
Ribelle
Dicono che l’amore sia la forza che muove il mondo.
L’ultimo grande Dio. Il sogno che tutti sognano.
Alcuni sostengono che neanche esista. Si tratterebbe di proiezione, un ricordo sepolto nella primissima infanzia – di quando stavamo caldi e sicuri, come vermi dentro le ciliegie.
Fuori da lì, l’universo si converte in qualcosa di duro e metallico come l’idea dell’inferno. Per questo passiamo gran parte della vita sognando il calore, il rifugio, la prossimità all’altro che non è minaccia, ma segreta e instancabile fusione, elisir di bellezza.
Per quel che vale, io l’ho avuto.
Lo dicono in molti, ma nel mio caso è vero.
Sul serio. Ho amato e sono stata amata, e questo ben oltre le soglie del consigliabile, là dove il corpo si scioglie e l’anima, finalmente liquida, finalmente libera, smette di chiedersi se esista o no.
Vengo da quel luogo in cui gli antichi suggerivano ai mortali di non spingersi mai, per non essere visti dagli Dei – che notano solo coloro che eccellono, per stroncarli.
Non lo vedi sulla mia pelle, impresso come un marchio?
È l’amore, che mi porta. La barca, il nocchiero.
Non lo senti sulla tua pelle, quando i miei occhi ti sfiorano? L’onda della risacca, da un luogo in cui si grida, e si affonda.
È l’amore, che ti porto. La lama, il sacrificio.
Fermati subito.
Questo non è un buon posto dove stare.
Per tornare indietro, si paga spesso un prezzo troppo alto.
Io ho pagato con il mio nome.
Sulla chat nella quale bazzico, spuntano talvolta sognanti volti di piccoli predatori insonnoliti.
Tali mi appaiono, come se sbucassero per un attimo da una tana nel terreno, o dal tronco cavo di un albero.
Anche se non ho mai davvero tempo per loro, finisco sempre per trovarlo.
Imposto l’immancabile trafila delle domande, atte a stabilire un rituale di mutuo riconoscimento.
Nulla che sia davvero me stessa, né loro.
Li percepisco fiutare attorno ai puntini di sospensione di una frase, come uccellini sulle briciole della colazione.
Il giardino è un tripudio di luce e felicità, quest’oggi. Non c’è sabbia nel mio orecchio, la notte è stata buona.
Non sei venuta. Non ti ho vista, né sognata.
Tutto bene.
Ho la fame giusta per la caccia. Non provo il bisogno di stabilire confronti.
Della tua verità – la verità che mi diceva sto morendo, amore – non c’è traccia, in questi piccoli neanderthal con la fissazione degli schermi e il collo proteso in avanti. Soffrono tutti di una leggera ma persistente cervicale, da che hanno perso l’abitudine al conflitto con l’orizzonte.
Oh, non ho nulla da temere, da nessuna di loro. Non hanno mai raggiunto il 3D.
Con loro sono completamente al sicuro, come se mi sbirciassero, impotenti, da dentro la pagina di una rivista.
Di esse decoro la mia infinita, deliberata solitudine.
Non mi vergogno di sceglierle come tende da un catalogo; non fino a quando tu non vieni da me.
Solo allora, sento il peso della mia colpa. Piango, perfino.
Ma sì, piango; e questo pianto, fatto di te, per te, è come l’acqua che il fuoco dell’altoforno ha strappato via al tuo corpo che bruciava – l’acqua degli antichi, che riempie lo Stige.
Mi trascina indietro, controcorrente, al ricordo di ciò che eravamo.
Brucio, brucio di vergogna.
E sono insieme a te, una volta ancora.
E sono viva.
Eccola.
Non so, di lei, quasi nulla. Gli occhi, i capelli, l’età. Tutto quello di cui non m’importa.
Ha qualcosa di vago, come un sorriso.
La mia pietà è morta con te. Percepisco solo un vago disagio, una specie di memoria dell’arto fantasma. Dove dovrebbe esserci la mia pietà, c’è un disgustoso moncherino. Prude, e fa altre cose sconce e insensate – come essere lì, senza esserci.
Ci incontriamo. Qui o là, a che ora. Moduli consueti, come le schede perforate dei vecchi pc. Tutto è saputo ancora prima che venga pronunciato.
In questa versione aggiornata del Genesi, in principio Dio non crea più il verbo. Non c’è bisogno di un tale spreco di immaginazione.
Se di nuovo l’uomo fosse chiamato a dare un nome agli animali, li chiamerebbe tutti cane.
Si crede molto originale, senza esserlo.
Io – io sono solo una buona bugiarda.
So sempre fiutare, al primo incontro, ciò che l’ha portata da me.
Spesso, come oggi, è curiosa come un piccolo animale, leggermente infastidita, seppure discretamente, dalla mia reticenza.
Crea curiosità, questo mio negare i dettagli. Curiosità, non timore.
Chi non ha dettagli non ha nome, non ha odore. Qualunque bestia sa bene come questo significhi pericolo.
Tranne l’uomo. Ulisse va a cercare le Sirene.
Le Sirene non girano armate.
In questo genere di situazioni, il corpo arriva in fretta, se deve.
Tutte o quasi hanno occhi che si scusano, consapevoli del nuovo dovere di non provare vergogna di questa frenesia. Ma è un dovere che pesa, che non è a suo agio con tutte, come vorrebbe la nuova morale.
Le donne si sono sempre vergognate di qualcosa. Ora che la vergogna è un sentimento arcaico, da nascondere sotto il letto col babau – è rimasto questo spazio vuoto, di cui non sanno che fare, ma che artiglia loro le braccia, che vorrebbero alzarsi a coprire la nudità, e non lo fanno.
È una parte penosa, la peggiore. Provo l’impulso di confortarle, tanto mi provoca imbarazzo il loro forzarsi dentro questo spazio e questo istante.
Poi, da dentro, la sento salire al galoppo. L’altra faccia del sogno dell’amore.
Giumenta della notte.
Incubo.
Chissà cosa pensano che sia, questo disagio improvviso.
Gli occhi corrono per la stanza, frugando le ombre.
Già da un po’ sono qui, nuda come loro, ma non insieme a loro. Mai, insieme a loro.
Eppure è soltanto in questo momento che finalmente mi sentono arrivare.
Da molto, molto lontano.
Sono sempre veloce a manovrare il coltello, ma non tanto da fare in modo che non se ne accorgano.
Non è un omicidio, ma un sacrificio. L’incoscienza della vittima – come potrebbe essere gradita?
C’è sempre sorpresa, nei loro occhi, nello scoprirsi riconoscenti alla lama.
Per qualche secondo sono persone vere. Lo shock dell’impatto – la verità del mondo contro la verità della carne, l’impossibile della propria morte – sgrana gli sguardi.
Davvero era questo, la vita? I colori, Dio mio, i colori!
Subito dopo non ci sono più, sostituite dal loro sangue, che mi colora le mani di varie tonalità di rosso e di viola.
Alzo gli occhi all’altra sponda, e ci sei tu.
Sorridi.
Mi dai pace.
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Mi è piaciuta tantissimo questo tua lunga ‘riflessione’, su cosa? Non voglio definire ‘cosa’, perché sarebbe come sminuire le tue parole. Uno scritto che si legge non con gli occhi perché quelli non bastano, quanto piuttosto con le emozioni. Un testo da rileggere per specchiarci dentro, ognuno con la propria personale situazione. Ne traspare una certa ‘solitudine’ forse una ‘sofferenza’, non saprei. Sicuramente si sente la malinconia, o almeno questo è ciò che hai trasmesso a me. Molto belli e poetici i rimandi ai testi anctichi. Brava
grazie mille cristiana. volevo la disperazione e credo che sia esattamente ciò che emerge. i testi antichi, a voler vedere, sono lì apposta per filtrarci un pochino il delta di inutilità della nostra esistenza; che potrebbe prenderci la mano, se non fosse per quel filtro, la poesia, che ci rende “specie protetta”… e qui dovremmo tornare alla riflessione sulla ricchezza del linguaggio, un potere da rischiare, faticoso da conquistare, ma che davvero può renderci più completi…
‘un potere da rischiare’ bellissimo 💜
accidenti! mi hai appena dato un cuore viola?? non ho mai ricevuto un cuore viola in vita mia! 🙂 guarda, non ti emozionare troppo: io sono dell’ariete, per noi quasi tutto è un rischio, un potere, o tutt’e due le cose insieme… questo, naturalmente, quando non stiamo progettando di invadere la polonia XD
Mia figlia è dell’Ariete e vorrebbe invadere la Polonia tutti i giorni 😅 il cuore viola mi è sempre piaciuto tanto
sì, io neanche sapevo ci fosse, ma adesso ne voglio tantissimi XD obiettivo polonia, insomma!
Tu continua a scrivere così bene che io continuerò a metterti tanti 💜 😅
ci sto. ho tante idee nuove, così il mio quaderno dei cuoricini diventerà subito pieno zeppo 🙂
ehm… e le stelle dorate? posso avere anche le stelle dorate? XD
Certo ☺️💛
Poetico. Per certi versi, come riportato da Dea, anche difficile da capire, prima ancora che da comprendere, poiché è intriso di sentimenti ed emozioni che solo la protagonista può conoscere fino in fondo.
Tuttavia, la contrapposizione fra passato e presente, fra mito e realtà, conferisce al testo un’aura talmente unica da far restare ammaliati durante la lettura.
bene. allora ha funzionato come speravo. grazie giuseppe 🙂
Bellissima scrittura, di quelle che piacciono a me. Avrei voluto riportare i passaggi che più mi hanno colpito, ma mi sono resa conto che avrei dovuto riportare tutto il testo.
Non sono sicura di aver colto in pieno ciò che volevi dirci, io ci ho visto due facce della stessa medaglia, o meglio, della stessa persona, una reale, e l’altra virtuale.
Mi sono piaciuti tantissimo i rimandi ai testi antichi in contrapposizione alle considerazioni sulla realtà attuale delle chat.
Credo sia da rileggere più volte, e anche io come Francesco ho avuto la sensazione che sia un testo adatto ad una rappresentazione teatrale.
grazie per aver notato i riferimenti alle leggende.
“Fuori da lì, l’universo si converte in qualcosa di duro e metallico come l’idea dell’inferno. Per questo passiamo gran parte della vita sognando il calore, il rifugio, la prossimità all’altro che non è minaccia, ma segreta e instancabile fusione, elisir di bellezza.”
Dall’inizio al passaggio di sopra, molto bello, mi è piaciuto. Poi mi sono perso in immagini che pur leggendo più volte non ho colto. Ho immaginato questa lettura più come un testo teatrale che avesse bisogno come supporto per essere compreso appieno di una scenografia e inserito in un contesto teatrale. Mia personalissima opinione.
non scrivo mai per il teatro, mal sopporto quel tipo di universo e l’infinito tirarsela di chi ne fa parte… ma adesso che me lo fai notare, perché no? potrebbe, eh, potrebbe… per il resto, è una di quelle storie che sono fatte soprattutto di atmosfera, e in questo senso seguire le immagini è un buon modo di leggerlo, soprattutto se ti fanno perdere 🙂
Le due facce di uno stesso spirito malato, morto insieme alla sua metà. Orrore profondissimo, un baratro di infinita desolazione.
ma, al tempo stesso, la più grande esperienza della vita, scegliere se seguire o no chi ami nella morte. direi che un intero universo si gioca lì. lo spirito può ammalarsi, oppure può guarire definitivamente.
“Poi, da dentro, la sento salire al galoppo. L’altra faccia del sogno dell’amore.”
Potente. Evocativo.👏
Uh! Wow
XD mi sa che ci siamo capiti 😉