REALITY SHOW
Serie: Semplicemente Paladino #3 stagione
- Episodio 1: GUERRA
- Episodio 2: DISPERAZIONE
- Episodio 3: NAUFRAGIO
- Episodio 4: REALITY SHOW
- Episodio 5: CALIGOLA
- Episodio 6: PALADINO PRESENTA
- Episodio 7: MISSIONE
- Episodio 8: CONCORSO DI BELLEZZA
- Episodio 9: GORAN
- Episodio 10: COSPIRAZIONE
STAGIONE 1
Moi e Ra condussero i quattro supereroi nella loro navicella. Antiprincipe avrebbe voluto scatenarsi, farli a pezzi. Ma Paladino gli disse di no: li conosceva, e sapeva che non erano pericolosi. Paladino lo disse ridendo. Cercava d’immaginarsi cosa avrebbero fatto, quei due. La cosa più pericolosa che gli avrebbero fatto sarebbe stata fargli il solletico, ne era convinto. Quando furono tutti sulla navicella, essa partì e Moi, o era Ra, spiegò che nonostante i danni arrecatigli due anni prima da Paladino ora non avevano più un circo, ma un reality show.
A Paladino non piacevano i reality show. Li riteneva inutili e stupidi. Si disse che era strano che delle intelligenze aliene, sulla Terra per definizione elevate, si concedessero simili passatempi.
Il gioviale proseguì dicendo che loro sarebbero diventati i protagonisti del loro reality show.
«Spero che non sia una brutta cosa!» rabbrividì Supereva, parlando in italiano senza che i due gioviali la comprendessero.
«Sarà una buffonata. Non ti preoccupare» la invitò Paladino. Ne era convinto.
Dopo qualche minuto di viaggio la navicella si fermò. I due gioviali diventarono violenti, bruschi. Con gesti sbrigativi cacciarono fuori dalla navicella i quattro.
I quattro caddero sul suolo lunare, dove, se prima c’era una lieve pendenza, ora ce n’era una più ripida.
C’erano pure cadaveri. Molti cadaveri.
«Qualcosa di rotto?» chiese Paladino ai suoi tre alleati. Sarebbe stato un grave guaio se le bombole d’ossigeno si fossero rotte. Con cos’altro avrebbero respirato, altrimenti?
«Tutto okay» disse Supereva.
«Voliamo via di qui. Questo posto non mi piace» disse invece Antiprincipe.
«Neanche a me» aggiunse Capitan Splatter.
I due provarono a spiccare il volo. Invano.
Pure Supereva ci provò, ma con un gemito di sconcerto rimase per terra. Un solo balzo, neanche troppo esagerato. «Che sta succedendo?» chiese la ragazza.
Di colpo si sentì un tonfo, come di qualcuno che era caduto. Si guardarono attorno. Era stato un sasso, si accorsero.
Poi un altro tonfo, e il suolo tremò.
«Il terremoto!» gemette Paladino.
Ma da quando in qua c’erano terremoti sulla Luna?
Mentre i quattro venivano inquadrati da una di quelle sfere, il suolo iniziò a inclinarsi ancora di più.
I quattro gemettero spaventati e provarono ad aggrapparsi alle pietre, le quali poi rotolavano via.
Paladino cercò di capire cosa stesse succedendo e vide che erano in un imbuto. Loro a lato, al centro una bocca.
Una bocca?
Paladino ricordò le lezioni di biologia delle superiori. In Sudafrica, come in Italia, esiste la formica leone. L’insetto costruisce delle trappole nella sabbia, degli imbuti, in fondo al vertice la sua bocca coperta dai granelli. Gli insetti che ci finiscono dentro scivolano fino al vertice dove la formica leone li divora.
Quella bocca era la formica leone.
Loro erano gli insetti.
E in cielo c’era quella sfera che li inquadrava.
Paladino capì che i due gioviali li avevano condannati a morte, divorati vivi da quella bocca, parte di un mostro nascosto nel sottosuolo lunare. Non potevano volare perché, chissà come, i gioviali glielo impedivano.
Il terreno, a causa di chissà quale strano meccanismo, digradava e loro stavano per precipitare.
In fondo a quella bocca.
Paladino doveva fare qualcosa. Congegnare una risposta e coordinarla fra loro quattro era impossibile. Doveva improvvisare.
Pregando di essere fortunato si lasciò andare, usando lo skateboard come scudo. Confidava nella sua resistenza.
Paladino precipitò nella bocca del mostro.
Ci fu un plop disgustoso, che fece fremere per lo schifo Paladino. Si rese conto che aveva agito bene; era atterrato come un gatto, cioè in piedi, lo skateboard fra il suo corpo e le fauci della creatura.
Adesso doveva fare subito qualcosa.
Stando attento a non rimanere tramortito per colpa dei sassi che gli piovevano addosso, balzò su un’asperità del terreno trascinandosi dietro lo skateboard per il joystick. Il cavo non si ruppe e lo skateboard sbatté con violenza sull’asperità. Non parve rompersi.
«Crepa!» gli augurò Paladino, in tono maligno. Creò una sfera d’energia e la fece cadere in bocca al mostro.
Il mostro accolse la sfera a bocca aperta mentre essa cresceva. Non riusciva a fagocitarla.
Un bel guaio per il mostro, le cui sembianze erano misteriose come anche le fattezze della formica leone.
La sfera crebbe e il mostro lanciò un gorgoglio soffocato. Voleva sputare via la sfera, ma questa si dilatava e Paladino ebbe in mente un’immagine del mostro, una figura da lui ideata, in cui aveva la bocca spaccata. Intanto il sistema che faceva pendere il terreno iniziò a collassare. Il gorgoglio del mostro fu soffocato da un rombo che fece drizzare i peli in Paladino.
La sfera inquadrava tutto.
Paladino si accorse di quest’ultima e sbottò: «Divertitevi! Divertitevi, porci!». Con la sola mano libera, dopo aver recuperato lo skateboard che cercava di usare come protezione dai sassi che piombavano giù, lanciò una sfera di energia contro di essa.
Sfera contro sfera. La sfera volante, meccanica e, forse, anche senziente, evitò la sfera d’energia ma non fu lesta nell’evitare degli oggetti che caddero giù. Tre fantocci? No, i tre alleati di Paladino, i quali si ritrovarono in cima alla sfera ancora in bocca al mostro.
«Venite qui! Venite qui!» li chiamò Paladino.
Antiprincipe fece a pezzi la sfera meccanica. Poi, con un colpo di spada, fece scoppiare la sfera d’energia nelle fauci del mostro.
Avvenne tutto in poco tempo: la sfera fu distrutta e il mostro morì, schizzi di un liquido viscoso ovunque, i tre supereroi che furono cacciati in alto dallo spostamento di forza cinetica, i sassi che rimbalzavano ovunque.
Il processo che portava a far pendere sempre di più il terreno si bloccò, ma i tre iniziarono a precipitare nelle fauci del mostro che, seppur morto, era ancora un pericolo. Era assurdo: essere ingoiati da un mostro morto! Ma era quel che stava per succedere.
Fu Capitan Splatter a salvare la situazione. Mentre precipitava, provò a volare e… rimase sospeso nello spazio. Ma Supereva e Antiprincipe non lo sapevano e continuarono a scendere.
Questione di pochi secondi.
Capitan Splatter scese a prenderli, e al contempo urlava: «Usate i poteri! Si può volare!». Li afferrò e provò a sollevarli. Ma erano troppo pesanti.
Prima che tutti e tre riprendessero a precipitare in fondo allo stomaco del mostro, per annegare nei suoi succhi gastrici o chissà che altro aveva, Supereva reagì e iniziò a volare. Antiprincipe la imitò e prese a sbattere le ali.
Erano salvi.
Il mostro era morto, si poteva volare.
Esultando, Paladino lanciò lo skateboard e ci salì sopra, proprio come se fosse una tavola da surf. Provò a sollevarsi ma rovinò giù, fin nella bocca del mostro, ormai cadavere. Non piombò nei suoi succhi gastrici. Rimase ancorato ai denti della bocca con un braccio, l’altro che reggeva il joystick, lo skateboard che pendeva come un’ugola. Poteva lasciarlo perdere. Sarebbe stato un peso in meno. Ma senza non poteva volare, anche se al momento non aveva funzionato. Era sicuro che aveva un malfunzionamento. Doveva essere aggiustato. Ma per il momento doveva pensare a salvarsi la vita. All’inizio tacque, poi notando che nessuno lo soccorreva ululò, ingoiando l’orgoglio: «Aiuto!». Insomma, seppur avesse permesso a lui e i suoi alleati di essere catturati, era stato lui a uccidere il mostro. Meritava un premio. Del tipo? La vita salva.
Capitan Splatter se ne accorse e scese ad aiutarlo. Era molto robusto e lo portò via da quel baratro organico e orripilante.
I quattro uscirono indenni da quella trappola mortale. Salvi, meno male. Si guardarono tutti attorno. Erano ancora sulla Luna e non sapevano che fare. Erano ancora prigionieri di Moi e Ra e dei loro infernali giochetti? Non lo sapevano.
Prima che potessero fare qualcosa videro quattro Gatti Plutoniani avvicinarsi a loro, sopra di questi le sfere meccaniche.
Non era finita.
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