Requiem
Fa freddo qui dentro. Ho capito che la temperatura deve rimanere bassa, ma così è anche troppo. Mamma mi avrebbe detto di mettere la maglia, quella di lana. Adesso dovrò ricordarmelo da solo di farlo. Ma dov’è finita mia sorella? Lo sa che l’impresario alle undici sarà qui. Non cambia mai.
Mi alzo e mi avvicino a mamma. È così piccola e magra, ma siamo sicuri che sia lei?
Un colpo dietro di me, la porta che sbatte. Ah, ci sei sì. Mi guarda per un attimo ma subito gli occhi cambiano direzione. Scuote l’ombrello inondando le piastrelle e poi lo sistema in un angolo. Non dice niente. Apro io la bocca per dire qualcosa ma lascio stare. Lei prende allora una sedia e la sistema vicino alla cassa aperta in mezzo alla stanza, non si toglie il cappotto. Io allontano la mia di sedia e mi sistemo vicino al muro, lontano da lei. Ancora quel profumo, insopportabile proprio.
«A che ora viene?» dice senza girarsi.
«Alle undici, mi ha detto che dobbiamo decidere i fiori e l’iscrizione sulla tomba».
Rimane silenziosa, scrolla solo le spalle. Non gliene è mai importato niente, né di mamma né di me. Chissà dov’è Andrea, quella specie di marito, ma si sono sposati poi? Tante volte mi aveva detto di chiamarla ma non l’avevo mai fatto. Troppo grossa l’aveva fatta.
Il telefono mi vibra in tasca, un WhatsApp dell’impresario, «venti minuti e arrivo, mi serve la foto e cosa far scrivere». Gli rispondo che va bene, lo aspetto. Ci parlerà lei con lui, io sicuro non le chiedo niente adesso. Poteva pensarci prima invece di rovinare tutto, forse sarebbe stato meglio che non fosse venuta.
«Chi le ha messo questa maglia? Lo sai che la dolcevita le dà fastidio al collo».
Ma che ne sa? Non l’ha mai vista mamma. E adesso fa la figlia premurosa.
«L’ho scelta io, era nell’armadio grande in camera».
«Lo so, gliel’avevo regalata io ma non riusciva a metterla».
Regalata lei? E quando? Non aveva neanche vent’anni quando se n’è andata. Che anno era?
«Senti» le dico «c’è da mandare il testo dell’epigrafe al giornale, vuoi mettere anche il nome di lui?»
«Si chiama Andrea».
Sì, lo so come si chiama. E preferirei non saperlo.
Sta toccando la guancia di mamma, la mano le trema. Ha il viso molto pallido e le labbra bianche. Quant’è cambiata, era ancora una ragazzina quando se n’è andata in quel modo. In quale modo? Non lo so, ma da stronza. Con quello poi. Bella coppia di pezzi di merda.
«Mandalo con solo i nostri due nomi» risponde senza guardarmi.
***
Angela si porta una mano alla bocca e si strofina le labbra secche. Enrico si è alzato e sta andando dietro di lei.
«Va bene, solo i nostri» le dice «ma lui verrà al funerale?»
«Enrico, ti prego…»
Lui si sposta e le si mette a fianco, la guarda in faccia per la prima volta.
«Da quando l’hai lasciata e sei andata con lui…»
«Ma che dici? Andrea è venuto dopo».
Guarda la sorella ma non dice niente. Poi abbassa gli occhi sul telefono che aveva ancora in mano. Lei guarda prima lui e poi il telefono, quindi sospira e scrolla le spalle.
Enrico si mette a camminare intorno alla stanza. Lei ha messo una mano sulla fronte della madre e la accarezza. Lui le si ferma di fronte, dall’altra parte della cassa che rimane tra loro.
«E comunque non è vero che le hai regalato quella maglia».
Lei non risponde. Tocca il collo alto della dolcevita e lo sistema. Le labbra le si piegano in qualcosa che sembra un sorriso.
«Che c’è da ridere? Se l’avessi chiamata qualche volta almeno».
Angela si alza, si sistema il cappotto e guarda negli occhi il fratello.
«Tre anni fa, per il suo compleanno. Tu forse eri troppo impegnato con le tue donne».
Lui fa un passo indietro, non dice nulla. Si siede di nuovo vicino al muro. Tiene la testa bassa e si tortura i polsini della camicia. Angela gli si avvicina, infila una mano nella tasca del cappotto e tira fuori una vecchia fotografia. La madre sorridente e non ancora malata, è di pochi anni prima. Gliela porge.
«Tieni, usa questa per la tomba, penso possa essere adatta».
Lui la tiene tra le mani e la guarda, poi alza gli occhi verso la sorella ma lei si è girata e sta tornando verso la madre.
Un rumore nel corridoio, dei passi e delle voci.
«Allora per questi fiori? Che gli diciamo?» chiede Enrico sempre con la foto in mano.
«Rose e gerbere. Lei avrebbe voluto così».
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Alarme spoiler non proseguite nella lettura di questo mio commento se non avete ancora letto il racconto e non volete neanche la più piccola (questa non è piccola) anticipazione! Siete avvisati!
Bellissimo capoovolgimento di fronte davverio ^_^, ottima sia la trovata di cambiare narratore nella stessa scena, avvisando con gli asterischi, che quella di darci un narratore inaffidabile (ossia enrico). Quello che mi ha intrigata di più e che ho gradito molto è proprio il fatto che il fratello faceva tutto il premuroso, il carrissimo figlio afflitto che era stato sempre vicino alla mamma… adirato contro la sorella traditrice e menefreghista quando in realtà alla fine scopriamo che era lui a non sapere un piffero di ua madre, e quinndi a fregarsene, mentre la sorella per lei c’era sempre stata (era uscita di casa non dalla sua vita, solo colpa del fratello rancoro se non l’ha vista più!) cavolo è lo stesso stratagemma usato in racconti come “La sentinella” o “giro di vite” o “Questione di scale” ^_^