Repressione

1956

Il sottofondo era allegro e giocoso, anche fiero, ma Gaza respirava la polvere sollevata dal crollo delle case, pure i gas di scarico dei T sovietici.

Se gli amici cantavano inni anticomunisti, lui faticava a portare in braccio la cassa di bottiglie.

Da ogni angolo di Budapest e del paese arrivavano notizie allarmanti: i sovietici erano dilagati ovunque, il governo di Nagy era stato portato alla sbarra seppur gli esponenti del Partito e gli ufficiali dell’AVH venivano fucilati se non linciati dalla folla.

Sembrava che fossero i comunisti a vincere.

Tutto qui.

Ma quel che più interessava a Gaza, era che a ogni angolo delle strade di Budapest c’era un T che si faceva notare per il cannone. Non appena l’equipaggio coglieva la benché minima presenza dei ribelli, il T sbucava fuori dal nascondiglio e apriva il fuoco, per poi ritirarsi come un astuto ragnetto.

Da quando in qua i ragnetti dilaniano corpi ed edifici fino a provocare stragi?

«Gaza! Gaza, dove sei?».

«Sono qua». Gli si parò davanti.

Il capo era un orfano come lui, come tutti, solo più grande.

Gaza appoggiò la cassa di bottiglie. Gli amici si fiondarono su di essa e, memori dei racconti della Seconda guerra mondiale, fabbricarono delle bottiglie molotov.

Quando dalla loro avevano dozzine di bottiglie molotov, si misero in fila indiana e s’incamminarono verso il Danubio.

Trovare un T fu facile. Il cannone che sporgeva da dietro il palazzo sembrava l’albero degli impiccati, Gaza sapeva che c’è morte e morte.

Gaza voleva restare zitto, ma gli amici cominciarono a schiamazzare.

Il T avanzò, la torretta brandeggiò su di loro. Forse un colpo di cannone era troppo, poteva bastare una mitragliatrice, che fosse di scafo, coassiale o quella che sporgeva dalla sommità del T.

No, invece: il cannone aveva una strana immobilità.

Con urla di guerra, accesero le micce e lanciarono.

Le bottiglie molotov prima scivolarono, poi rotolarono, tra i cingoli del T.

Il cannone sparò un colpo, una granata andò a impattare contro il palazzo alle spalle di Gaza, le bottiglie molotov esplosero e da sotto il T le fiamme diedero l’avvio a una danza infernale.

Il T rimase immobile.

Presto, le fiamme baluginarono tra scafo e torretta, i carristi spalancarono i portelli e balzarono a terra in preda al fuoco che come un abbraccio indesiderato li consumava tra urla e invocazioni a loro madre.

Gaza assisté alla scena con occhi strabuzzati, gli amici circondarono i carristi e li presero a bastonate.

«Attenti!» urlò Gaza.

Il T esplose, le schegge sibilarono come lapilli straziando gli amici, la loro danza fu più veloce.

Gaza aveva il volto che gli scottava, se lo accarezzò, ritirò le mani insanguinate. Non sapeva più piangere, forse non era più il momento di piangere, doveva reprimere quel bisogno infantile di lamentarsi.

Fra i resti del T, individuò un AK dall’aspetto funzionante.

Lo afferrò, lo brandì come se fosse la spada di Attila. Notando la mano mozza ancora stretta al castello dell’arma automatica, la strappò via.

«Gaza, che fai!».

Si girò. Non tutti gli amici erano morti, il capo però era stato ucciso dall’esplosione, avevano bisogno di un nuovo capo. «Ho un AK».

Lo guardarono come se fossero belve fameliche.

«Ho io il potere».

Annuirono obbedienti.

«Seguitemi! Da quella parte c’è un altro T».

Se la rivolta veniva repressa dai sovietici, Gaza voleva reprimere i suoi sentimenti: doveva comportarsi da uomo, seppur avesse undici anni.

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Discussioni

  1. “Se la rivolta veniva repressa dai sovietici, Gaza voleva reprimere i suoi sentimenti: doveva comportarsi da uomo, seppur avesse undici anni”
    Tristissimo: molti Gaza vagano soli in questo mondo. Bene non dimenticarlo

  2. Uno stile impeccabile – escludendo i dialoghi – avevo la sensazione di leggere l’ articolo di un bravo giornalista freelance. Il finale ad effetto, colpisce ancor di piu` in quanto, troppo spesso, e` cio` che accade realmente in tante parti del mondo flagellate dalle guerre..