Requiem

Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: quarto racconto della serie "Le disillusioni."

“Dì tutta la verità, ma dilla obliqua”

(E. Dickinson)

Si alza soltanto alla fine, dal fondo lo sento avanzare. Si è presentato in ritardo, solo. Si è sistemato nell’ultimo banco come i ladruncoli, i penitenti quando scordano di farsi la confessione. Ora si fa largo lungo la navata centrale con aria solenne: il passo lento, la fronte alta, lo sguardo lucido di chi va incontro alle spose. Una smorfia che somiglia al dolore gli altera i tratti del viso, pur di non lasciarla vincere stira le labbra in un sorriso di cera, irreale.

Quando è a pochi passi dall’altare, si ferma. Segna la croce, si bacia la mano. Poggia una rosa rossa sopra la bara chiusa, ma prima di farlo indugia, le labbra sui petali qualche secondo di troppo. È la sua confessione.


Ho incrociato la moglie, stamattina. Passeggiava a braccetto insieme a uno dei figli, quello di mezzo, il meno scaltro. L’unico ad aver ereditato gli occhi del padre, gli stessi che vedo dentro lo specchio ogni mattina. Ci siamo visti, hanno cambiato strada loro per primi. Non si sono presentati alla veglia funebre, non hanno spedito telegrammi né fiori. Non uno straccio di condoglianze, sentite o meno che fossero.

Lui, invece, si è fatto vivo non appena ha saputo. Trafelato, gonfio, il volto grigio di un fantasma.

«Ma che. Cosa. Quando.» Singhiozzava. «Come è successo.»

Gliel’ho spiegato.

«Se me lo permetti» la voce era ferma, ma la mano sopra la mia spalla tremava e lo sguardo era puntato nel vuoto. «Vorrei dire due parole, al funerale. Due parole per la mamma».

Ha detto proprio così. Non Miriana, che era il suo nome, o Miri, come la chiamavano tutti. Ha detto: la mamma. Come fosse cosa nostra, condivisa. Come fosse sempre, tutto quanto, stato vero.

«Si può sapere cos’hai che non va?!»

Mamma, quando lo dicevo, diventava furiosa.

«Perchè.»

Fingevo di non capire. Forse, del tutto, non capivo davvero.

«Ho incrociato la mamma di Alice. Cosa diavolo sei andato a raccontare a scuola?»

«Me lo hanno chiesto ancora. Mi prendevano in giro.»

«Embè? Tu devi lasciarli parlare, non inventarti le cose!»

Alzavo la testa dai libri. «Non invento le cose. Ho solo de—»

«Non t’azzardare sai? Non t’azzardare mai più!»

Restavo immobile, a fissarla.

«La verità!» Batteva forte la mano sopra il tavolo. «Tu. Devi. Dire. La. Verità.» Scandiva le parole con l’indice battuto come fosse una filastrocca, una rima scema che non c’era verso imparassi a memoria.

«Sarebbe?»

Conoscevo la risposta, ma ogni volta speravo cambiasse, che venisse quella buona. Invece: «La verità è che tu, un padre, non ce l’hai» e le toccava mettersi a sedere, prendere fiato, rassegnarsi lei, per prima. «Siamo soltanto noi.»

Annuivo.

Ma lui veniva, ogni sera, più tardi. Quando tutti dormivano e io, dalla stanza socchiusa, facevo finta.

Lei iniziava a fissare l’orologio già da un’ora prima. Sceglieva il rossetto, lisciava a scatti la gonna, controllava nervosa l’acconciatura cambiandola miliardi di volte.

Lui bussava piano, entrava porgendole una rosa e mamma l’andava subito a pigiare insieme altre tra le pagine di una vecchia copia del Devoto Oli.

«Il bambino?»

Si levava la giacca, sfilava la cravatta già allentata per metà.

«Dorme.»

Lo facevano così, in piedi, tra i miei quaderni di scuola sparsi sul tavolo e i piatti dentro l’acquaio ancora da fare. Le alzava la gonna, cercava la strada a occhi chiusi aiutandosi con le mani. Lei inarcava la schiena reclinando il capo, lo sguardo un poco lucido e assente, come a rincorrere un sogno che lì per lì s’era inventata da sola mentre lui – i fianchi duri puntati contro – la muoveva a singhiozzi, preda di una guerra che pareva star combattendo da solo.

E avrei dovuto scansarmi, lo capivo bene, strapparmi gli occhi dalle orbite pur di non vedere. Invece restavo immobile, preda di un ingiustificato battito, un’illogica attrazione. Come di fronte ai corpi nudi dell’arte o quelli sdraiati sui bordi delle autostrade, cercavo là in mezzo le mie risposte. 

Eccola, la verità, mi dicevo, la prova tangibile del mio essere al mondo. 

E quando a scuola me lo chiedevano – se anche tu hai un padre, si può sapere dov’è? – è questa l’immagine alla quale tornavo, un attimo prima di correre a ficcarmi sotto le coperte fredde, e fingermi vittima di un sonno pesante.

Entrava, prima di andarsene, convinto dormissi mi carezzava la fronte.

«Sogni d’oro.»

Fingevo di non sentire.

«Se potessi, davvero, tu lo sai, rest—» ma lei lo baciava un’ultima volta, senza lasciarlo finire.

«Vai.»

Indugiava, nell’andarsene, come per ogni altra cosa. Aspettare che il vialetto sgombro, che le luci dei vicini fossero spente, che per la strada, prima di togliere l’auto, non passasse nessuno. La camicia cambiata per levare il profumo, mozziconi gettati per non tradire il rossetto: badava ogni dettaglio, era attento di tutto.

Ora guadagna il pulpito senza curarsi più di niente. 

Schiarisce la voce, sistema il microfono, si volta di nuovo verso la bara chiusa. Insieme agli altri l’abbiamo riempita di frasi, ricordi, fiori, abbiamo sistemato al centro la fotografia con il tuo sorriso migliore e non c’è nessuno che riesca a guardarla senza sentire come una lama il dolore, perché «non si poteva non amarti.» 

Esordisce proprio così. 

Poi, non gli riesce di continuare. «Tu eri—» Si accascia al petto, ferito da un colpo di pianto e di tosse. «Perdonatemi.» Si rivolge alla folla, sembra confuso. «Anzi, no. Che Dio mi—» di nuovo il pianto, di nuovo la tosse. «No.» Di nuovo verso la tua bara chiusa. «Miriana, solo tu.» Mi guarda. Ti guarda. «A me basta che mi perdoni tu.»

Silenzio.

Qualcuno, dalle prime file, qualcuno che non capisce, sale a consolarlo, lo aiuta a scendere, lo scusa. Qualcun altro, invece, che sembra capire benissimo, mano alla bocca nasconde un mezzo ghigno, sibila qualche brutta parola. 

Lui guadagna l’uscita  a braccia scese, come un pugile vinto che all’ultimo s’è fregato l’intera carriera. Alcuni, con lo sguardo, lo seguono. Altri, singhiozzano, senza capirci poi nulla. Qualcuno, da dietro, mani sopra le spalle, consola me.

La tua fotografia, sopra la bara chiusa, è l’unica che continua a sorridere. 


 

Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)


Avete messo Mi Piace14 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Dea. Quella descrivi molto bene una situazione, che per qualcuno è di comodo, ma dove poi tutti finiscono per pagare.
    Perché in una situazione obliqua, i propri sentimenti non si possono manifestare e tutto diventa doloroso. Bravissima.

    1. Ciao Concetta, è tutto comprensibile, grazie mille per il tuo commento. Hai colto un tratto fondamentale, i sentimenti taciuti, che per un motivo onper l’altro non si possono esprimere e ci fanno ancora più male. Grazie per essere passata di qui.

  2. Che immagini; che personaggi! Pensieri ed emozioni… Poche frasi per creare un mondo. Brava! Come dicevo altrove, sono rientrato dopo un mese molto pesante e sono davvero contento di leggere parole come queste!

    1. Grazie Antonio, che bello sapere di averti allietato il rientro…e per fortuna ora il mese pesante è alle spalle. ti auguro mesi felici e “leggeri”. Grazie per essere passato di qui 😊

  3. Qualcuno sta facendo progressi? 😼
    Direi proprio di sì! 😻
    Quei piccoli passi in avanti che ogni scrittore compie lungo il suo infinito percorso, quegli insegnamenti messi in pratica senza nemmeno rendersene conto. Ed ecco che il piede poggia su quel gradino un po’ piú in alto.

    Io non ho mai vissuto una situazione familiare come quella descritta, ma grazie alle meravigliose metafore ho percepito chiaramente le emozioni dei personaggi. Ammiro come, senza troppi spiegoni, riesci a mostrare per immagini.

    Bravissima Dea, d’ora in poi sarà tutto un crescendo!! ❤️‍🔥

    1. Grazie Mary! Ti devo davvero un grazie di cuore, sei sempre attenta a notare quei piccoli particolari fondamentali, che a volte sfuggono anche a me…ma non al mio inconscio, a quanto pare 😉
      Grazie a te ho imparato che so “incamerare” e mettere in pratica i consigli, e questo mi da fiducia. Spero davvero di migliorare sempre di più. Un forte abbraccio!

  4. Un bambino che non ha un padre e immagina – magari vorrebbe – che fosse l’amante della madre quel genitore che gli manca. Ma non puo’ essere perché quell’uomo una famiglia ce l’ha già e se la tiene. L’amore per la donna è sincero ed è il dolore a dimostrarlo.
    “Ha detto: la mamma. Come fosse cosa nostra, condivisa. Come fosse sempre, tutto quanto, stato vero.” Racconto tragico, di quelli che colpiscono. Brava come sempre!

    1. Rimango sempre colpita dalla tua capacità di cogliere esattamente l’ anima, il perno attorno a cui ruota ogni racconto. Hai uno sguardo e una capacita’ di lettura formidabili. Grazie di cuore. Davvero.

  5. “la muoveva a singhiozzi, preda di una guerra che pareva star combattendo da solo”
    Hai creato un personaggio maschile fragile e commovente, che di femminile ha davvero tanto. Forse, uno dei tuoi personaggi più belli.

    1. Bellissimo come tu abbia colto l’essenza di questo personaggio. Nato quasi per caso. Vissuto troppo poco, forse, nello spazio di questo singolo racconto. Ma ho in mente per lui qualcosa di più ampio…chissà…

  6. “L’unico ad aver ereditato gli occhi del padre, gli stessi che vedo dentro lo specchio ogni mattina”
    Cara Irene, credo che tu con questo racconto abbia raggiunto una maturità stilistica notevole e che dona un tratto oramai riconoscibile alla tua scrittura. Credo anche che sia lucida la consapevolezza che hai acquisito sulla scelta di ogni singola parola. Frasi sincopate, pensieri che si mescolano alla narrazione, cambio si scena, di tempo e di soggetto sono fragili e delicatissimi pezzi di vetro che si ricompongono nella mente del lettore a formare uno specchio. In quello specchio si riflette l’autrice, messa a nudo perché non c’è bisogno di artefatti o maschere. In quel turbine di emozioni che svolazzano come le foglie d’autunno, il tuo lettore si trova oramai a proprio agio e altro non chiede. Complimenti Irene.

    1. Carissima Cristiana, non sai quanto mi fanno bene le tue parole. Inizialmente, lo ammetto, il mio scrivere era uno “scrivere per me” come se al lettore, volente o nolente, non restasse che alzare il naso e stare a guardare, o, al massimo, chiudere la pagina e non proseguire. Ora invece sto acquisendo una sorta di consapevolezza, che mi sta portando a considerare il lettore parte attiva, e non soltanto elemento di decoro, ai margini, come forse, a torto, lo consideravo prima. Questo anche grazie a voi e ai vostri preziosi commenti. È solo un primo piccolo passo, il mio, ma spero appunto il primo di una lunga serie. Grazie di cuore per la tua presenza, fondamentale e preziosa.

  7. Bello? No è troppo poco, splendido!!! Che caleidoscopio di sentimenti ne emergono: l’amarezza del ragazzo, il dolore del “colpevole”, la pietà di qualcuno e l’acredine di altri… e quel particolare degli occhi riconosciuti allo specchio ogni mattina! Grande Dea!!! 🌹🌹🌹🌹🌹

    1. Ci ho pensato parecchio su a quella frase degli occhi, e non l’ho messa per caso… grazie per averla notata!
      E grazie Giuseppe, per esserci sempre 😊

  8. Possiedi quello che tanti maestri definiscono “voce letteraria”. Un timbro comunicativo che oltrepassa il concetto di saper scrivere bene, che è appannaggio di pochi dotati e per il quale, estrapolando anche solo un paio di versi all’interno di un testo, ti fa dire con certezza “Questo sicuramente l’ha scritto Dea”.

    1. Credo sia una delle cose migliori che uno scrittore, (o aspirante tale, nel mio caso) possa sentirsi dire. Ti fa sentire sulla strada giusta, e sai da che parte fare quel passetto in più. Grazie Roberto.

  9. Un deserto di furioso furore in tutta la tua opera….una sorta di potenza che colpisce il sangue inerme….amore e odio, paura e trionfo e una lenta….indifferente sfida….qualcosa di troppo e di inumano….nascosto nell’infinita dolcezza della carne….

    Straordinaria Dea….

    1. Grazie di cuore Migeè, le tue parole mi risuonano sempre come il tocco finale, un racconto nel racconto, la poesia che continua. Grazie davvero.

  10. Ciao Dea, intenso il testo, anche tagliente. La tua scrittura è forte, capace di scavare nel dolore e nei silenzi. I tuoi racconti sono sempre emozionanti.

  11. L’inquadratura di questo episodio è profonda e insieme tagliente. Stavolta hai scelto dei tempi diversi di progressione, privilegiando l’estetica del contesto, il suo assetto formale allo sprazzo fulmineo. Si vede che conosci, o frequenti, il senso della forma, le arti visive in senso lato, denotandone una spiccata intimità nelle tue scelte e nei tuoi processi immaginativi, dal momento che si avverte che scrivi di cose che vedi e che non pensi. Le tue parole sembrano il risultato di un bagliore e non di un concetto, come se fossero il frutto di una suzione di forme visive in itinere che ti travolgono e che conduci, o riduci, nel tuo codice linguistico, senza intermediazioni o contrattazioni di sorta, e senza mai risparmiarti nel corso misterioso dell’intento.
    Hai stilizzato i momenti, anche i meno tangibili, con una cura scultorea, tattile, sotterranea che trasuda l’umido dei materiali utilizzati. C’è un passaggio che mi ha colpito molto, in cui parli dei corpi nudi dell’arte e di quelli sdraiati sui bordi delle autostrade. È un’immagine molto potente e tragica, forse cruciale di questo momento della tua serie, che potrebbe esemplificare la tua tensione visionaria e la tua dimensione estetica in cui la parola cerca il freddo del marmo, il suono del dente che batte sulla pietra, il rintocco della luce sulle figure; e mi sa che vi riesce.

    1. ti sono debitrice, e rimango stupita dalla tua capacità di leggere non soltanto ciò che scrivo, ma anche, in un certo senso, ciò che sono. Hai colto perfettamente il mio modo di procedere. Le arti visive sono il mio campo principale, il mio punto di partenza, e questo influisce sul mio modo di scrivere. anzi. sarebbe più esatto dire che, in un certo senso, lo diventa. Io scrivo di ciò che vedo, usando lo stesso procedimento per il disegno, senza passaggi intermedi.
      Mi fa piacere che l’immagine dei corpi ti abbia colpito, è un passaggio fondamentale, messo no per caso, che va al di là del contesto nel quale è inserito, perchè tocca il tema del mistero, della ricerca, la tenzione tra concreto e impalpabile. E in un certo senso accompagna l’intera serie, potrebbe esserne la chiave.
      Grazie di cuore, come sempre, per queste tue profonde letture.

      1. Grazie sempre a te della tua generosità di visione, sempre aperta, propulsiva e profonda, che esprimi sia da lettrice che da scrittrice, senza mai risparmiarti, restando fedele alle tue correnti tensive, ideologiche e immaginarie, come alla densità della tempera dove formi la voce dei tuoi colori.

  12. Riesci sempre a stupirmi, a lasciarmi lì a pendere dalle tue parole in attesa che si schiuda quello che in realtà stavo aspettando, ma che arriva sempre in maniera diersa, insolita! Brava Dea!

    1. Ciao Piero, grazie per essere passato! In effetti uno dei miei principali intenti è l’effetto “insolito” o “trasversale” come mi piace chiamarlo…felice di esserci riuscita!

  13. Bello, intenso e insolito, come lo sono sempre le storie dei tuoi racconti: stupiscono e piacciono. La voce che parla, osserva, pensa e comunica quanto conta l’ amore quando c’ é, quando viene negato o ricevuto a stille, e soprattutto quando viene a mancare.

    1. Ciao Luisa, in questa serie in effetti stanno arrivando storie insolite, proprio come dici tu. Ti ringrazio per essere sempre presente con le tue letture attente. Un abbraccio.

  14. Accidenti. Ogni volta che leggo le tue storie resto lì bloccato, appena finito, a guardare la pagina. A rileggere le frasi, vorrei sottolinearne qualcuna ma non so decidermi. Le pause, il ritmo, sincopato, a singhiozzo come il respiro dei personaggi. Le emozioni, intense. La vergogna, il dolore, la passione.
    Accidenti.