Restare per Esserci

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Non feci in tempo a girare l’angolo che vomitai.
Passò un signore che mi guardò schifato, mentre io cercavo di ricompormi. Tornai a casa senza mai fermarmi e senza contare. Volevo solo fare una doccia e dormire. ●

Mi chiusi in doccia: l’acqua scottava, ma non abbassai la temperatura. Il getto mi martellava la nuca e le spalle, a coltellate. Avrei dovuto renderla sopportabile, invece rimasi lì a bruciarmi la pelle, come se così potessi bruciare anche il dolore.

«Se sento ancora il profumo di Serena, il vomito non ha vinto» pensai, avvolto dal vapore che nel frattempo aveva riempito il box doccia.

Sentivo solo il bagnoschiuma economico del supermercato, un pulito finto, e fu peggio, perché mi resi conto che stavo cercando di capire chi ero annusandomi la pelle, come un animale.

Uscii dalla doccia e, senza neanche asciugarmi bene, mi buttai sul letto con i capelli bagnati a fissare il soffitto.

Non so perché, ma mi tornarono in mente le parole di Padre Andrea: «Voi dovete solo esserci, non risolvere». Io invece volevo risolvere tutto: il vomito, la paura del Campo Base, il congedo, l’incognita del nuovo lavoro in salumeria che mi aspettava. Volevo spazzare via ogni paura e invece ne arrivavano altre.

Presi il cellulare, Serena mi aveva scritto un’ora prima: «Domani ci sei alle 17:00?».

Risposi d’istinto: «Sì», poi cancellai. Riscrissi: «Sì, ci sono» e cancellai di nuovo. Alla fine mandai: «Forse. Oggi ho vomitato, ci aggiorniamo domani».

Rimasi a fissare il messaggio qualche secondo prima di inviarlo, poi appoggiai il telefono sul comodino, vicino alla sveglia con la gallina che becca, e tornai a guardare il soffitto. Mi resi conto che per la prima volta avevo detto la verità a Serena, senza abbellirla.

«Ok» rispose dopo qualche minuto, solo «Ok». Mi aspettavo un «Andrà tutto bene», un consiglio, una domanda, invece solo «Ok», e per qualche strano motivo non mi sentii abbandonato, mi sentii visto, come se anche lei non sapesse cosa dire e avesse deciso di non inventarsi niente.

Misi il telefono a faccia in giù e rimasi qualche secondo a guardare la gallina che continuava a beccare imperterrita, anche se era mezza distrutta.

Quella sera mi addormentai con i capelli ancora umidi, trasgredendo una delle raccomandazioni di mia madre: «Asciugati bene i capelli, che poi le conseguenze le pagherai da grande» mi diceva sempre.

Ma io avevo solo vent’anni, cosa poteva accadermi di così tremendo, se non svegliarmi con i ricci più scomposti del solito?

I giorni seguenti li passai tra lavoro e incontri con Serena, ma erano le sere a sembrarmi interminabili.

Tornavo a casa, cenavo in fretta e ogni volta che sentivo lo stomaco muoversi mi alzavo per andare in bagno a controllare. Non succedeva niente, ma l’angoscia restava lì, fissa nella mia pancia e nei miei pensieri.

Una sera presi il mio diario, era da un po’ che non scrivevo: «Martedì, 26/09/2000. Non vomito e non conto da giorni, eppure mi sento come se stessi sbagliando tutto, come se non meritassi questa serenità che credevo di stare lentamente conquistando».

Mentre scrivevo, il cuore prese ad accelerare all’impazzata, ormai conoscevo quella sensazione di morte imminente. Riconoscevo il gelo alle mani, il sudore freddo, il tremolio alle gambe, la nebbia negli occhi e in testa, ma non ebbi paura. Mi lasciai attraversare dall’attacco di panico, consapevole che sarebbe passato, e mi accasciai sul letto ad aspettare che quel terremoto emotivo finisse.

Quando tutto passò, chiusi il diario e lo nascosi sotto il cuscino, sorridendo di quel gesto, visto che ormai abitavo da solo da un bel pezzo.

Il giorno dell’appuntamento con la dottoressa Mori arrivai dieci minuti prima. Mi sedetti fuori dallo studio e presi una rivista poggiata sul tavolino al centro della sala d’attesa. Avevo di nuovo la nausea, ma questa volta non fischiettai per distrarmi, la lasciai lì, con me, come avevo fatto con l’attacco di panico dei giorni prima, e aspettai il mio turno.

Quando toccò a me, notai subito due cose: la dottoressa aveva di nuovo l’orologio sul tavolo, non al polso e l’agenda rossa era già aperta sulla scrivania.

«Com’è andata dopo l’ultima volta?» mi chiese con il suo solito sorriso accogliente.

Avrei voluto dirle «Bene», come faccio sempre quando non voglio dire niente. Invece le dissi: «Ho vomitato, proprio fuori dal suo studio, dietro l’angolo. L’altra volta, appena uscito da qui».

Lei annuì, non fece la faccia schifata del signore per strada, non disse «Poverino».

«E poi?» mi chiese, guardandomi.

«E poi sono tornato a casa, mi sono fatto una doccia bollente, ho scritto a Serena che avevo vomitato e per giorni, ogni sera dopo cena, ho avuto paura di vomitare di nuovo. Andavo in bagno a controllare» risposi a testa bassa.

«E hai vomitato di nuovo?»

«No».

«Cosa hai fatto con quella paura, allora?»

Ci pensai, guardai l’orologio sul tavolo e poi guardai la gallina che becca che non c’era, ma che io mi ero portato in testa lo stesso.

«L’ho lasciata lì, accesa» dissi. «Come una luce in corridoio, non ho trovato l’interruttore, quindi l’ho lasciata accesa. Ho avuto un attacco di panico e anche quello l’ho lasciato passare, senza fare niente».

Notai con la coda dell’occhio che la dottoressa stava scrivendo qualcosa sull’agenda, una riga sola, ma non riuscii a leggere cosa

«Luca, lo sai che differenza c’è tra l’ultima volta che hai vomitato e le altre volte?» disse, senza alzare la testa.

«No» risposi.

«Le altre volte vomitavi per cancellare. Stavolta hai vomitato e poi sei rimasto. Hai scritto a Serena. Hai affrontato un attacco di panico senza lasciarti travolgere del tutto. Sei venuto qui dieci minuti prima e mi hai raccontato tutto con una consapevolezza diversa, con uno sguardo diverso ».

Sentii gli occhi che mi si riempivano, non di tristezza ma neanche di felicità. Erano lacrime e basta.

«Ma mi fa schifo» dissi, a voce bassissima. «Mi fa schifo aver vomitato di nuovo. Pensavo di aver finito. Pensavo di meritarmi…».

«Cosa?» mi interruppe lei.

«Di meritarmi un po’ di pace, e invece no».

«La pace non è non vomitare più, Luca. La pace è poter vomitare e non dover sparire subito dopo, è poter dire a Serena quello che è successo».

Fuori dalla finestra si sentiva il rumore delle macchine, la seduta stava per finire ma per la prima volta non avevo paura che finisse.

Avevo ancora la nausea, sì, ma era lì con me, seduta su quell’altra sedia, ad ascoltare anche lei.

Continua...

Serie: Morirò d'estate


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Discussioni

  1. La cosa più vera di Luca è che non sta imparando a stare bene, ma forse sta imparando a non punirsi ogni volta che sta male. E c’è una tenerezza quasi dolorosa nel vederlo smettere di nascondere persino ciò di cui si vergogna. Secondo me,guarire, per lui, comincia proprio nel non sentirsi più obbligato a sparire quando non riesce a essere la versione di sé che pensa di dover meritare amore. Molto riuscito il parallelismo tra il sintomo fisico e la fragilità emotiva, soprattutto nell’immagine della luce lasciata accesa in corridoio, che traduce con delicatezza il passaggio dalla lotta contro la paura alla capacità di conviverci.

    1. È proprio quello che volevo trasmettere: il primo passo verso la guarigione (o un primo tentativo perlomeno) sta nella scelta inconsapevole di Luca, di non nascondere più le sue fragilità.

  2. Secondo me Serena ha detto solo «ok» perché sa tutto, come anche la dottoressa. La Mori forse già si aspettava quella ricaduta, che poi tale non era. Una curiosità: l’orologio sul tavolo alla dottoressa serviva per controllare il tempo tra una risposta e l’altra di Luca? Bravo, Corrado!

    1. Il realtà con l’orologio, ma anche l’agenda, la sveglia con la gallina che becca e altri particolari raccontati in altri episodi, voglio in qualche modo evidenziare la mania (o forse sarebbe meglio dire l’ossessione) di Luca di notare tutto, di tenere sotto controllo ogni cosa che lo circondi. Anche i piccoli particolari, perché così facendo ha la sensazione di tenere sotto controllo anche tutto il resto: il cibo, i pensieri, lo stomaco, le emozioni…