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Serie: La parte che spetta


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Al funerale Adriana ha affrontato Clara e Marta, limitandosi a dire che dovranno parlare. Le figlie l’hanno respinta, ma il suo ritorno ha riaperto una storia che credevano chiusa.

A casa Valenti le persone continuano ad arrivare anche quando Marta è convinta che il funerale sia finito da ore.

Qualcuno ha predisposto un buffet nella grande sala da pranzo. Marta non sa chi abbia organizzato tutto e non domanda. Immagina Clara, ma a un certo punto smette di attribuire ogni dettaglio a sua sorella e si limita a spostarsi fra persone che conosce abbastanza da doverle salutare e troppo poco da sapere cosa dire dopo.

La casa le sembra più piccola di quando viveva lì. Forse sono i corpi, forse i mobili che Vittorio non ha mai voluto cambiare davvero. Il grande tavolo di noce è lo stesso delle domeniche in cui suo padre correggeva i conti a matita sul giornale economico e Adriana, ancora presente, si lamentava perché lasciava segni di grafite sulla tovaglia. Marta si accorge di ricordare la voce della madre meglio del volto.

Syren è vicino alla finestra con due amici di Vittorio. Non cerca di sostituirsi a nessuno, non riceve condoglianze come una vedova e non si mette da parte come un’estranea. Sta semplicemente lì, nel posto che ha occupato per anni, e quella naturalezza rende ancora più assurda la comparsa della madre.

Adriana, invece, non è venuta a casa. Marta se ne rende conto solo dopo aver controllato due volte l’ingresso, gesto che la infastidisce perché assomiglia all’attesa. Nessuno pronuncia il suo nome. È come se la donna vista in chiesa fosse già tornata nel luogo da cui era comparsa, lasciando soltanto una domanda che gli altri ospiti non sanno di dover fare.

Marta prende un bicchiere d’acqua e si rifugia per qualche minuto nel corridoio. Il telefono vibra.

Inés.

Questa volta risponde.

«Sei viva?» chiede Inés.

«Tecnicamente.»

«È già qualcosa.»

Marta si appoggia al muro. Dall’altra parte della porta qualcuno ride troppo forte e subito dopo abbassa la voce, come se si fosse ricordato dove si trova.

«È venuta mia madre.»

Per alcuni secondi Inés non dice niente.

«Tua… madre? »

«Quella originale.»

«Marta…»

«Lo so.»

«Ti ha parlato?»

Marta guarda verso la sala, dove Clara sta ascoltando Alberto Rota con un’espressione che appartiene più a una riunione che a un lutto.

«Ha detto che dovremo parlare.»

«E tu?»

«Le ho detto che non deve chiamarmi.»

Inés lascia passare un altro silenzio. È una delle cose che Marta ama di lei: non riempie immediatamente gli spazi per paura di ciò che potrebbe entrarci.

«Vuoi tornare domani?»

La domanda la sorprende perché è esattamente ciò che aveva previsto. Funerale, una notte, aeroporto.

«Non lo so.»

«Allora non decidere adesso.»

Marta chiude gli occhi per un istante. «Questa frase dovrebbe essere stampata e mandata a mia sorella.»

«Non credo che tua sorella mi pagherebbe i diritti.»

Marta sorride davvero, appena. «Ti chiamo più tardi.»

Quando rientra nella sala, Clara non c’è più. Alberto sta parlando con Giorgio vicino al camino e Syren ha preso il suo posto al tavolo.

«È andata nello studio», dice, senza che Marta abbia chiesto niente.

«Naturalmente.»

Syren la osserva. «Tuo padre è morto ieri.»

«Me ne sono accorta.»

«Anche lei.»

Marta abbassa il bicchiere. «Non sto dicendo che Clara non soffra.»

«No. Stai dicendo che soffre nel modo sbagliato.»

La frase arriva senza durezza e proprio per questo Marta non riesce a respingerla subito.

Syren prende una tazza vuota e la porta verso la cucina.

«Vittorio faceva lo stesso.»

Marta la segue con lo sguardo, ma Syren non aggiunge altro.

Trova Clara nello studio paterno, seduta dietro la scrivania. Non sulla poltrona di Vittorio: ha trascinato una sedia dal tavolo laterale e sta controllando qualcosa sul portatile.

«Stai lavorando?»

Clara solleva lo sguardo. «Sto rispondendo ad Alberto.»

«Al funerale di papà.»

«Il funerale è finito.»

Marta entra e chiude la porta abbastanza da attenuare le voci del corridoio. Lo studio odora ancora di Vittorio: carta, legno e quella colonia secca che usava da sempre.

«Io pensavo di ripartire domani.»

Clara smette di digitare.

«Non puoi.»

Marta sente la risposta prima ancora di formularla. «Prego?»

«Domani dobbiamo sistemare alcune cose. La notaia Teresa Maffei ha chiamato stamattina. Ci sono documenti, conti, le prime comunicazioni da fare. E lunedì c’è il consiglio.»

«Clara, io non lavoro per la Valenti.»

«Ora la Valenti è anche tua.»

«Lavorare e possedere non sono sinonimi.»

Clara chiude il portatile. «Non ti sto chiedendo di entrare in azienda.»

«Mi stai dicendo che non posso partire.»

«Ti sto dicendo che papà è morto da meno di quarantotto ore e che forse, prima di prendere un aereo, sarebbe utile capire cosa succede.»

Marta incrocia le braccia. «Ho quarantatré anni. Non quattordici.»

Qualcosa cambia nel viso di Clara, ma dura poco.

«Lo so benissimo.»

«A volte non sembra.»

Clara abbassa lo sguardo sul computer, poi riapre il portatile. «Fai quello che vuoi.»

È esattamente la frase che Marta aspettava e proprio per questo la irrita più di un ordine.

Si volta verso la porta.

«Mamma ti ha scritto?»

La voce di Clara la ferma.

Marta torna a guardarla. «No.»

«Nemmeno a me.»

Per la prima volta da quando è entrata, il portatile davanti a Clara sembra soltanto un oggetto.

«Allora perché ha detto che dobbiamo parlare?» chiede Marta.

Clara scuote la testa. «Non lo so.»

Marta rimane ancora qualche secondo nello studio, poi esce senza dirle che ha già deciso: non prenderà l’aereo domani, non perché glielo abbia chiesto Clara, ma perché sua madre, dopo ventinove anni di silenzio, è tornata proprio nel giorno in cui suo padre non può più risponderle.

Continua...

Serie: La parte che spetta


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi ha colpito soprattutto il rapporto tra Marta e Clara. Mi sembra che entrambe cerchino di tenere a bada il dolore, ciascuna a modo suo, finendo però per non capirsi. E mi è piaciuto come Adriana, pur non comparendo mai, riesca a essere così presente. A questo punto sono davvero curioso di scoprire cosa abbia da dire dopo ventinove anni di silenzio.

  2. ” Dobbiamo parlare” è una frase che ci incolla a questa serie. Difficile rinunciare a scoprire cosa si nasconde dietro queste poche, semplici parole, cariche di promesse per il lettore.