
Randagio
Serie: Raccolta di Voci e Volti
- Episodio 1: Zio Ergo
- Episodio 2: Randagio
- Episodio 3: Creatore D’Ogni Cosa
- Episodio 4: Il Peccato Universale
- Episodio 5: Chanel N.5
- Episodio 6: La donna dalle mani magiche
STAGIONE 1
Ho portato a casa con me un randagio ieri notte.
Ero andata a camminare, e non quelle camminate che le coppie innamorate fanno, mano nella mano, con il sole che rende rossa l’acqua del lago e il cielo insieme.
“Andare a camminare” per me vuol dire non voler pensare, o dover riuscire a piangere. Ed allora devo fare andare le gambe, così i pensieri possono correre pure loro, e forse trovarsi, capirsi, prendersi per mano mentre le mie reggono solo accendino e sigaretta.
“Andare a camminare” vuol dire che scelgo la canzone sulla base di quello che può farmi sentire, e se all’inizio sono depresse per farmi riuscire a sbloccare le lacrime, poi diventano cattive, brutali, un urlo di odio al mondo da parte dei bimbi cattivi.
L’ascolto in loop, come una dietro l’altra sono le cartine che mi giro, il gusto di tabacco che mi resta nella bocca per tutta la notte, fino alla mattina dopo, quando esco per queste camminate.
Non mi importa della gente, che schivo, che schifo; non mi importa della pioggia, sotto la quale continuo a camminare, lasciandola scivolare giù da mia testa quasi rasata, che la gente osserva alle volte con fare bizzarro.
E quando le gambe non funzionano più, o le fiacche sui talloni stanno per aprirsi, mi accascio alla prima fermata del bus che incontro, ed aspetto.
Guardo dall’altra parte della strada e vedo una ragazzina, vestita di nero, larghi pantaloni ed un giaccone ancora più ampio sulle spalle, è seduta sulla panchina, sull’altro marciapiede.
Piange.
Piange?
Piange piange.
La sento che singhiozza un poco più forte, ora, poi si muta e spaventata si guarda attorno. Si lascia scivolare lungo il vetro della piccola tettoia quadrata, la testa tra le mani e le ginocchia ossute che posso vedere anche da qui.
Spengo le cuffiette e attraverso la strada. Da ragazza a ragazza, non si lasciano le persone alle 10 di notte a piangere da sole.
Le chiedo se vada tutto bene.
Ha due grandi occhi azzurri, un viso magro, due pendenti neri alle orecchie.
Annuisce, mentre di asciuga le lacrime.
Resto un qualche secondo a guardarla negli occhi, analizzando, facendole capire che non le credo veramente, ma che se vuole che me ne vada lo posso fare.
«T’es sûre?» [Sei sicura?]
Lei annuisce nuovamente, ma la vedo arrivare nei suoi occhi, la crisi.
È come un’onda lontana, che ti sembra ancora solo un miraggio, ma che in pochi secondi cresce in potenza ed intensità, e come un’orgasmo non lo trattieni quando arriva, ti esce dalle labbra e scuote l’anima.
Il panico l’assale, in un istante, come se una parte del suo cervello si fosse dimenticata di quello che stava succedendo nel parlarmi ma che, con lo zittirmi, ha ricordato per cose stesse piangendo prima.
Respira veloce, il piccolo corpo si scuote.
Le dico di respirare con me, la faccio seguire i miei: dentro, fuori, dentro, fuori.
Si calma.
«Tu veux que je reste avec toi un moment?» [Vuoi che resto con te un momentino?]
Annuisce, grata, sorride.
Mi stupisco. Pochi, anche se il lacrime, mi risponderebbero di sì. Io non so se lo farei; deve essere davvero successo qualcosa di grave.
Glielo chiedo. Vuole sapere se parlo inglese, e quando la rassicuro, inizia a raccontarmi.
Mi dice che è scappata dalla casa della sua madre adottiva, e che domani vuole andare a stare dalla famiglia di una sua amica, ma che per questa notte non sa dove dormire. Ha paura che la donna la venga a cercare.
«You know, I have been living with her my whole life, and since I was a kid she was always telling me how ugly I was, how fat I was, how stupid. She just needs me for the money, ’cause the services give her some. She already have two children, and they both bully me and laught at me with their friends.» [Sai, è da tutta la vita che vivo con lei, ed è da quando sono una bambina che mi dice che sono brutta, e grasse e stupida. Mi ha solamente bisogno per i soldi, perché i servizi gliene danno un po’. Ha già due altri figli, ma anche loro mi trattano male e ridono di me con i loro amici.]
Mi dice che questa sera è scoppiata, e lei se ne era andata senza pensare. Non ha un passaporto con sé: solamente un telefono mezzo scarico con cui sta scrivendo ai suoi amici, tentando di trovare una soluzione, un abbonamento della metro, e una sigaretta elettronica rosa.
È ucraina. Sono venuti qui un anno fa, e fino ad ora non ha fatto altro che esistere, qui, nel mio stesso universo. Io che cerco di farmi una vita, trovarci un senso, e lei che è bloccata in un limbo, del quale sono ora un po’ parte.
«I can offer you a bed. For tonight, and then we’ll see tomorrow what to do. If you want to» [Ti posso offrire un letto. Per stanotte, e poi domani vediamo cosa fare. Se vuoi]
Inizia a ringraziarmi: una, due, quattro volte.
«I’m so sorry for this situation. I’m so sorry» [Mi spiace tantissimo per questa situazione.]
Le dico che non è colpa sua. Non ha scelto nulla di tutto questo.
Ha 14 anni. È più piccola di quanto pensassi.
Aspetto con lei il bus che ci porta a casa. Parliamo poco, di quello che faccio io, della paura che ha di essere trovata da sua “madre” che possa poi riportarla a sé.
Seduta sull’autobus ha le braccia chiuse tra le cosce, le spalle rotonde, lo sguardo perso.
L’ho fatta dormire sul secondo letto che ho in camera, e che la direzione del campus in cui vivo si è dimenticata di chiudere dall’ultima volta che ho pagato per ospitare un’amica.
Beve un bicchiere d’acqua, piange ancora un po’ e poi le dico di provare a dormire.
«What is done, is done. Thinking about is now is not gonna change anything; better if you try to get some sleep and tomorrow we’ll figure it out.» [Quello che è fatto, è fatto. Pensarci ora non cambierà nulla; è meglio se cerchi di dormire e domani vediamo.]
Ora dorme nella mia stanza, l’ho lasciata che ancora aveva il respiro profondo e solo le calzette fuori dalla coperta. Io sto in cucina, con un’occhio sempre alla porta, nel caso dovesse uscire non voglio che non trovi nessuno.
Per precauzione ho nascosto il mio portamonete nella fodera del cuscino, la voce di mio padre in testa che mi dice: «Guarda che sono dei furbi, tutti. Bravi a piangere e raccontare storie, e poi ti svuotano la casa.»
Sto correndo il rischio, ma guardando l’intero disegno un poco più da lontano, ritengo ne valga la pena.
Serie: Raccolta di Voci e Volti
- Episodio 1: Zio Ergo
- Episodio 2: Randagio
- Episodio 3: Creatore D’Ogni Cosa
- Episodio 4: Il Peccato Universale
- Episodio 5: Chanel N.5
- Episodio 6: La donna dalle mani magiche
Molto intimo e personale, questo racconto si distingue per una voce fresca e originale, che dovrebbe essere sopravvalutata dall’autore stesso
Grazie David, gentilissimo.
Di questo racconto ho apprezzato le due figure femminili che, seppur diverse per età e condizione, si ritrovano nel vuoto delle loro esistenze. Tuttavia, se posso esprimere il mio parere assolutamente personale, ho percepito qualcosa di “slegato” come se la narrazione a tratti si interrompesse. Fra i due racconti della serie ho preferito il primo, tuttavia apprezzo anche questo secondo episodio nel suo complesso e aspetto il seguito.
Grazie mille per il tuo feedback! Sono d’accordo. Effettivamente l’ho scritto ancora con il cuore caldo del momento, e sicuramente tra poco lo rimetterò in forma.. 🙂
Con questo secondo racconto della serie mi hai spiazzato. Si evince che la protagonista dei due lavori è sempre la stessa, ma qui sei passata a un contesto ambientale completamente diverso e a un altro tempo senza alcun legame. Se l’idea della serie fosse quella di un puzzle da comporre pezzo per pezzo la cosa si farebbe intrigante per il lettore.
Il racconto mi è piaciuto e in certi passaggi lo sento “vicino”. Le canzoni depresse che servono a dar sfogo alla tristezza e poi quelle cattive che tirano fuori la rabbia; la passeggiata liberatoria; la lingua francese; gli ucraini arrivati in Francia a causa della guerra. E’ un racconto che si presta fortemente a un seguito, dunque aspetto con interesse.
Grazie Francesco! L’idea è di tenere i racconti separati ed indipendenti, e semplicemente dare uno scorcio alle diverse vie che la vita può prendere.. Poi magari chissà da uno di questi posso sicuramente creare qualcosa di più complesso!
Già, ne vale la pena.