Questa merda di cappello che è?

Ore 17.30. Mentre la macchina fila sulla Tangenziale Est tra il Cimitero del Verano e la Prenestina, vedo sfilare sullo specchietto retrovisore i grandi pini che fanno da ombra a coloro che riposano. L’icona verde di Whatsapp comincia a farsi sentire. Sono già ben sei ore che manco da casa, quattro che sono partita per Roma, due che si sta occupando da solo dei figli.

Stronzo 1, dalla poltrona Ikea davanti al camino, mentre su Dazn vede Roma-Bologna, con le urla dei figli nelle orecchie:

Questa merda di cappello che è?

Stronza 2, io, incapace di rimanere a casa il giorno del mio compleanno, rispondo, veloce, nel traffico:

Carnevale Irene

Da ora in poi 1 e 2.

1:

Stava per terra quella merda arancione

Lo so che è di carnevale

Bello schifo pure oggi grazie

2:

Si tratta di un cappello

Grazie anche a te per lo schifo che mi lanci addosso

Nonostante le pulizie di ieri

1:

Non parlo solo di pulizie e disordine

Comunque, sì, è meglio che non ci parliamo per niente

2:

La prossima volta mi dici che non devo andare e io non vado

1:

Sì, devo pensare a tutto io

Tu la capoccia non ce l’hai

2:

Ma lo dici sempre dopo

1:

Che ti devo stare a dire quello che devi fare? Che sei una figlia adolescente?

La coda dell’occhio visualizza la scatolina verticale gialla e bianca del Tinset, l’antistaminico di mio figlio. Mi sono dimenticata di buttarla nel contenitore dei medicinali scaduti.

Forse si può ancora usare.

2:

Ancora la stessa frase

È facile

Dici non voglio stare da solo a badare ai bambini

Poche parole

1:

Non capisci mai nulla

Sai solo denigrare

Lo faccio sempre, tu non lo fai

Non ti vergogni neanche a dirmi una cosa del genere?

Neanche un po’?

2:

Ah, io non mi occupo mai dei bambini adesso?

E tu non ti vergogni di farmi sentire una merda anche oggi?

1:

Perché che è? Il tuo compleanno? Lo potevi passare con noi.

Invece fai sempre

Come

Cazzo

Ti

Pare!

Apro la scatolina con la mano destra, mentre quella sinistra mantiene bene la guida. Mando giù dieci gocce, forse venti. Ora non mi posso specchiare.

Ancora tanto traffico. Google Maps dice un’ora a casa. Mi faccio guidare da lui, mi faccio guidare dal piede che spinge sull’acceleratore e vorrebbe andare a cento, centoventi, centoquaranta.

Mi faccio guidare da Chester Bennington e la sua Numb.

La macchina si ferma, ancora una volta rimetto la prima, poi la seconda.

La testa comincia a girarmi un po’, sarà il sole inaspettato del cinque marzo o forse le gocce prese a mo’ di terapia d’urto o forse i ricordi della giornata.

I piedi cominciano a farmi male, forse ho camminato tanto? Giusto quei venti minuti dal parcheggio di Piazza Cavour alla mostra “Impressionismo e oltre” sul Lungotevere. Mi sono immersa nelle pennellate veloci blu e verdi delle Rive dell’Oise di Van Gogh. Le barche hanno lo stesso ritmo dell’acqua, di tutta la natura. Come questo abitacolo che corre in avanti, deciso, nella stessa direzione degli altri personaggi di questa autostrada, come di quelli del quadro.

Mi fanno male i piedi perché li metto storti come dice lui?

Perché cammino male e ho le cosce un po’ formose?

Anche la Bagnante di Renoir ha forme femminili, sinuose, formose, una carne rosa che desidera essere toccata, desiderata, non giudicata. Se ne sta tranquilla, al sole, davanti al suo pittore, mostrandole tutta sé stessa senza però degnarlo di uno sguardo.


Mi fermo, di nuovo. Prima la prima, poi la seconda.

Riprendo a scorrere. Finalmente lascio le pompe di benzina romane ai lati, mi immetto sull’autostrada Roma-L’Aquila.

I piedi riescono a spingere finalmente sull’acceleratore.

La terza, da quant’è che non mettevo la terza.

Poi la quarta.

Poi la quinta.

“Fai sempre come cazzo ti pare”. Trent’anni di questa frase seguita solitamente dalla cinta sul corpo o da schiaffi in faccia sferzati da mio padre.

“Fai sempre come cazzo ti pare” seguito dal magnifico “sta piezz ‘e stronza” per concludere in bellezza da parte di mia madre.

Sulla retina scorrono veloci i guardrail, le macchine alla mia sinistra.

Arriva un lampo, nonostante la bella giornata primaverile.

Nella mia testa si sente uno strano botto. Chester sta piangendo nel suo arrabbiato gesto ultimo. Gli altri personaggi nelle macchine continuano a scorrere.

Arriva il blu lampeggiante di un’autoambulanza. Gli altri non lo vedono.

Nella mia testa la mia macchina è ferma, con lo sportello aperto. Qualcuno slaccia la cintura di sicurezza, ma io devo tornare a casa, perché non mi lasciano andare?

Mi mettono su un lettino, mi prendono il polso.

Il sangue scende sotto l’occhio. O forse sono lacrime.

Sono in un letto d’ospedale, mi attaccano a una flebo.

Mi vengono a trovare: fratello, preoccupato, lui, “Che cavolo hai combinato?”, i bimbi, piangono, salgono sul letto. Mi vogliono fare le coccole. Poi nonna.

Nonna? Che ci fai qui?

Nun da retta a nonnina. Tornatenn a casa. Mi accarezza le lacrime.

Mamma, con il deambulatore. Nenna, che è stat?

Sto bene, non vi preoccupate.

Tra poco torno a casa.

Chester continua a cantare, è passato a Castle of Glass.

Il mio sedile mi avvolge, caldo, non mi ha mai abbandonato.

Le gocce sono ancora lì, chiuse. Le butterò alla prossima farmacia.

Il pannello verde con scritto in grande Tivoli finalmente sorge da lontano, come il sole che nasce a Est, come la mia anima che risorge.

La macchina mi riporta a casa e lascia i pini di Roma del cimitero dietro lo specchietto retrovisore.

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Discussioni

  1. Potente. Vorrei dire tante cose alla tua protagonista, anche banali, tipo che l’amore esiste e va rivendicato, o che parte da noi stessi, dall’accettarsi e proporsi per come si è, senza l’obbligo di pagare sempre o farsi rinfacciare errori ed omissioni. Un abbraccio. 🌹

  2. È un testo molto forte, perché si sente che non è costruito, ma vissuto. La lite è solo la superficie, sotto c’è qualcosa di più antico che riemerge, e si capisce bene da come certi passaggi scivolano nei ricordi senza stacco.
    Mi ha colpito il modo in cui la guida diventa quasi uno stato mentale. La protagonista è lì, ma allo stesso tempo altrove, tra musica, immagini e pensieri che si sovrappongono. Si sente proprio il momento in cui tutto rischia di cedere.
    Il finale non dà soluzioni, ma ha qualcosa di importante: un ritorno, anche solo fisico, che però basta a far capire che non è finita lì. Rimane addosso una sensazione forte, molto vera.

  3. Ti porta dentro quella macchina e non ti lascia scendere. I messaggi, le gocce, i guardrail, nonna che dice “tornatenn a casa” — è tutto vero, tutto addosso. E quel pannello verde di Tivoli che spunta alla fine è un respiro che aspettavi senza saperlo. Fortissimo.

  4. Non so se è quello che volevi trasmettere, ma mi è arrivato cosi: mi è piaciuto il modo in cui ci dici, non dicendolo, l’unico motivo per il quale la protagonista trova la forza di tornare a casa. Perchè sceglie di passare il suo compleanno ad ammirare le donne di Renoir, è chiaro. Un gesto che costa tantissimo – costa tantissimo essere lontani dai figli (gli unici per cui vale la pena tornare) ma a volte è questione di sopravvivenza, anche se nessuno sembra capirlo in questa storia. troppo spesso le persone ci risucchiano energie e amore, senza che torni nulla. E così immagina la sua quasi morte, i suoi cari che accorrono all’ospedale. Tra l’altro, mi è sembrato di notare che lo stronzo 1 non accorre…Il fratello si preoccupa, i bimbi piangono. E prevale la forza che la fa restare, tornare a casa.
    Non so se è questo che intendevi. Magari sono partita io di fantasia. Comunque, piaciutissimo.

  5. Ho apprezzato lo stile e il ritmo. Ciò che non mi è chiaro è se gli eventi dal “lampo” a “Il mio sedile mi avvolge, caldo, non mi ha mai abbandonato” sono una fantasia della protagonista o meno. E poi le gocce non le ha prese, visto che sono ancora chiuse? Abbi pazienza, forse ti sembreranno domande sciocche.