vuoi disperatamente farti, quella impaziente di poter rivolgere un’occhiata carica di supponenza in direzione delle amiche per sgomberare il campo da qualsiasi dubbio su chi detenga il possesso del territorio.

Questo, a meno di non decidere di investire una piccola quota degli introiti settimanali e allungare una banconota al giostraio prima di effettuare il lancio, quando nessuno guarda. Allora non c’è più bisogno di essere Joe DiMaggio per arrivare in prima base. Due dita audaci e discrete si frugano nel taschino e sventolano un biglietto da dieci da una parte, una mano che non conosce vergogna lo afferra avidamente per poi farlo sparire all’istante dall’altra, come non fosse mai passato da lì. Ed ecco che al momento opportuno, lontano dallo sguardo dei curiosi, quella stessa mano preme un interruttore e fa partire tutte le luci, fa cantare tutti i piattini, in un colpo solo. E la ragazza di turno che hai di fianco, quella sera, sarà tua. Sempre che ti accontenti di una da poco come ha appena fatto lei, beninteso.

Lev, nel suo ruolo da cacciatore di frodo di facili occasioni, ci sguazzava come un alligatore che trascina la preda sul fondo fino a quando non vede scomparire il bracciale di bollicine che dalla bocca della vittima risale fino in superficie.

Superstite a fine giornata di un’esistenza di terz’ordine spesa nei ranghi più bassi della gerarchia alla quale aveva scelto di appartenere, si arrabattava come poteva in un mondo che sembrava accorgersi della sua presenza solo nel momento in cui qualcosa di molto particolare mancava all’appello.

Sputò a terra la corona di foglioline del frutto e inviò la lingua in esplorazione tra un interstizio e l’altro dei denti, alla ricerca di quei semini irriverenti che se ne stavano lì a dar noia come il prezzo da pagare per un godimento superfluo.

Diamoci da fare richiamò sé stesso all’ordine, il mattino ha l’oro in bocca.

Osservò tra la folla alla ricerca del soggetto più adatto, ma occupando tutti, ai suoi occhi, i gradini più bassi della scala evolutiva ne scelse uno caso, puntando un tizio dalla figura tozza e dall’aria vagamente familiare, che indossava un cappello a falda ed un impermeabile beige. L’uomo camminava a passo lento fra la merce esposta facendo scorrere le dita della mano sui ripiani ruvidi delle assi dei tavoli, come a saggiarne ciò che le imperfezioni del legno avessero da trasmettergli. 

Che diamine, pensò Lev, un impermeabile in una giornata dal cielo limpido. L’istinto, mescolato all’esperienza, lo aveva guidato verso uno a cui mancava sicuramente qualche venerdì, su questo non ci pioveva.

Sorrise all’ironia meteorologica della considerazione e si avvicinò alle spalle dell’uomo il quale, non aveva dubbi, sarebbe stato più che incline nell’ascoltare una proposta che non si poteva rifiutare, apostrofandolo con discrezione.

«Signore. Mi scusi, signore».

L’uomo sembrò non badare ai richiami rivolti a lui, proseguendo nel suo percorso lungo i corridoi del mercato, rapito da ciò che questo aveva da offrirgli, costringendo Lev a farsi ancora più sotto ed appoggiare una mano leggera come una forcina per capelli sulla sua spalla cadente.

«Signore, mi perdoni.»

L’uomo parve arrestarsi per un momento come se, nonostante tutto, non fosse ancora certo di essere proprio lui l’oggetto delle attenzioni dei richiami di Lev, infine ripose le mani nelle tasche dell’impermeabile e ruotò il busto verso il suo interlocutore, mostrando un volto dalle guance piene ed un sorriso quasi imbarazzato che metteva in evidenza i folti baffi e donava risalto al leggero strabismo da cui era affetto.

«Dice a me?» chiese l’uomo dopo essersi voltato del tutto, pronunciandosi in una di quelle voci capaci di mettere a proprio agio chiunque ma che, inspiegabilmente, provocò in Lev un moto di irritazione.

«Si, dico a lei. Mi scusi se l’ho presa alla sprovvista…».

Il copione era sempre lo stesso, tanto semplice da non trovare ragione plausibile per modificarlo, se non l’indispensabile variazione sul tema a seconda delle circostanze. Di certo, non c’era pericolo che gli venisse a noia.

La cupidigia dell’essere umano non smetteva mai di sorprenderlo, si rivelava sempre più forte della ragione nel momento in cui questa veniva messa alle strette, persino quando la razionalità picchiava i pugni sul vetro per farsi sentire.

Il momento in cui cedevano era sempre il preferito di Lev. Quello in cui si rivelavano così stupidi da credere che qualcuno, davvero, potesse affannarsi per stare loro dietro e voler restituire quella particolare cosa che veniva loro offerta. Così preziosa, irraggiungibile alle loro possibilità e diversa per ognuno. Qualcosa sulla quale loro non potevano reclamare alcun titolo e che mai si sarebbero presi la briga, loro, di riconsegnare a nessuno.

Eppure ci cascavano in tanti, in tantissimi. Va bene, non tutti. Ma quelli che lo guardavano distrattamente e rispondevano con garbo “si sbaglia, quella non è mia” senza nemmeno farsi attraversare la mente dalla più pallida ombra della seduzione si contavano sulle dita mozzate di una mano monca.

Nella maggior parte dei casi, nei loro occhi prendeva vita una scintilla che divampava immediatamente in una fiamma fuori controllo, e Lev riusciva distintamente a visualizzare quale fosse il sogno da quattro soldi che credevano di veder realizzato e per il quale erano disposti a vendersi la loro virtù di turno.

«…e se posso permettermi la libertà» proseguì Lev, «lei è un uomo davvero fortunato ad avere incrociato uno come me. Non sono in tanti quelli così onesti dal riportare qualcosa del genere al legittimo proprietario.»

Lev pronunciò quelle parole facendosi scivolare dalla spalla il sacco di cotone che era parte dei suoi strumenti di lavoro e posandolo a terra, percependone l’insolita inconsistenza. Anche la cosa più leggera si portava appresso un peso ben più rilevante rispetto a quello reale. Sempre. Era il peso di ciò che la persona scelta da Lev avrebbe dovuto decidere se sacrificare o meno.

Nessuno stupore quindi se Lev, accucciato a puntellarsi con una delle due ginocchia, rimase a bocca aperta nel momento in cui questi rovistò affannosamente nella borsa, trovandola completamente vuota.

Alzò gli occhi verso l’uomo in impermeabile, il cui sorriso trasmetteva una benevola compassione, abbandonò la borsa lasciando che si afflosciasse a terrà e si produsse in uno sbuffo spazientito, sopraffatto dalla consapevolezza nel momento in cui non avrebbe più potuto far nulla, come un treno mancato per un soffio.

«Lev» lo canzonò l’uomo, artatamente deluso, tenendosi le mani nelle tasche, «ancora con questi giochetti per raccattare un paio d’anime in giro? Potresti ottenere molto di più se ti impegnassi sul serio.»

«Gab» lo salutò Lev alzandosi in piedi, spolverandosi i pantaloni, «anche tu potresti fare di meglio. Ti sei scelto una forma a dir poco discutibile.»

«Che vuoi, andarsene in giro con i boccoli e le ali piumate dà sempre un po’ troppo nell’occhio. Mi piace rimanermene sotto tono.»

«Già. Avevo sentito che te n’eri andato in pensione. Sbaglio?»

«Diciamo che mi sono dato alla libera professione. Cerco di ammazzare il tempo come posso. Sai com’è, il Direttore rimanda tutti i millenni, ha il cuore tenero Lui. È lunga l’attesa fino a… insomma, ci siamo capiti.»

«Una vera seccatura. Mi domando quanto ancora dovrò andare avanti a fare questa vita. Perché poi quei due non si mettano d’accordo una volta per tutte, questo non lo capirò mai.»

«Lev, povero diavolo, hai ancora troppe poche ere sulle tue spalle squamose per poter comprendere come funzionino queste cose. Dai retta a me che ne ho viste parecchie, la Politica è tutta una questione di interessi.»

«Tu dici eh? Non lo so, sarà che sono un idealista, ma ancora un po’ ci credo.»

«Lascia perdere. Ti ci danni troppo l’anima, credi a me. Dovresti considerare l’idea di cambiare datore di lavoro. Uno con la tua esperienza… devi pensare al futuro Lev. Se vuoi conosco dei bravi Cristi che ci possono mettere una buona parola.»

«Non lo so Gab. Il mio capo non credo che la prenderebbe bene, è un tipo vendicativo.»

«Non dirlo a me.»

Lev si grattò la nuca con aria imbarazzata, poi si risolse nell’arrivare alla questione inevitabile:

«Beh, come rimaniamo adesso? Mi dai un po’ di vantaggio o ce la giochiamo ad armi pari?»

«Lasciamo perdere a questo giro, se sei d’accordo. Tu pensa alla proposta che ti ho fatto.»

«Sei sicuro Gab? Guarda che mica mi offendo io…»

«Ma sì, per una volta. Che bisogno c’è di scatenare l’inferno in terra? E poi devo andarmene, ho una fretta del diavolo.»

«Come vuoi tu. Comunque scherzavo prima. Hai un bellissimo cappello, ti sta divinamente».

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Discussioni

  1. Non mi aspettavo, ovviamente, una tale svolta narrativa. Il dialogo fra inferno e paradiso riporta forse al Faust o al Libro di Giobbe, ma queste sono mie fissazioni: in realtà ho apprezzato davvero tanto la leggerezza e l’humor dellle battute angelico- diavolesche e i riferimenti alle condizioni umane che sono spesso peggio dell’inferno e che del paradiso conoscono solo quello perduto.

  2. angeli e diavoli fanno sempre la loro figura : sono l’anima stessa del conflitto e il loro conflitto ha al centro le anime.
    E il mondo? Il mondo è la loro riserva di caccia o il loro Luna Park.
    Bravo, Roberto, una commedia che allude al sostanziale accordo dei poteri quando si tratta di approfittarsi dei povericristi, sebbene in questo caso la ciambella riesca senza buco.

  3. Lev e Gab sarebbero Leviatano e Gabriele, immagino. Sei sempre sorprendente, dall’inizio lento e poetico passi di colpo a un dialogo veloce e ironico e quello che sembrava non è. Ennesimo colpo ben assestato di una gran bella penna, leggerti è sempre un piacere.

  4. Mi piacciono davvero tanto le metafore di apertura di questo tuo racconto originale e anche un po’ bizzarro, che saltano dentro una all’altra e ci sbatacchiano fra sapori, luci e colori. Mi sono detta: come ha descritto bene questa strana passeggiata di un borseggiatore da mercato romano che prende di mira la prossima vittima da spennare. Poi, con sorpresa, stupore e piacere mi sono accorta che non avevo capito assolutamente niente, perché tu hai questa grande capacità di prendere il lettore per mano e mandarlo totalmente fuori strada fino a quando decidi che è arrivato il momento giusto di svelare (parzialmente) le tue intenzioni di narratore. Il finale lo lasci in balia di due angeli moderni che decidono di rimandare la disputa ad altra occasione, forse per continuare a godersi quella passeggiata con il ‘gusto’ del legno sotto alle dita. Che dirti di più?

  5. Già il titolo la dice lunga sulla sorte dei due protagonisti che si occupano (se ho ben capito un pochino di malavoglia) a loro volta di altre sorti (o malasorti) di più comuni mortali.
    Fantastica l’ironia, i giochi di parole tra modi dire e ciò che in realtà questi due sono davvero. I capi lassù, non so, ma quaggiù mi è sembrato di intendere che fra poveri diavoli e poveri cristi non c’è poi molta differenza, e se potessero scegliere…
    Mi è piaciuto il modo in cui hai reso i protagonisti umani, quasi quanto gli umani tra i quali si confondo.
    Mi hai ricordato un vecchio racconto di Raul Montanari (è più forte di me, mi ricordi sempre qualcuno 😅) in cui si narrava di una partita a scacchi. Perdonami ma non ricordo il titolo. Devo andarmelo a cercare.